Intervista a Claudio Morandini, autore di NEVE, CANE, PIEDE e LE PIETRE – Professione scrittore 23

Claudio MorandiniSono stati entrambi pubblicati da Exòrma gli ultimi due romanzi di Claudio Morandini: Neve, cane, piede e Le pietre. Il primo trova un sorprendente equilibrio tra i toni cupi del noir e quelli più lievi della novella: è la storia di un misantropo che non tollera altra compagnia oltre a quella di un cane e che, con il disgelo primaverile, troverà una macabra sorpresa dinanzi al suo rifugio montano. Nelle Pietre, invece, il tono prevalente è quello ironico con cui il narratore, che spesso parla a nome della comunità, racconta come abbia avuto inizio e con quali conseguenze un inspiegabile fenomeno: il progressivo animarsi e proliferare delle migliaia di pietre che caratterizzano il paesaggio di Sostigno, il villaggio a valle, e Testagno, quello a monte dove prima ci si trasferiva in estate e ora molto più spesso.
Prima di queste due opere, Morandini ha pubblicato diversi romanzi con altri piccoli editori: Nora e le ombre (Palomar), Le larve (Pendagron), Rapsodia su un solo tema (Manni), Il sangue del tiranno (Agenzia X), A gran giornate (La Linea).

Neve, cane, piede ha inaugurato il rinnovato interesse della narrativa contemporanea per le ambientazioni montane (penso a Le otto montagne di Cognetti, Il giro del miele di Campani, La cosa giusta di Cocchi) e anche Le pietre è un “racconto d’altura”: vuoi parlarci di Charles-Ferdinand Ramuz e degli altri autori che ti hanno ispirato?
Sto rileggendo Ramuz, con ammirazione. Lo avevo scoperto da ragazzino, come autore di testi di opere di Stravinskij (Les noces, L’Histore du soldat…); più tardi tentai, per la RAI di Aosta, una riduzione radiofonica di uno dei suoi romanzi più belli, Si le soleil ne revenait pas (Se non tornasse il sole), un progetto mai realizzato. E intanto andavo scoprendo le sue opere, in originale o nelle edizioni Jaca Book, il suo stile arruffato e solenne, i suoi ritmi irregolari. I suoi Souvenirs sur Igor Strawinsky, non ancora tradotti in italiano, sono un monumento all’amicizia e all’arte. Oggi pare sia in atto una timida riscoperta di Ramuz: ho appena finito di leggere La montagna ci cade addosso (il titolo originale, che preferisco, è Derborence) nella bella traduzione di Valeria Lupo per Ideafelix. Ecco, in Ramuz ho trovato una potente fonte di ispirazione, una montagna aspra, impraticabile, tragica, enigmatica. Da Ramuz mi viene quella tendenza a cercare, a leggere nelle pieghe della montagna i segni di una lingua indecifrabile; e in Ramuz prima che in altri ho trovato quell’idea di conflitto tra uomo e natura ben lontana dalla visione bucolica e talvolta sdolcinata di tanta narrativa. Della montagna si deve avere una grande paura (La grande peur dans la montagne è un suo titolo: ed è una paura “dentro la montagna”, non banalmente “della montagna”).
Ramuz non era un umorista, certo, la sua visione del mondo era appunto tragica, la tremenda solitudine dell’uomo di montagna è stemperata appena dalla fede – ma acutizzata da un corollario di questa fede, la certezza della presenza nel mondo del Male, del Diavolo. Qui non lo seguo più. Però il suo racconto dell’ostinata solidarietà tra uomini è bello, commovente, contagioso.
Ramuz possedeva anche un senso profondo per il fantastico – un fantastico che si nutriva di rocce, terra, contrasti fortissimi tra buio e luce, sudore e fatica, ed era in sostanza (lo trovo in Roger Caillois citato da Jacques Chessex) “l’intrusione dell’aldilà nel là”. La sua montagna (questo è Chessex) è “l’iniziazione pratica e metafisica al mondo della morte”, ed è luogo di confine tra più mondi, oggetto di transumanze continue tra realtà e mistero. Questo aspetto di Ramuz, più che altri analoghi in Buzzati, ha contato per i miei due romanzi di montagna. Poi, certo, ho mescolato le carte, messo robuste dosi di Buster Keaton e di Jacques Tati per non dire di Louis de Funès, nelle mie pagine, soprattutto in quelle di Le pietre, perché va bene percepire con un brivido il tragico, ma bisogna anche riderne.
C’è una scrittrice, svizzera di lingua francese anche lei, che ha saputo coniugare realismo e fantastico con la naturalezza del sogno: è Corinna Bille, di cui riporto in esergo a Le pietre una frase: «Enfin – pensa le caillou – on me remarque». Finalmente, pensò il sasso, mi si nota. Quella frasetta è un po’ la chiave d’accesso al mondo nascosto delle pietre, al brulicare della comunità minerale che nel mio romanzo interferisce con quella umana.
La montagna raccontata con robusto, filosofico umorismo l’ho trovata invece in certi libri di Paolo Morelli, soprattutto Caccia al Cristo e Vademecum per perdersi in montagna. Continua a leggere

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