TUMBAS. TOMBE DI POETI E PENSATORI di Cees Nooteboom, recensione

Tumbas_tombe di poeti e pensatori, Cees Nooteboom, IperboreaIl viaggio di Cees Nooteboom e Simone Sassen alla ricerca dei sepolcri di poeti e pensatori

Tumbas, tradotto per Iperborea da Fulvio Ferrari, è il resoconto dei viaggi dello scrittore Cees Nooteboom e della fotografa Simone Sassen alla ricerca dei sepolcri di letterati e filosofi che hanno segnato la storia della poesia e del pensiero, ma è anche e soprattutto la testimonianza del dialogo ininterrotto reso possibile dai loro scritti: «La maggior parte dei morti tace. Non dice più niente. Ha – letteralmente – già detto tutto. Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare». Si susseguono così ottantadue foto in bianco e nero di tombe o semplici lapidi scattate da Simone Sassen e seguite da un testo a cura di Cees Nooteboom. Un ricordo, un episodio biografico o alcune considerazioni sull’opera, con spunti talvolta illuminanti come «un dramma di Bernhard è una camicia di forza in cui ci si lascia infilare di propria volontà»; oppure: «Borges aveva sempre trattato l’invenzione alla stessa stregua della realtà, citando il maggior numero possibile di fonti e autori falsi, così che la realtà in alcuni dei suoi scritti è avviluppata entro una trama di affabulazione, o, quantomeno, di dubbio». Continua a leggere

I libri migliori degli ultimi mesi scelti dai critici letterari

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Dopo le scelte di editor e direttori editoriali, ecco quelle della critica riguardo agli esordi italiani più interessanti e alle pubblicazioni più significative dello scorso anno, a riprova del fatto che, sebbene talvolta l’ambito di esercizio si sia spostato dalle università e dai giornali al web, chi prova a decretare i canoni letterari della contemporaneità non ha abdicato al proprio ruolo. Non solo, credo che quanto leggerete vi dimostrerà che, nonostante i travagli dell’editoria nostrana, si continuano a produrre (anche) molti libri di qualità.

Daniela Brogi, critica letteraria
Tra gli esordi italiani del 2015, il lavoro che ho più apprezzato è L’invenzione della madre, di Marco Peano (minimum fax). Per usare un’espressione metaforica di cui vorrei recuperare l’immagine letterale, si tratta di un racconto che si fa letteratura per snidare il dolore, vale a dire per sradicare la sofferenza dai luoghi oscuri dove aveva trovato riparo – e consolazione. Il libro è un’opera d’invenzione che, tanto nel tema quanto nella forma, tiene insieme i tempi diversi e scollati dell’esperienza e della memoria di una malattia terminale. Tutto è percepito come uguale, e per sempre; e tutto, al contrario, sembra irripetibile, come qualcosa che sta per sparire e non tornerà mai più. Questa alternanza tra inerzia e dinamismo è resa da una scrittura fatta di tante lasse scandite di racconto, che impediscono il senso di una sequenza progressiva, mentre intanto però la struttura d’insieme compone una sorta di racconto di formazione, inventa per l’appunto – nel duplice senso di invenzione come atto del “creare” e del “ritrovare”. (Mentre la seconda parte del titolo del libro, la madre, sembra caricarsi della funzione di soggetto, oltre che di oggetto, dell’invenzione).
Un’altra opera d’esordio interessante, per la cura dell’impianto narrativo, è Gli anni al contrario, di Nadia Terranova (Einaudi Stile libero).
Non è un libro d’esordio, ma, mantenendosi sempre nell’ambito della narrativa italiana, è una delle opere d’autore più interessanti del 2015: Il giardino delle mosche, di Andrea Tarabbia (Ponte alle Grazie).

Raoul Bruni, critico letterario
Tra gli esordi che ho avuto modo di leggere nell’anno appena trascorso, quello che mi ha colpito maggiormente è senz’altro Dalle rovine di Luciano Funetta, edito nella collana Romanzi di Tunué diretta da Vanni Santoni. Funetta (classe 1986) ha una vasta cultura letteraria, e nel suo romanzo – conturbante storia di un allevatore di serpenti – le molteplici ispirazioni (il titolo stesso rinvia a uno dei racconti più belli di Borges, Le rovine circolari) certamente emergono. Eppure non vengono esibite alla stregua di pedigree culturali (come invece accade troppo spesso in molta narrativa pseudo-colta), ma sono talmente penetrate nel testo da diventare parte integrante del tessuto narrativo: non per nulla lo stile di Funetta è rastremato, controllatissimo, senza inutili dilatazioni.
La pubblicazione più significativa del 2015 credo sia Sottomissione di Houellebecq (Bompiani), anche per ovvie ragioni extra-letterarie. Nell’ambito dell’editoria italiana, però, vorrei segnalare la pregevole edizione complessiva dei Saggi di Proust curata da Mariolina Bongiovanni Bertini e Marco Piazza (in collaborazione con Giuseppe Girimonti Greco) per Il Saggiatore, un volume di cui da tempo si sentiva il bisogno. Continua a leggere

Intervista a Pietro Biancardi, editore Iperborea

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Pietro Biancardi si è laureato in Lingue e letterature straniere e ha lavorato per diverse case editrici prima di dirigere Iperborea, realtà fondata nel 1987 da Emilia Lodigiani, sua madre; Biancardi ne sta portando avanti con convinzione il progetto “di far conoscere la letteratura dell’area nord-europea in Italia, dai classici e premi Nobel, inediti o riproposti in nuove traduzioni, alle voci di punta della narrativa contemporanea”.

Ti sentivi destinato a subentrare a tua madre alla guida della casa editrice Iperborea o durante gli studi in Lingue avevi ipotizzato altri percorsi professionali?
Per niente. Tant’è che sono laureato in lingua inglese e spagnola. Da studente portavo avanti qualche collaborazione con giornali, riviste e siti internet, ero più orientato verso il giornalismo, l’editoria libraria è venuta in un secondo momento. A meno di non aver coltivato dentro di me il tarlo in modo inconscio: per i primi anni – ero ancora bambino – l’ufficio di Iperborea era in casa dei miei genitori e i miei primi lavoretti sono stati giornate passate a imbustare gli inviti per le presentazioni (allora non c’era l’email) o in altre occupazioni manuali, lo stand alla fiera, le consegne, e poi quand’ero un po’ più grandicello anche qualche bozza e altre mansioni più nobilitanti. Mi sono sempre divertito, mi sentivo importante, e poi in fondo sono tutte mansioni, quelle, di cui un piccolo editore indipendente non si libera mai, e comunque è una parte del lavoro che mi piace molto.

Il successo dei gialli scandinavi vi ha portato a creare la collana Ombre; più in generale pensi che abbia giovato alla narrativa nordeuropea, suscitando l’interesse di un vasto numero di lettori, o le abbia nociuto imponendo una percezione limitativa della stessa?
Sono convinto che il giallo scandinavo sia stato una cosa tutto sommato positiva: molta più gente si è interessata ai paesi del nord e una parte di questa non si è fermata alla moda del giallo, qualcuno ci è andato fisicamente (mi dicevano gli amici di VisitSweden, l’ente di promozione del turismo, che l’anno di Stieg Larsson i viaggi dall’Italia alla Svezia sono aumentati del 20%) e poi magari qualcuno ha deciso di approfondire, leggendone la letteratura più “alta”, iscrivendosi magari ai nostri corsi di lingua, o frequentando i nostri festival.

Quali ritieni siano le peculiarità delle letterature del Nord Europa?
Come in ogni letteratura, e soprattutto oggi, si trova di tutto, ma di certo i nordici hanno una grande tradizione di “storytelling”: i racconti intorno al fuoco, le fiabe, le leggende popolari, per non parlare delle saghe. Con le saghe antiche, come ha scritto Borges, “gli islandesi scoprono il romanzo, l’arte di Cervantes e di Flaubert, senza che il resto del mondo se ne accorga”. Un’altra cosa che amiamo molto dei nordici è che non hanno paura di affrontare grandi narrazioni, i temi più alti e le eterne domande, sull’uomo, su dio, la morte, l’etica e la società. Per esempio Björn Larsson: in ogni libro (romanzi e saggi) esplora le grandi tematiche del contemporaneo, come libertà, giustizia, cultura e natura, segretezza, fanatismo, e altri. Uno dei filoni che più esploriamo, forse quello meno conosciuto della cultura nordica, e che sorprende un po’ tutti, è quello dell’umorismo. Un umorismo a volte più esplicito (ma molto basato sull’understatement) come in Arto Paasilinna, Tove Jansson, Kari Hotakainen, Mikael Niemi, Erlend Loe, Torgny Lindgren, Jørn Riel (e potrei continuare), ma comunque quasi sempre sotto traccia sia nei classici come Selma Lagerlöf o Knut Hamsun (sì, perfino lui!) sia nei grandi contemporanei, penso a Jón Kalman Stefánsson, Lars Gustafsson, ecc.

La percentuale dei lettori italiani (circa 45%) rispetto a quella degli abitanti dei paesi scandinavi (circa 75%) è quasi imbarazzante: secondo te dove vanno cercate le ragioni di questo gap? A chi spetterebbe e come provare a invertire la tendenza?
In parte sicuramente il divario è culturale e secolare: nei paesi nordici a forte matrice protestante l’alfabetizzazione di massa è arrivata con oltre un secolo d’anticipo, mentre nei paesi cattolici e mediterranei come il nostro è un fenomeno relativamente recente. Tutt’ora, però, la differenza è a volte imbarazzante, qui la cultura e la lettura rimangono un fenomeno d’élite. Sfogliando le ultime statistiche sulla lettura, quelle pubblicate dall’Istat nel 2015, quello che più sconvolge è l’incapacità della scuola di produrre un salto culturale, e quindi sociale, nelle nuove generazioni: il fattore decisivo perché una persona diventi lettore o lettrice non è un elevato titolo di studio come si potrebbe pensare, ma il fatto che i genitori siano a loro volta dei lettori.
Ci sono tante cose che si potrebbero fare, dalla deducibilità per la spesa in libri (cosa che darebbe respiro anche alle librerie), a un sistema bibliotecario con maggiori risorse. La mancanza di soldi non deve essere una scusa per una mancanza di volontà (o una pigrizia) politica. In tempi di crisi ci sono comunque piccole idee a costo zero o quasi; da piccolo, quando vivevamo a Parigi, ho fatto le elementari alla scuola pubblica francese, e ricordo che ogni mercoledì passavamo tutta la mattina in biblioteca. Lì eravamo liberi di girare per gli scaffali e sceglierci da soli – se preferivamo – i libri da leggere e sfogliare. Erano momenti di grande gioia che ricordo ancora. Qui da noi le letture sono più imposte da maestri, prof e sottosegretari all’istruzione, poi bisogna preparare una scheda per dimostrare di aver capito quanto si è letto, ed essere interrogati su quanto si è appreso. Non mi pare un grande stimolo a diventare lettori. Continua a leggere