Intervista a Francesca Lang, editor Piemme

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Francesca Lang lavora dal 2005 per le Edizioni Piemme, di cui attualmente è l’editor della narrativa italiana.

Quale percorso formativo e professionale ti ha portato a diventare editor delle Edizioni Piemme?
Mi sono laureata in Filosofia Contemporanea, alla Statale di Milano, poi ho frequentato un corso di editoria alla New York University e, al mio ritorno, ho iniziato uno stage in Piemme, dove lavoro tuttora. In passato mi sono occupata anche di narrativa straniera, ma la mia vera passione è, da sempre, la narrativa italiana. Quindi ora sto facendo ciò che mi piace fare, mi ritengo molto fortunata.

Attraverso quali canali vi giungono i manoscritti inediti? Quali errori non deve commettere chi propone un testo alla tua attenzione?
I manoscritti inediti arrivano o attraverso gli agenti letterari oppure per posta, elettronica e non.
Un consiglio per chi non ha un agente – e quindi non ha nessuno che perori la sua causa – è sicuramente studiare bene l’editore a cui ci si rivolge, evitando di inviare testi che non rientrino minimamente nei generi pubblicati dall’editore stesso. In secondo luogo, credo sia importante aggiungere al manoscritto una descrizione della trama e dei punti salienti del libro, che possa aiutare chi deve leggere a comprendere ciò che ha davanti da subito.
Infine, sicuramente rivolgersi a una persona in particolare, piuttosto che alla “redazione”, aiuta quantomeno ad arrivare alla scrivania giusta.
Credo che attualmente il self-publishing sia un ottimo modo per farsi “notare” dagli editori. Certo, anche in quel caso, la concorrenza è tanta e si rischia di essere una goccia nel mare.

Quanto contano nel tuo lavoro i criteri letterari e quanto gli orientamenti del mercato?
Piemme è una casa editrice di taglio commerciale, quindi l’attenzione al mercato ci viene sempre richiesta. Penso che l’attenzione ai gusti del pubblico sia sempre necessaria. Certo è che i veri casi editoriali, tra questi il nostro Cacciatore di aquiloni, solitamente nascono proprio da storie originali, che non assomigliano a nulla, ma creano un genere nuovo.
In ogni caso credo che, per un editor, sia importante scegliere libri di cui è convinto al cento per cento, non solo perché “funzionano” e in cui, in qualche modo, si riconosce. Continua a leggere

Intervista a Linda Fava, editor Isbn Edizioni

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Linda Fava è caporedattrice e editor della narrativa italiana di Isbn e ha curato l’edizione italiana di Le cose cambiano.

Quale percorso formativo e professionale ti ha portato a diventare editor di Isbn Edizioni?
Ho capito che mi piaceva lavorare su testi di altri mentre frequentavo la Scuola Holden, più o meno sette anni fa (prima ho studiato comunicazione e gender studies, soprattutto). Lì facevamo un lavoro quotidiano sulla nostra scrittura, e capitava spesso di assistere alla lettura e analisi da parte di editor e scrittori dei racconti altrui (pratica che aiuta molto a sviluppare la capacità di lettura critica dei propri). Era una parte delle lezioni che mi avvinceva molto, e le occasioni per fare esercizio di editing, in una classe di venticinque persone che scrivevano, non sono mancate. Dopo la Holden ho trovato uno stage nella redazione del Saggiatore, dove a suon di bozze e revisioni ho imparato la parte più pratica del mestiere. Poi ho incontrato Davide Musso, editor di Terre di mezzo, che insieme al resto della redazione mi ha “preso a bottega” per qualche tempo. E infine è arrivata Isbn, dove sono entrata come redattrice ormai quasi cinque anni fa. Isbn è un posto dove i ruoli si definiscono anche attorno alle inclinazioni di chi ci lavora, perciò dopo qualche tempo ho cominciato a dedicarmi molto alla narrativa italiana, prima occupandomi dell’editing dei testi e poi assumendo anche un ruolo propositivo. La redazione di Isbn è composta di tre persone e le uscite di narrativa italiana sono solo tre o quattro all’anno, perciò naturalmente non ho mai smesso di occuparmi anche della redazione di testi di narrativa straniera, saggistica, libri per bambini, insomma di tutto il resto della produzione (l’unica cosa da cui cerco di stare il più possibile alla larga sono i saggi sul calcio).

Attraverso quali canali vi giungono i manoscritti inediti? Quali errori non deve commettere chi propone un testo alla tua attenzione?
Riceviamo moltissime proposte spontanee all’indirizzo dedicato che c’è sul sito di Isbn, ma recentemente ci siamo resi conto che non riuscivamo a tenere il passo con la lettura e valutazione e abbiamo deciso di sospendere temporaneamente la ricezione di nuovi manoscritti, dandone comunicazione sul sito. Poi sono in contatto con diverse agenzie letterarie, e da loro ricevo proposte abbastanza regolarmente. E quando incontro qualche penna interessante in giro sono io a muovermi per richiedere eventuali testi inediti. Continua a leggere

Intervista a Claudio Ceciarelli, editor Edizioni e/o

eo edizioni logoClaudio Ceciarelli ha collaborato con le case editrici Theoria, Einaudi (collana Stile libero), Adnkronos Libri; ora è l’editor della narrativa italiana delle Edizioni e/o.

Quale percorso professionale ti ha portato a diventare editor e come sei giunto infine alle Edizioni e/o?
Dopo la laurea in Filosofia ero in attesa di entrare nella redazione dell’Enciclopedia delle scienze sociali della Treccani. Conobbi casualmente (era il 1988) Beniamino Vignola, fondatore di Theoria, e feci con lui una lunga chiacchierata alla fine della quale mi propose di “dargli una mano” nelle attività redazionali della casa editrice. Dopo un mese di volontariato nella sede romana di via Severano capii che quella era la cosa che volevo fare da grande. Ebbi la fortuna di imparare “sul campo”, senza scuole particolari, ma con l’esempio e l’aiuto di grandi professionisti come Severino Cesari, Paolo Repetti, Ottavio Fatica e il compianto Malcolm Skey, per citarne solo alcuni. La fine dell’esperienza di Theoria – causata dalle crescenti difficoltà finanziarie che condussero la casa editrice al fallimento – fu per me per molti versi traumatica, ma mi lasciò intatta la voglia di continuare. E così, dopo un paio d’anni passati a fare altro per campare, alla prima occasione (la nascita di Stile libero) mi rituffai nel mondo dell’editoria, dividendomi tra la cura di alcuni titoli della collana e l’attività di direttore editoriale dell’Adnkronos Libri, esperienza chiusasi nel 2001. A quel punto lavorai per alcuni anni a tempo pieno a Stile libero finché nel 2005 non lasciai la redazione della collana – divenuta nel frattempo una vera e propria casa editrice nella casa editrice – per problemi di salute, superati i quali iniziai la felice collaborazione tuttora in essere con Sandro Ferri e Sandra Ozzola di e/o in qualità di editor per la narrativa italiana.

Quanti dei testi pubblicati vi pervengono attraverso la procedura indicata sul sito delle Edizioni e/o (http://www.edizionieo.it/proposte.php)?
Un paio all’anno se va bene, ma in compenso il faticoso lavoro di selezione e scrematura ci consente di avere il polso sull’evoluzione dei gusti e delle tendenze letterarie che provengono dalla pancia del Paese che scrive. Per esempio, da due o tre anni a questa parte è aumentato in maniera esponenziale il numero delle sceneggiature-in-forma-di-romanzo, chiaro segno a mio parere di un influsso crescente del cinema e della televisione, con le rispettive sintassi, sul modo di pensare e fare letteratura. Gli esiti sono quasi sempre discutibili, ma è indubbio che la lingua letteraria abbia subìto e stia subendo un processo di trasformazione che potrebbe diventare epocale.

Quanto contano nel tuo lavoro i criteri letterari e quanto gli orientamenti del mercato?
Gli “orientamenti del mercato” non sono una bestemmia, ma sicuramente il gusto personale degli editori e mio determina le scelte dei titoli da pubblicare molto più dell’inseguire le mode del momento. È in questo il DNA della casa editrice, che ne contraddistingue la storia, l’identità attuale e, spero, quella futura. Continua a leggere

Intervista a Mauro Maraschi, editor di Hacca Edizioni e caporedattore di Caravan Edizioni

hacca_edizioni_logoMauro Maraschi è editor della narrativa di Hacca Edizioni e dal 2013 socio e caporedattore di Caravan Edizioni.

Come sei arrivato a occuparti di editing per Hacca Edizioni? Com’è nato il rapporto con la casa editrice Caravan?
Fino al 2009 i miei contatti con il mondo editoriale erano stati marginali. È stato lo Studio Oblique, con il suo Corso per Redattori, a fornirmi gli strumenti per entrare a farne parte e a mediare affinché ottenessi uno stage da Hacca. L’editing è arrivato gradualmente, grazie anche alla co-curatela dell’antologia ESC insieme a Rossano Astremo. Puntualizzo che non sono io a occuparmi, presso Hacca, della selezione dei testi e che il dialogo con Francesca Chiappa, editore e editor, è parte integrante del mio lavoro. Caravan è invece storia recente: tutto ciò che posso dire, al momento, è che mi sono unito al suo viaggio perché in piena sintonia con la professionalità e il rigore filologico di Serena Magi e degli altri soci e collaboratori.

Quali errori non deve commettere chi propone un manoscritto? Come sottoporre un inedito alla tua attenzione?caravan_edizioni_logo
Se parliamo di invii spontanei in redazione, gli errori si fanno sempre e comunque, e non saranno quelli a influenzare il talent scout o il lettore. Se il manoscritto ha un valore (che raramente è assoluto, e varia con il contesto) il talent scout dovrebbe identificarlo a prescindere dalla formalizzazione della proposta. Io chiedo soltanto chiarezza nella comunicazione: autore e titolo nell’oggetto della mail, una sintetica biografia nel corpo della stessa e un unico allegato che contenga contatti, sinossi e opera. Tutto ciò, ovviamente, non prima di aver capito la linea editoriale della casa contattata. Aggiungo che sono spiazzato dalla quantità degli invii: nonostante Caravan sia una realtà davvero piccola, la media è di due testi al giorno, il che significa più di settecento all’anno. Colpa di Masterpiece?

Quanto contano nel tuo lavoro i criteri letterari e quanto gli orientamenti del mercato?
Bisogna cercare un compromesso. Per quanto possibile, la mia aspirazione è quella di pubblicare soltanto testi meritevoli e possibilmente ambiziosi, dove per testo meritevole intendo tutto ciò che si discosta dalla maniera e/o dal narcisismo, e che non sia un compendio di cliché ben argomentati ma un testo a suo modo necessario, portatore di una visione specifica, coerente e amorale, come amorale – a mio parere – è tutta la vera letteratura. Continua a leggere

Intervista a Claudia Tarolo, editor e coeditore della Marcos y Marcos

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Claudia Tarolo, oltre che editor, è anche coeditore e traduttrice della Marcos y Marcos.

Come sei giunta dalla dirigenza di una multinazionale alla conduzione con Marco Zapparoli della Marcos y Marcos?
Leggevo tantissimo fin da bambina, al liceo mi sono innamorata della traduzione; a quindici anni ho conosciuto Marco Zapparoli e abbiamo condiviso per la prima volta l’amore per i libri e le parole, per poi seguire strade differenti.
Al momento di scegliere una facoltà universitaria io ho cercato nuove prospettive, confini di ragionamento rigoroso: il mondo del diritto è stata una scoperta affascinante. Spaziare dalla ricerca universitaria allo studio professionale alla direzione legale di una multinazionale è stato stimolante e formativo, oltre a offrirmi il reddito di cui avevo bisogno per vivere da sola con mia figlia. Per anni, ho coltivato insieme queste due passioni; di giorno l’impegno concreto della grande azienda, di sera, dopo aver messo a letto mia figlia, le traduzioni e le revisioni che non ho mai smesso di fare e che mi offrivano il lusso di una dimensione intima del pensiero che di giorno mi mancava. Poi, nel 1999, il secondo incontro con Marco Zapparoli ha cambiato la mia vita. Lui aveva bisogno di un socio con cui sviluppare nuove idee, io ero finalmente pronta a dedicarmi a tempo pieno alla mia passione fino ad allora clandestina. Meno soldi, impegno totale, ma la bellezza di una nuova avventura in un campo che avevo sempre amato con una persona con cui esisteva una grande intesa. Avremmo scoperto con il tempo quanto le nostre qualità fossero complementari e ci consentissero uno scambio entusiasmante.

Attraverso quali canali vi arrivano i manoscritti? Noti delle differenze rispetto a qualche anno fa nella qualità e nella quantità degli inediti che vi pervengono?
I manoscritti giungono da ogni canale possibile e immaginabile: Fulvio Ervas è arrivato per posta in una busta di carta riciclata, Giorgio Caponetti ci ha schiaffato il suo dattiloscritto sul tavolo della colazione quando siamo capitati per caso nell’agriturismo (bellissimo) che gestiva con sua moglie; Paolo Nori l’abbiamo conosciuto organizzando uno spettacolo alla Triennale di Milano, Lello Gurrado è arrivato tramite Tecla Dozio, mitica libraia milanese della Libreria del giallo, e Cristiano Cavina l’abbiamo conquistato battendo gli avversari al photo finish dopo una segnalazione della direttrice della scuola Holden.
Dopo il successo di Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas i dattiloscritti arrivano a valanga e come sempre la stragrande maggioranza è frutto di un equivoco, di una banale confusione tra allineamento di parole e letteratura.

Quanto contano nel tuo lavoro i criteri letterari e quanto gli orientamenti del mercato?
L’unica cosa che conta per me è che il testo abbia un valore; che abbia voce, storia, pensiero. Se in questo senso mi colpisce, lo pubblico e faccio il possibile per venderlo. L’aspetto commerciale viene sempre dopo, quando cerchiamo di vendere i libri che abbiamo scelto. Certo, siamo un’azienda che può contare soltanto sulle vendite dei libri, quindi dobbiamo assortire la nostra offerta in modo che libri che vendono di più finanzino i libri che vendono di meno. E dobbiamo essere accorti nelle nostre acquisizioni. Ma al di là di questi accorgimenti, non potrei mai pubblicare un libro che non mi piace solo perché penso che possa vendere. Nessuna casa editrice con una forte impronta personale può farlo. I nostri lettori lo sanno e ci danno fiducia per questo; possono non condividere una nostra scelta ma sanno che è sempre sincera.

Quasi sessantamila testi pubblicati ogni anno, sempre più precari dell’editoria, sempre meno lettori: secondo te come si è arrivati in Italia a questa situazione? È ancora possibile uscirne? Continua a leggere

Intervista a Fabrizio Cocco, editor della Longanesi

logo-longanesiFabrizio Cocco è editor della Longanesi dal 2008.

Quale percorso formativo e professionale ti ha portato a diventare editor della Longanesi?
Sono laureato in Filosofia estetica, ho lavorato in pubblicità e comunicazione e nel frattempo, da esterno, ho cominciato a fare il consulente per Longanesi e Guanda. Dopo un decennio sono entrato in Longanesi come editor.

Attraverso quali canali vi giungono i manoscritti? Noti delle differenze rispetto a qualche anno fa nella qualità e nella quantità degli inediti che vi pervengono?
Arrivano da tutti i canali che l’aspirante scrittore riesce a inventarsi: accanto ai plichi cartacei giunti per posta o consegnati a mano, ci sono testi inviati via mail, fatti pervenire tramite un agente, un amico, un conoscente, inviati su Facebook o anche twittati a colpi di 140 caratteri alla volta. È così da quando ho iniziato a lavorare in questo settore, a dire il vero, ma sono solo cinque anni e le modalità erano già di questo tipo… Semplicemente, crescono l’inventiva e l’ingegno e la voglia di apparire. Per questo, consiglio sempre di partecipare a iniziative come IoScrittore, il torneo letterario gratuito lanciato ormai qualche anno fa dal Gruppo GeMS su idea di Stefano Mauri e che permette agli aspiranti scrittori di farsi leggere e valutare da altri aspiranti scrittori. Perché prima di tutto bisogna essere lettori, lettori forti.

Quanto contano nel tuo lavoro i criteri letterari e quanto gli orientamenti del mercato? Continua a leggere

Intervista a Serena Casini, editor del Saggiatore

logo_ilSaggiatoreSerena Casini, redattrice del Saggiatore dal 2008, da due anni si occupa anche di scouting e editing per la narrativa italiana. Collabora con il portale di recensioni Bookdetector.

Quale percorso formativo e professionale ti ha portato a diventare editor per ilSaggiatore?
Un’innegabile fortuna e una grande tenacia. Ero a Roma, libraia da sette anni con una laurea in Letteratura medievale in tasca. Collaboravo già con una editor freelance, ma allora il mio sogno era lavorare in casa editrice: alla ricerca di teoria iniziai il master in editoria che quell’anno, era il 2007, veniva inaugurato alla Sapienza. Dopo sei mesi uno dei professori mi propose di fare lo stage presso la sua casa editrice. Era Luca Formenton, era ilSaggiatore, e avrei dovuto lasciare la capitale per Milano. Per una fiorentina innamorata di Roma con un lavoro a tempo indeterminato fu una scelta tutt’altro che facile e le mie compagne di corso ricordano ancora i miei pianti nei corridoi. Furono le parole di un mio collega, il vicedirettore della Feltrinelli nella quale lavoravo, a dirmi di inseguire quel sogno che altrimenti avrei rimpianto per sempre. A luglio 2008 iniziai lo stage presso la redazione del Saggiatore e a fine anno avevo la mia scrivania. Ho sempre amato lavorare sui testi, dal lavoro redazionale di cesello alle lunghe telefonate con gli autori per studiare insieme e migliorare insieme il testo. Fu quando Formenton decise di lasciare spazio alla narrativa italiana, avvalendosi della collaborazione di Giuseppe Genna come editor e consulente, che iniziai a occuparmi anche di narrativa italiana.

Attraverso quali canali vi giungono i manoscritti? Noti delle differenze rispetto a qualche anno fa nella qualità e nella quantità degli inediti che vi pervengono?
Via mail o per posta, tramite agenti e fiere o segnalati da autori o amici, i manoscritti arrivano in casa editrice da moltissimi canali. Se non molto è cambiato per quanto riguarda la non-fiction, peraltro il primo interesse del Saggiatore, diverso è il discorso per la fiction: quando si è sparsa la voce che avremmo pubblicato narrativa italiana abbiamo ricevuto una pioggia di manoscritti, soprattutto cartacei, molti di esordienti assoluti. In merito alla qualità, diciamo che si trova di tutto, ed è fondamentale cercare di capire se sotto il testo che ci arriva e che abbisogna di lavoro c’è un ottimo libro. Continua a leggere

Intervista a Stefano Izzo, editor della narrativa italiana Rizzoli

rizzoli-libriStefano Izzo è editor della narrativa italiana Rizzoli e redattore di Granta Italia.

Quale percorso formativo e professionale ti ha portato a diventare editor Rizzoli?
Per entrare in una casa editrice, soprattutto una come la Rizzoli, a volte non basta avere talento, cultura, idee. A volte serve un colpo di fortuna, essere la persona giusta al momento giusto. Nel mio caso il colpo di fortuna si chiama Stefano Magagnoli, che nel 2005 fu casualmente ospite nell’agriturismo dei miei genitori nella campagna senese. All’epoca mi ero da poco laureato e lavoravo in un call center, covando il vago sogno di lavorare “intorno ai libri”, senza avere in verità alcuna consapevolezza di cosa si facesse realmente in una casa editrice. Avevo fatto vari tentativi, ma il massimo che avevo ottenuto era la possibilità di lavorare gratis per 12 mesi presso un editore scolastico: offerta rispedita al mittente. Magagnoli invece era un importante dirigente Mondadori (aveva da poco pubblicato Il Codice da Vinci…) e saltò fuori che cercava qualcuno che fosse giovane, intelligente, ma soprattutto avesse molta “fame”. Mi sono presentato, seduto di fronte a lui e, prima ancora ch’io potessi parlare, mi ha detto: «Ti faccio fare una prova. Se hai talento, sei il benvenuto. Altrimenti sei subito fuori». Una frase che mi intimorì, è chiaro, ma di cui apprezzai molto la schiettezza, e fu uno stimolo potente a sfruttare al meglio l’occasione. Poche settimane dopo, quando Stefano è approdato in Rizzoli, ho ricevuto la sua chiamata.

Oltre che dell’editing vero e proprio, ti occupi anche della selezione degli inediti? Attraverso quali canali vi giungono i manoscritti?
La selezione degli inediti è stato il mio primo incarico in casa editrice, ero il primo filtro delle centinaia di proposte che arrivavano ogni anno. Tra il 2005 e il 2008 credo di avere valutato circa un migliaio di dattiloscritti, leggendo per intero almeno la metà di essi, preparando per ciascuno un report dettagliato, rispondendo a tutti gli aspiranti. Questa parte del lavoro mi ha insegnato molto, in particolare mi ha permesso di affinare quella capacità di critica su cui si basa poi l’editing vero e proprio: in entrambi i casi si tratta di capire quali sono i punti forti e quelli deboli di un testo, se e come è possibile intervenire, se è un testo che può avere un pubblico o, almeno, una collocazione all’interno di un programma editoriale. Lo considero tuttora il passaggio obbligato per chiunque voglia imparare questo mestiere.
Quando ho iniziato, otto anni fa, la maggior parte delle proposte arrivava in cartaceo; oggi l’80% mi raggiunge via mail. Le agenzie letterarie sono forse il canale al quale diamo più attenzione, perché ciò che ci propongono ha già superato il loro vaglio. Ma tanti spediscono le loro pagine direttamente, senza intermediari. I più arditi mi contattano tramite i social network (cosa che però vorrei evitare…) o si fanno avanti a margine delle presentazioni in libreria. In generale apprezzo l’intraprendenza degli aspiranti scrittori perché soltanto chi è molto determinato e disposto a spendersi in prima persona può sperare, oggi, di vincere davvero la grande sfida. Continua a leggere

Intervista a Elisabetta Migliavada, direttrice della narrativa Garzanti

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Elisabetta Migliavada è la direttrice della narrativa Garzanti e tra i bestseller che ha portato in Italia figurano romanzi come Il profumo delle foglie di limone della Sánchez e Il linguaggio segreto dei fiori della Diffenbaugh.

Quali passi ti hanno portato dallo stage alla Piemme alla conduzione della narrativa per Garzanti?
Iniziare in Piemme per me è stata una grande fortuna, perché è lì che ho imparato le basi del lavoro editoriale e del publishing. Ero circondata da grandi professionisti che mi hanno insegnato tanto. Inoltre, la dimensione della casa editrice mi ha permesso di seguire sin da subito anche altri aspetti connaturati al mio lavoro, fondamentali, che vedevano la collaborazione stretta tra editoriale marketing e ufficio stampa. È stata una grande scuola. Dopo quattro anni, sono stata assunta in Garzanti, inizialmente in qualità di editor della narrativa straniera, per poi diventarne direttrice. Ero felicissima: ero stata presa dalla casa editrice di alcuni dei miei autori preferiti, ma c’era da rimboccarsi le maniche, trovare nuovi autori, lanciarli, sfidare il mercato. È stato ed è un grande percorso, che ha dato grandi risultati grazie al lavoro d’equipe della Garzanti e del gruppo Gems. In questi anni Garzanti si è imposta soprattutto nella narrativa femminile di qualità, e siamo riusciti a lanciare autori come Kim Edwards, Vanessa Diffenbaugh, Brunonia Barry, Erica Bauermeister, e Clara Sánchez, l’autrice spagnola ancora più letta del momento e ancora in classifica (tra poco festeggeremo i tre anni!) con Il profumo delle foglie di limone. Da un anno sono anche direttrice della narrativa italiana. Lavorare con gli autori è un processo di arricchimento continuo e mi sta dando tante soddisfazioni.

Attraverso quali canali scovi i nuovi autori e cos’è per te l’editing?
I canali sono tanti. Gli agenti prima di tutto. Ma anche le autocandidature: sono moltissime ed è impossibile guardarle tutte tempestivamente, ma credo sia importante comunque non ignorarle perché spesso anche lì tra le pile di manoscritti si può nascondere un fiore che attende solo di sbocciare.
L’editing è un processo lungo ed elaborato, che richiede tante ore. Le fasi sono tante, ma principalmente avviene in due passaggi: una prima sessione in cui insieme allo scrittore analizziamo il romanzo nel suo insieme, e una seconda in cui si interviene più nel dettaglio. Una regola che seguo sempre è questa: fare domande, tantissime domande. Non soltanto all’autore, anche ai suoi personaggi, e stimolarli a rispondere attraverso la penna dello scrittore. E ascoltare, ascoltare, ascoltare: solo così si riesce a lavorare bene insieme. Il mio lavoro è simile a quello di un’ostetrica: fare in modo che il bambino nasca, ma la madre ovviamente non sono io. Continua a leggere

Intervista a Davide Musso, editor Terre di mezzo

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Davide Musso è editor per la casa editrice Terre di mezzo, giornalista (ha collaborato, tra gli altri, con Rolling Stone e Pulp), scrittore (Vita di traverso, Gaffi). Il comun denominatore è certo la passione per la lettura e per la scrittura, ma come si conciliano queste tre figure professionali?
A volte si conciliano a fatica, perché si lavora su e con voci differenti che capita interferiscano tra di loro, in particolare per quanto riguarda la propria scrittura. Ma si punta sulla passione, appunto, per superare l’ostacolo.

Chi è per te l’editor e qual è il suo ruolo? Come vi siete incontrati tu e Terre di mezzo?
Con il termine “editor” si identificano due figure che non sempre e non necessariamente coincidono, ovvero il responsabile di collana o di settore che si occupa di scegliere e acquisire i libri, ma anche chi poi su quei libri “lavora” insieme con l’autore. Soprattutto in questo secondo caso, il ruolo dell’editor è quello di un lettore esperto, che deve cercare di far emergere agli occhi dell’autore eventuali problemi che il testo possa presentare, aiutandolo a trovare le soluzioni più adatte.
L’incontro con Terre di mezzo risale al lontano 1997, quando collaboravo all’omonima rivista come giornalista. Da lì il legame si è rafforzato negli anni e dal 2006 lavoro in casa editrice. Continua a leggere