ESTROSITÀ RIGOROSE DI UN CONSULENTE EDITORIALE, Giorgio Manganelli

Giorgio ManganelliAdelphi pubblica Estrosità rigorose di un consulente editoriale: una raccolta di lettere e schede critiche di Giorgio Manganelli

Oltre che scrittore e traduttore, Giorgio Manganelli è stato un lettore di rara intelligenza critica (benché piuttosto umorale): questa sua dote convinse Pietro Citati a introdurre nel mondo editoriale l’insegnante di lingua inglese di un istituto tecnico; fu grazie a lui che Manganelli lavorò per Garzanti dal 1961 ai primi mesi del 1964, quando diventò consulente Einaudi, principalmente per la letteratura di area anglofona. È un ruolo che assunse sempre con giocosa dedizione ed entusiasmo: «ho ancora qualche giorno agitato, ma dalla prossima settimana sarò sangue verginale versato sulle fondamenta della casa Einaudi» (lettera a Guido Davico Bonino del 12 maggio 1965); «nella mia stanza si aderge il mirabile totem einaudiano, tutto farcito di libri, la dolcissima, estiva Befana del Consulente: te ne sono molto grato, lo sventrerò, il totem, tra pochi giorni ad esami conclusi, e ne caverò viscere di dottrina e benevolenza, a propizio riparo alle canicole che già latrano» (lettera a Davico del 13 giungo 1965). Continua a leggere

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Intervista ad Andrej Longo – Professione scrittore 20

Andrej LongoL’altra madre è l’ultima opera di Andrej Longo, pubblicata da Adelphi così come i racconti Dieci (che hanno ottenuto diversi riconoscimenti, tra i quali il Premio Chiara) e i romanzi Chi ha ucciso Sarah? e Lu campo di girasoli. Il suo esordio è del 2002 con Più o meno alle tre (Meridiano zero), a cui è seguito Adelante (Rizzoli).
L’altra madre intreccia nel momento più drammatico le esistenze di due personaggi: Genny, un bravo ragazzo che cerca di sottrarsi senza successo alle insidie della periferia napoletana, e Irene, poliziotta integerrima che dovrà fare i conti con una sofferenza e una rabbia senza eguali. È una storia su come il dolore possa innescare reazioni incontrollate, sulla facilità con la quale possa essere varcato il limite tra bene e male ma resti sempre possibile scegliere tra i due.

Da quali spunti narrativi e suggestioni hanno preso forma la storia e i protagonisti de L’altra madre?
La risposta non è semplice, perché tu mi chiedi l’origine stessa del processo creativo. Sono brandelli d’immagini che si sovrappongono e si confondono: un ragazzo a bordo di un motorino che porta i caffè tra i vicoli della Sanità. Una donna che grida affacciata a una finestra. Un cane che abbaia nella notte. Sono parole che tornano alla mente. Tre righe di cronaca. Un’inquietudine che all’improvviso si mette a camminare al mio fianco. Un dolore intollerabile. Un amore infinito che temi possa finire. Ecco, io ancora non lo so, ma da qualche parte, dentro di me, c’è già una storia che ha cominciato a prendere forma. Chissà quando e dove è iniziato tutto. Forse in quel documentario sull’amore che realizzai anni fa. O nel racconto muto di una donna anziana che raccoglieva oggetti per sopravvivere al suo dolore e al suo senso di colpa. O forse è in quel ragazzetto che lavorava con me in pizzeria e che ogni giorno mi raccontava brandelli della sua vita di periferia. Forse nello sguardo disperato di un amico che aspetta la morte senza ancora saperlo. Forse nel sorriso di una donna che dorme per terra accanto al suo bambino. Tutto si fonde nella creazione, alla ricerca di una risposta, di un perché, di una rivelazione. Che a volte, ed è sempre una sorpresa, si materializza in un romanzo o in una raccolta di racconti. Continua a leggere

Elias Canetti, AUTO DA FÉ

auto da fé_canetti_cover[da Auto da fé di Elias Canetti (Adelphi), traduzione di Luciano e Bianca Zagari]

I romanzi sono dei cunei che un attore con la penna in mano insinua nella compatta personalità dei suoi lettori. Quanto più precisamente egli saprà calcolare la forza di penetrazione del cuneo e la resistenza che gli verrà opposta, tanto più ampia sarà la spaccatura che rimarrà nella personalità del lettore.

 

[dalla nota di Canetti, Il mio primo libro: Auto da fé, in appendice all’edizione Adelphi]

Un giorno mi venne in mente che il mondo non si può più raffigurare come nei romanzi di un tempo, per così dire dal punto di vista di un unico scrittore, il mondo era andato in pezzi, e solo se si aveva il coraggio di mostrarlo nella sua frammentazione era ancora possibile dare di esso un’immagine veritiera. Ma non per questo bisognava accingersi a un libro caotico nel quale nulla fosse più comprensibile; al contrario, bisognava escogitare con grandissimo rigore dei personaggi estremi, come quelli di cui in effetti il mondo era fatto, e questi individui bisognava raffigurarli in tutti i loro eccessi, l’uno accanto all’altro e ognuno separato dall’altro.

Gli esordi italiani e le pubblicazioni più importanti del 2013

Origami-2013

Ho posto agli editor intervistati e ad alcuni giornalisti e critici letterari questa domanda: “Quale ritiene sia stato l’esordio italiano più interessante e quale la pubblicazione più significativa del 2013?”. Ecco le loro opinioni.

Daniela Brogi, critico letterario
Tra le opere italiane d’esordio che sono riuscita a leggere nel 2013, il testo che più mi ha interessato, per la scelta del tema, come per l’ambizione compositiva, malgrado alcune debolezze di tenuta e di stile, è il romanzo A viso coperto, di Riccardo Gazzaniga, già vincitore del Premio Calvino 2012, e pubblicato nella collana Stile libero Einaudi. Ho apprezzato la scelta di costruire una trama che provasse a raccontare la violenza degli Ultras cercando di far entrare la scrittura dentro quel mondo, senza limitarsi a descriverlo sociologicamente. Da questo punto di vista il libro mi è parso originale.
Vedo due tendenze limitanti e prevalenti nella narrativa italiana più recente, anche nei suoi casi più rilevanti: da un lato l’indugio su un mondo molto, troppo prossimo a una quotidianità autoreferenziale e ripetitiva; e, dal lato opposto, l’attitudine a raccontare un mondo che si vuole osservare, sistemare, magari pure moralizzare, senza di fatto entrarci davvero. Ambedue gli aspetti possono essere limitanti, tanto più se si considera che, a dispetto delle letture e degli atteggiamenti postumi rispetto alla contemporaneità, il nostro presente è pieno di cambiamenti epocali e di contraddizioni da narrare.
Tra le pubblicazioni più significative invece segnalo I Melrose, i primi tre romanzi, pubblicati in un unico volume da Neri Pozza – il quarto, Lieto fine, è uscito qualche settimana fa. Il ciclo dei Melrose, scritto da Edward St Aubyn, compone un romanzo famigliare che a mio avviso rimarrà. E ancora, se posso, il romanzo dello scrittore bosniaco Aleksandar Hemon: Il libro delle mie vite (Einaudi), che è un significativo esempio di come la scrittura autobiografica possa mettere in gioco, in senso tanto etico quanto stilistico, questioni più essenziali dell’alternanza tra fiction, autofiction e non fiction, praticata, in Italia, con un gusto e una postura che talvolta corrono il pericolo di rinchiudersi nella maniera.

Raoul Bruni, critico letterario
Alla prima domanda rispondo: La caduta (Nutrimenti) di Giovanni Cocco; alla seconda: la traduzione integrale in inglese dello Zibaldone di Leopardi, curata da Michael Caesar e Franco D’Intino per l’editore statunitense Farrar, Straus and Giroux.

Serena Casini, junior editor della narrativa italiana ilSaggiatore
Personalmente guardo con curiosità a Francesco Formaggi, che quest’anno ha esordito con Neri Pozza con Il casale: controllato e metodico nella scrittura, attento alle pieghe della mente, la cui parola ha una sensibilità rara.
Difficilissimo dire quale sia per me la pubblicazione più significativa del 2013. Molto. E allora vado di affetti e di pancia e compaiono nella mente due nomi, e mi dispiace che siano non italiani ma così mi è venuto: La festa dell’insignificanza di Kundera, uscito per Adelphi (ho amato la chiacchierata dei cinque amici ritratti con ironico cinismo dal praghese-parigino), Stella distante (Adelphi) di Roberto Bolaño, che recensii con amore su Bookdetector.

Gabriele Dadati, editor della narrativa italiana Laurana Editore
Per me l’esordio italiano più interessante del 2013 è il romanzo L’ordine di Babele di Flavio Villani, che è stato pubblicato da Laurana Editore a novembre scorso. Pazienza se l’ha pubblicato l’editore di cui sono consulente, e quindi mi si taccerà di conflitto d’interessi, ma quello di Flavio è un libro come non se ne vedevano da anni. Non solo nell’ambito della narrativa italiana. Un libro veramente prodigioso.
La pubblicazione più significativa? Direi più che altro la decisione editoriale più significativa: quella di Adelphi di rimettere in commercio, uno dopo l’altro, i titoli dispersi di Emmanuel Carrère, a cominciare dal più importante: L’avversario.

Jacopo De Michelis, responsabile narrativa Marsilio Editori Continua a leggere

Recensione dell’IMPRONTA DELL’EDITORE di Roberto Calasso

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Recensione dell’Impronta dell’editore (Adelphi) di Roberto Calasso, pubblicata sul periodico di arte e cultura ilBellavista.

Due i peccati originali di questo libello di Roberto Calasso, direttore editoriale dell’Adelphi: il primo è il tratto autocelebrativo, che si addice a una pubblicazione promozionale più che a un’opera in commercio; il secondo è quello di non essere stato concepito unitariamente, si tratta infatti per lo più di una miscellanea di riflessioni e interventi già pronunciati o pubblicati altrove. Ciononostante è una lettura significativa e ricca di spunti, poiché Calasso non solo esplicita le coordinate storico-culturali dell’Adelphi, ma definisce anche i requisiti della buona editoria.

Quello dell’Adelphi è, infatti, uno dei cataloghi che spazia maggiormente tra le diverse discipline e gli innumerevoli generi letterari, ma sempre rispondendo a una trama di fondo complessa, affascinante e coesa. Spesso si tratta di opere affratellate dalla loro singolare natura di “libri unici”: «dove subito si riconosce che all’autore è accaduto qualcosa e quel qualcosa ha finito per depositarsi in uno scritto»; ma rilevanti sono anche il nesso con la cultura mitteleuropea e una certa ascendenza spirituale, con il tentativo di dar spazio a ciò che l’intellighenzia italiana di sinistra (degnamente rappresentata dall’Einaudi) tendeva nella seconda metà del ’900 a omettere, a trascurare.

Interessanti sono anche le considerazioni sul rischio di una cultura digitale che, con il proliferare delle interconnessioni, finisca per annullare il peso specifico e il significato non solo delle singole opere, ma anche del percorso editoriale in cui si collocano. E proprio sul ruolo dell’editore si soffermano con acume la seconda e la quarta sezione dell’Impronta dell’editore, le più incisive (la prima invece, come si accennava, si concentra prevalentemente sulle vicende e sulla singolarità dell’Adelphi, la terza raccoglie alcuni brevi articoli e discorsi commemorativi su celebri professionisti dell’editoria). Calasso sottolinea qui la paradossale difficoltà di rapportarsi con il mercato per chi si ponga come obiettivo esclusivo quello di pubblicare solo libri di valore, ma al contempo denuncia il rischio di venir troppo distratti da parametri di vendibilità e affini, screditando la propria linea editoriale e rinunciando a valutare la qualità. Invece, ribadisce con opportuna fermezza, sono proprio la ricerca letteraria, l’azzardo di un giudizio, il perseguimento di un’idea di cultura a definire la funzione di un editore e a garantirne l’irrinunciabilità anche nella nuova epoca del digitale.

Roberto Calasso, L’IMPRONTA DELL’EDITORE (2)

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[dall’Editoria come genere letterario, nella miscellanea L’impronta dell’editore]

[…] perché un editore rifiuta un certo libro? Perché si rende conto che pubblicarlo sarebbe come introdurre un personaggio sbagliato in un romanzo, una figura che rischierebbe di squilibrare l’insieme o di snaturarlo.

 

[da «Faire plaisir», nella miscellanea L’impronta dell’editore]

La percezione della qualità o non-qualità di un libro diventa un elemento sempre più evanescente e secondario. Quel certo libro va o non va? A che cosa si riallaccia? È cool o non è cool? È una tendenza o è antiquato? Funzionerebbe come e-book? L’autore viaggia o non viaggia? Rende, in televisione? Sono alcune questioni che vengono soppesate con gravità. Parlare della bruttezza – o bellezza – di un libro sembra disturbante, fuori luogo. Così avviene all’interno delle case editrici perché così avviene nella psiche del vasto mondo.

Roberto Calasso, L’IMPRONTA DELL’EDITORE

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[dall’Editoria come genere letterario, nella miscellanea L’impronta dell’editore]

Se si chiede a qualcuno: che cos’è una casa editrice? la risposta abituale, e anche quella più ragionevole, è la seguente: si tratta di un ramo secondario dell’industria nel quale si tenta di fare denaro pubblicando libri. E che cosa dovrebbe essere una buona casa editrice? Una buona casa editrice sarebbe – se mi è concessa la tautologia – quella che si suppone pubblichi, per quanto possibile, solo buoni libri. Quindi, per usare una definizione sbrigativa, libri di cui l’editore tende a essere fiero, piuttosto che vergognarsene. Da questo punto di vista, una tale casa editrice difficilmente potrebbe rivelarsi di particolare interesse in termini economici. Pubblicare buoni libri non ha mai reso spaventosamente ricco nessuno. O, per lo meno, non in misura comparabile a ciò che può accadere fornendo al mercato acqua minerale o computer o borse di plastica. A quanto pare un’impresa editoriale può produrre guadagni notevoli soltanto a condizione che i buoni libri siano sommersi fra molte altre cose di qualità assai differente. E quando si è sommersi, può facilmente accadere di annegare – e così sparire del tutto.