CENTO STRAPPI di Liesl Jobson, recensione – About short stories

Cento strappiCento strappi: le schegge narrative di Liesl Jobson

Cento strappi (Marcos y Marcos) di Liesl Jobson è una formidabile successione di schegge narrative, compiute e taglienti, nata da un laboratorio di traduzione coordinato da Isabella Zani, con la collaborazione di Claudia Tarolo. Il gran numero di traduttori (ventiquattro, più la Zani e la Tarolo) e di racconti (cento, come suggerito dal titolo) potrebbe far pensare a un’opera disomogenea, se non a un campionario: non è affatto così. Ritornano di frequente la dedizione per la musica, l’instabilità relazionale (che spesso diventa anche psichica), il rapporto teso tra genitori e figli, le passioni omosessuali, l’assenza o comunque la distanza degli uomini (mariti, compagni o padri che siano), la natura contrastata del Sudafrica – dove Liesl Jobson è nata e vive – tra richiamo alle origini e modernizzazione; ma non sono tanto queste assonanze tematiche a determinare la compattezza di Cento strappi, quanto la capacità dell’autrice di utilizzare la penna come un bisturi con cui intagliare a fondo la realtà fisica e interiore, con frasi brevi ed economia di parole (senz’altro encomiabile il lavoro complessivo di supervisione di Isabella Zani). Continua a leggere

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Intervista a Claudia Tarolo, editor e coeditore della Marcos y Marcos

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Claudia Tarolo, oltre che editor, è anche coeditore e traduttrice della Marcos y Marcos.

Come sei giunta dalla dirigenza di una multinazionale alla conduzione con Marco Zapparoli della Marcos y Marcos?
Leggevo tantissimo fin da bambina, al liceo mi sono innamorata della traduzione; a quindici anni ho conosciuto Marco Zapparoli e abbiamo condiviso per la prima volta l’amore per i libri e le parole, per poi seguire strade differenti.
Al momento di scegliere una facoltà universitaria io ho cercato nuove prospettive, confini di ragionamento rigoroso: il mondo del diritto è stata una scoperta affascinante. Spaziare dalla ricerca universitaria allo studio professionale alla direzione legale di una multinazionale è stato stimolante e formativo, oltre a offrirmi il reddito di cui avevo bisogno per vivere da sola con mia figlia. Per anni, ho coltivato insieme queste due passioni; di giorno l’impegno concreto della grande azienda, di sera, dopo aver messo a letto mia figlia, le traduzioni e le revisioni che non ho mai smesso di fare e che mi offrivano il lusso di una dimensione intima del pensiero che di giorno mi mancava. Poi, nel 1999, il secondo incontro con Marco Zapparoli ha cambiato la mia vita. Lui aveva bisogno di un socio con cui sviluppare nuove idee, io ero finalmente pronta a dedicarmi a tempo pieno alla mia passione fino ad allora clandestina. Meno soldi, impegno totale, ma la bellezza di una nuova avventura in un campo che avevo sempre amato con una persona con cui esisteva una grande intesa. Avremmo scoperto con il tempo quanto le nostre qualità fossero complementari e ci consentissero uno scambio entusiasmante.

Attraverso quali canali vi arrivano i manoscritti? Noti delle differenze rispetto a qualche anno fa nella qualità e nella quantità degli inediti che vi pervengono?
I manoscritti giungono da ogni canale possibile e immaginabile: Fulvio Ervas è arrivato per posta in una busta di carta riciclata, Giorgio Caponetti ci ha schiaffato il suo dattiloscritto sul tavolo della colazione quando siamo capitati per caso nell’agriturismo (bellissimo) che gestiva con sua moglie; Paolo Nori l’abbiamo conosciuto organizzando uno spettacolo alla Triennale di Milano, Lello Gurrado è arrivato tramite Tecla Dozio, mitica libraia milanese della Libreria del giallo, e Cristiano Cavina l’abbiamo conquistato battendo gli avversari al photo finish dopo una segnalazione della direttrice della scuola Holden.
Dopo il successo di Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas i dattiloscritti arrivano a valanga e come sempre la stragrande maggioranza è frutto di un equivoco, di una banale confusione tra allineamento di parole e letteratura.

Quanto contano nel tuo lavoro i criteri letterari e quanto gli orientamenti del mercato?
L’unica cosa che conta per me è che il testo abbia un valore; che abbia voce, storia, pensiero. Se in questo senso mi colpisce, lo pubblico e faccio il possibile per venderlo. L’aspetto commerciale viene sempre dopo, quando cerchiamo di vendere i libri che abbiamo scelto. Certo, siamo un’azienda che può contare soltanto sulle vendite dei libri, quindi dobbiamo assortire la nostra offerta in modo che libri che vendono di più finanzino i libri che vendono di meno. E dobbiamo essere accorti nelle nostre acquisizioni. Ma al di là di questi accorgimenti, non potrei mai pubblicare un libro che non mi piace solo perché penso che possa vendere. Nessuna casa editrice con una forte impronta personale può farlo. I nostri lettori lo sanno e ci danno fiducia per questo; possono non condividere una nostra scelta ma sanno che è sempre sincera.

Quasi sessantamila testi pubblicati ogni anno, sempre più precari dell’editoria, sempre meno lettori: secondo te come si è arrivati in Italia a questa situazione? È ancora possibile uscirne? Continua a leggere