Pubblicazioni recenti: appunti di lettura e quinta pagella

pubblicazioni recentiIn questa pagella Una cosa che volevo dirti da un po’ di Alice Munro, La strada del Donbas di Serhij Žadan, La stanza profonda di Vanni Santoni, La stanza di Therese di Francesco D’Isa, Lions di Bonnie Nadzam, A fuoco vivo di Ivan Ruccione e anche un’opera meno recente che merita però di raggiungere nuovi lettori: Neve, cane, piede di Claudio Morandini.
I racconti della Munro e il romanzo di Morandini li ho letti a seguito del suggerimento dato da
Sandro Campani e da Alessandro Garigliano nelle rispettive interviste: a riprova del fatto che gli scrittori bravi sono anche buoni lettori (purtroppo non è invece vero il contrario, ma questo è un altro discorso).

Una cosa che volevo dirti da un po’, Alice Munro, Einaudi (traduzione di Susanna Basso)
In questi racconti c’è sempre un segreto, un’omissione che talvolta alimenta e altre seda le tensioni inespresse, i risentimenti che inquinano alcune esistenze. La Munro è abile nel rivelare le nostre meschinità, tanto quanto nello spiazzare il lettore nelle pagine o nei paragrafi conclusivi; con il suo stile sussurrato e tagliente fende i rapporti tra uomini e donne, tra giovani e anziani, tra consanguinei e in particolare tra sorelle (come nel testo che dà il titolo al volume o come nell’altrettanto splendido Cerimonia di commiato). La raccolta, riproposta da Einaudi, è del 1974 e dimostra un’autrice già pienamente matura, sebbene il Premio Nobel per la Letteratura le sia stato conferito solo nel 2013.
Voto: 8+ Continua a leggere

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Tommaso Pincio, HOTEL A ZERO STELLE

hotel a zero stelle

Da Hotel a zero stelle di Tommaso Pincio (Contromano Laterza), di cui potete leggere qui una lunga e appassionata recensione: https://giovannituri.wordpress.com/2013/02/08/hotel-a-zero-stelle-la-ribellione-di-tommaso-pincio/

Quante volte vi è toccato udire che un dato artista ha subìto l’influenza di un altro artista? Non prestate ascolto. Sono balle, sofismi. Quel che nell’esegesi critica si definisce influenza andrebbe più correttamente chiamato “riappropriazione debita”. Gli artisti non fanno che riprendersi ciò che credono loro. Per questo nei confronti dei colleghi che li hanno preceduti provano sentimenti contrastanti: una sincera e commossa ammirazione, mista alla rabbiosa convinzione di essere stati defraudati. (p. 11)

A differenza di tutti i modi in cui è possibile servirsi del linguaggio, i romanzi non brillano mai di luce propria ed esclusiva. I testi filosofici brillano di verità, quelli di storia brillano di passato, le poesie brillano di assoluto, i reportage brillano di realtà. I romanzi invece, se e quando brillano, lo fanno a tratti e di una luce riflessa, una luce che è tutto e niente, che una volta è quella della verità filosofica e un’altra è quella dell’assoluto poetico.
È così che funziona perché il racconto impone un uso pratico e prosaico del linguaggio; bisogna descrivere, incastrare eventi, individuare dettagli, spendere un mucchio di energie per definire cose tutt’altro che elevate, e quando finalmente giunge il momento di una frase o una parola illuminanti, può essere che ciò avvenga dopo pagine e pagine di parole e frasi opache. La luce di cui brillano a tratti i romanzi è qualcosa di estraneo al placido scorrere della prosa; è simile alla luce degli abbaglianti di un auto che improvvisamente ci si para davanti nella corsia opposta e, allo stesso modo in cui quei fari ci costringono per un attimo a chiudere gli occhi, così lo sfarfallio di una certa frase ci obbliga per un attimo a sospendere la lettura. (pp. 190-1)

“Hotel a zero stelle”, la ribellione di Tommaso Pincio

hotel a zero stelleHotel a zero stelle di Tommaso Pincio è stato pubblicato nella collana Contromano della Laterza già da un paio d’anni, ma ha ancora senso parlarne, perché le opere capaci di rivelare cosa possa rappresentare la letteratura e quale ne sia il senso sono rare e immensamente preziose: Hotel a zero stelle, infatti, non intende stabilire un canone narrativo, ma semplicemente sottolineare come l’arte possa compenetrare le nostre esistenze, porgendoci delle chiavi interpretative e donandoci dei compagni di viaggio. E che l’intento dell’autore fosse di andare oltre il raccontare se stesso per tendere una mano verso gli altri, me lo ha confermato un breve scambio privato in cui Pincio ha tenuto a precisare che «l’idea era quella di costruire una specie di autobiografia spirituale attraverso gli spiriti altrui. In questo senso, il libro voleva essere un invito per il lettore; l’invito a costruirsi un proprio albergo, o una propria dimora (se preferisce), con i suoi ospiti, con i suoi percorsi, con i suoi personali inferni e paradisi».

Nelle prime pagine, dopo aver riportato le parole di Mario Vargas Llosa: «Scrivere un romanzo è una cerimonia che somiglia allo strip-tease», Pincio chiosa: «Cosa volesse intendere è facile intuirlo: scrivere è, almeno in teoria, un po’ come denudarsi, mostrare la propria anima. […] C’è però una differenza di non poco conto tra le ragazze illuminate da “impudichi riflettori”, intente a liberarsi con sapiente lentezza dei vestiti, e gli scrittori che scrivono romanzi. Alla fine della loro performance queste fanciulle sono realmente nude, mentre a romanzo compiuto lo scrittore è vestito di parole». Lasciamo da parte la questione se Hotel a zero stelle sia o meno un romanzo, perché sarebbe oltremodo complesso stabilirlo, e accontentiamoci di definirlo pura Letteratura (o se si preferisce “autobiografia spirituale”, come sintetizzato dall’autore); si ponga invece attenzione a quanto Pincio sottende, quasi volesse metterci in guardia sulla veridicità degli episodi autobiografici che sembra rivelarci: davvero la sua giovane madre ha tentato il suicidio mentre lo portava in grembo? Realmente ha rischiato di morire per overdose? Non ha poi troppa importanza, perché è comunque autentica la sua vocazione a dimorare nel non-luogo di questo albergo «i cui ospiti tipo dovrebbero essere i vagabondi dell’anima», strutturato su quattro piani «perché ognuno ha il suo modo personale di perdersi così come ha un proprio inferno, un proprio purgatorio, un proprio paradiso» – chiaro e non unico richiamo dantesco. Continua a leggere