Brevissimi e appassionati consigli di lettura

Appassionati consigli di letturaSarà che più si legge e più si diventa esigenti o che mi riesce sempre più difficile scindere editor e lettore, fatto sta che, quelle rare volte in cui mi imbatto in libri (recenti o meno) che mi entusiasmano o in inediti che riesco poi a pubblicare con TerraRossa, qualcosa in me si ridesta e vorrei consigliarli e spiegarne il perché a quante più persone è possibile. Ecco dunque, in poche righe, le ultime opere che hanno acceso quella scintilla rara e preziosa che dà senso a quel che faccio.

Thomas Bernhard, Il soccombente (Adelphi, traduzione di Renata Colorni)
Un brillante interrogarsi sul rapporto tra genio e talento da parte del narratore: uno dei tre protagonisti insieme a un altro virtuoso del pianoforte, morto suicida, e a Glenn Gould, la cui inarrivabile maestria condannerà i suoi amici alla resa dinanzi ai propri limiti. Il suntuoso stile di Bernhard, inebriante ma non facile da seguire, è un blocco di testo unico, torrenziale e senza paragrafi, ricco di incisive deviazioni.

Albert Camus, La caduta (Bompiani, traduzione di Sergio Morando)
Uomo un tempo magnanimo e avvenente, nonché stimato avvocato, il narratore rivela in un lungo monologo come la propria vita abbia cominciato a scricchiolare, via via che ne coglieva la falsità e con la scoperta che non potrà estinguersi il tormento di una grave omissione. Opera breve e destabilizzante: è un’accusa lucida e feroce di quanta meschinità sostenga le relazioni sociali.

Dulce Maria Cardoso, Eliete – La vita normale (Voland, traduzione di Daniele Petruccioli)
Inizialmente Dulce Maria Cardoso ci presenta narratrice, madre e nonna paterna in un complesso rapporto di affetto, condizionamenti e rivalse che dal presente si proietta indietro; poi la storia si concentra più che sulla famiglia di origine di Eliete su quella attuale e sulla sua insoddisfazione, sul ruolo e le possibilità dei social network nel ridefinire l’immagine di sé e gli equilibri relazionali, ma anche nel monitorare (illusoriamente) le vite altrui, nell’innescare adulteri, non sempre e non solo scaturiti dalla frustrazione, dalla necessità di sentirsi desiderati. Ne emerge un affresco molto nitido della contemporaneità, scissa tra vita percorsa o immaginata, e la scrittura dà costantemente una sensazione di spudorata verità.

Anna Maria Carpi, E io che intanto parlo (Marcos y Marcos)
Dinanzi a un testo lirico il mio sguardo è innanzitutto emotivo, dal momento che solo negli ultimi anni mi sono riaccostato a questa forma letteraria, per cui tendo a fidarmi dei consigli di chi è ben più competente di me e quest’opera mi è stata suggerita da Serena Di Lecce di MilleLibri: a lei va la mia gratitudine. Anna Maria Carpi utilizza la semplicità come trivella e l’intimità come lente per ragionare di speranza, affetti e torture famigliari, fede, solitudine, poesia e angoscia, sempre con delicatezza e pacata ironia.

Andre Dubus, Non abitiamo più qui (Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli e Gian Fulvio Nori)
Tre racconti legati tra loro e che mettono in scena gli stessi personaggi, ma protagonisti diversi; magistrale quello di apertura (l’unico in prima persona) che dà il titolo alla raccolta. A colpire è lo sguardo introspettivo e indulgente con il quale Dubus riesce a cogliere la complessità dei legami amorosi, la disparità di sentimento che spesso li condiziona, il desiderio di comprensione che appartiene a tutti.

Pierre Michon, La Grande Beune (Adelphi, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco)
Un giovane insegnante riceve il primo incarico in un paesino fluviale di provincia la cui seducente tabaccaia diventa la sua ossessione, al punto di pedinarla – e intuirne il coinvolgimento in una pratica o in una ritualità violenta – ma anche di vessarne il figlio, suo allievo. In origine il testo avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di un romanzo più ampio, ma già in queste pagine Michon conferma la propria abilità nell’adottare uno stile dall’eco antica per il lessico e l’ampio periodare, senza stridori con l’ambientazione nel 1961, e ancor più nel definire un’atmosfera sensuale e onirica che protrae il suo perturbante effetto ben oltre la conclusione della lettura.

Rosario Palazzolo, La vita schifa (Arkadia)
A raccontare le sue peripezie, con un italiano sghembo ed efficace, è un ritardato che ha finito per diventare un killer senza perdere il proprio stupefatto candore; si alternano diversi piani temporali: il presente in cui il narratore si dichiara morto, il passato prossimo con una trafila di omicidi e un amore inopportuno (che diventerà il fulcro del romanzo), il passato un po’ più remoto con le frustrazioni e le aspettative dell’infanzia e dell’adolescenza. Notevole l’abilità di Palazzolo nel forgiare un personaggio indelebile, una sintassi inedita ed espressioni folgoranti che frammischiano incanto e cinismo.

Sylvia Plath, La campana di vetro (Mondadori, traduzioni di Adriana Bottini e Anna Ravano)
Inizia come una storia di ribellione verso i simboli e le convenzioni del ruolo delle donne (costrette senza alternative a mostrarsi o sottomesse madri di famiglia o emancipate ma frivole) nell’America borghese di metà ’900, per poi diventare un potentissimo condensato di angoscia e alienazione, quando la narratrice comincia ad adulare la morte e poi a intraprendere un percorso di riabilitazione. Scrittura caustica e dolente che penetra sotto pelle, e strappa.

Jean Rhys, Buongiorno, mezzanotte (Adelphi, traduzione di Miro Silvera)
Un romanzo amaro e coraggioso, ancor più se si considera che è stato pubblicato nel 1939. La narratrice è una donna ferita che crede ormai raggiunto il tempo della disillusione e del disfacimento e vi fa fronte con l’alcol e fuggendo da se stessa e dagli altri in una Parigi crudele e giudicante. Sono pagine pregne di sofferenza e inclemente autoironia, in cui vengono dosate in modo inusuale e magistrale le epifanie.

Marco Rovelli, La parte del fuoco (TerraRossa)
Un immigrato clandestino e una ragazza autolesionista e sola, il loro incontro, la nostra società perbenista e ipocrita: sono i perni di un romanzo che riesce a parlare di dolore ed esclusione in modo diretto e vero, ma senza privare il lettore di un orizzonte di speranza. Uno dei rari casi in cui narrazione e impegno trovano un impeccabile equilibrio in uno stile insieme lirico e abrasivo.

Ezio Sinigaglia, L’imitazion del vero (TerraRossa)
È l’opera più eccentrica e sorprendente che mi sia mai capitata sotto gli occhi, non solo perché adotta un italiano antichizzato – di una musicalità tale da condurre senza attrito il lettore in un mondo fatto ancora di principati e botteghe artigiane –, ma anche perché racconta la licenziosa relazione tra un adulto e un ragazzino come solo alla letteratura è lecito fare: senza pudori e inibizioni.

3 thoughts on “Brevissimi e appassionati consigli di lettura

  1. xenio72 ha detto:

    Ora mi sento autorizzato a scrivere qualcosa di arcaizzante!

  2. orlando furioso ha detto:

    Il soccombente è stato l’unico romanzo di Bernhard che io sia riuscita ad amare.

  3. Amanda ha detto:

    Come cantava Gould mentre incideva i suoi concerti nessuno mai 😊

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...