Scrivere un romanzo: un resoconto dall’aldiquà del testo

Isabel Emrich_immersioneUna riflessione di Eduardo De Cunto sulle conseguenze della scrittura di un romanzo

Ricordo distintamente cosa pensai nel momento esatto in cui terminai la prima stesura del mio primo romanzo. Non “ah, finalmente, ho scritto un romanzo”, e nemmeno “chissà come è venuto”.

Mi dicono che sono più bravo coi racconti brevi. Beh, sono due discipline diverse. Il racconto è un’immersione profonda e rapida: si prende un’idea, o un ricordo, lo si lega intorno al collo come un masso, ci si fa trascinare nelle profondità marine e presto si taglia la corda e si riemergere a riprendere fiato. Il romanzo, invece, è un percorso che le idee te le cambia, è un lavoro complicato d’equilibrio e coerenza, un appuntamento fisso con te stesso che ti obbliga a ritagliare spazi di riflessione su di un medesimo tema. Anche nel romanzo ti capita di fare immersioni profonde, ma è richiesta anche una massiccia dose di ragione ordinatrice. Se il racconto può farsi ed esaurirsi nei fondali marini, il romanzo esige anche la terraferma.

Non sono di quelli capaci di pianificare a tavolino caratteristiche dei personaggi e trama; alcuni di quelli bravi pare lo facciano, e sono in grado di parlare di personaggi dalla psicologia completamente diversa dalla propria, di immaginare l’altro da sé e di risultare al contempo credibili. Quelli bravi, però: io di professione e formazione sono un giurista, non un letterato. Dunque, nel tracciare i personaggi, nel tentativo di renderli vivi, sono costretto a fare ricorso alle parti di me o di chi è intorno a me che li animeranno.

I protagonisti maschili del mio primo romanzo erano due ragazzi poco più che ventenni, per molti lati immaturi, l’uno perché eccessivamente superficiale, l’altro perché eccessivamente sensibile e introverso. Due caratteristiche che ho dovuto cercare e analizzare in me stesso, proiettare fuori da me, attribuire a soggetti inventati, e provare a far evolvere. Si dice che gli psicoterapeuti, per curare le malattie altrui, facciano ricorso alla propria malattia, alle proprie parti molli. Io lo facevo coi miei personaggi, ad appuntamenti fissi. Questo costante lavorio, man mano che i personaggi capivano cose di se stessi, man mano che li facevo incontrare e interagire, modificava il mio rapporto con le stesse componenti di me che mettevo in gioco.

Dei propri personaggi ci si affeziona. E li si giudica, inevitabilmente, anche se la prescrizione delle buone regole di scrittura è di non farlo (ma al limite si può riuscire a non darlo a vedere). Ci sono alcuni che ci stanno più antipatici e altri per cui proviamo una spontanea simpatia. Sappiamo dove sbagliano, in cosa sbagliano, qual è l’errore che ripeteranno e quali sono i loro limiti. E ci viene naturale di comprenderli e perdonarli. Dunque, questa è una cosa che è successa scrivendo il mio primo romanzo: ho dovuto per forza di cose perdonarmi ciò che perdonavo ai miei personaggi. Viste andare in giro sulle gambe di Alessio e di Achille (così si chiamavano) le mie imperfezioni mi sembravano, tutto sommato, piccole debolezze, qualche volta addirittura feconde. Man mano che i miei personaggi vivevano una propria evoluzione, man mano che Alessio mitigava la propria superficialità, man mano che Achille rimaneva invischiato nella propria introversione, individuavo percorsi di crescita per me stesso. Del resto, una volta appurato che i loro caratteri si nutrivano di parti del proprio autore, perché l’evoluzione che stavo descrivendo potesse risultare plausibile, doveva pur essere un’evoluzione percorribile anche da me. Se e quanto abbia poi effettivamente intrapreso questo cammino di automiglioramento è cosa che non può interessare nessuno, e che tengo per me.

Sì è tradotto tutto ciò in buona letteratura? Non lo so, ma poco importa: questo è solo un resoconto dell’aldiquà del testo di poche pretese, inutile a trarre qualsiasi buon consiglio.

Il secondo fenomeno verificatosi nello scrivere il mio primo romanzo: ho dovuto raffinare le mie idee. Mi spiego. Ognuno di noi se ne va in giro con le proprie convinzioni per la testa, ed è un diritto universalmente riconosciuto quello di avere convinzioni formulate ad cazzum. Il romanziere questa cosa non la può fare: messe in forma scritta, delle proprie convinzioni emerge ogni aporia. Nel momento in cui vuoi mettere in bocca al narratore o a un personaggio una riflessione, per il fatto stesso di metterla nero su bianco, ti accorgi che sei costretto a formularla e riformularla finché, nell’assumere una struttura sintattica, quella riflessione non si perfeziona. Certo, puoi benissimo voler rappresentare anche ragionamenti ad cazzum, ma devi essere consapevole del come e del perché quei ragionamenti siano tali.

Per dare una forma scritta a quello che comunemente si va pensando, si è costretti a chiedersi: ma io, questa cosa, la penso davvero? la penso nei termini in cui l’ho scritta? l’ho scritta bene? la devo riscrivere? come la devo riscrivere? Man mano che ci si incontra e ci si rincontra, per il tramite della scrittura, all’appuntamento con se stessi, le riflessioni si riformulano, si perfezionano, si prende coscienza dei pregiudizi che nutrivano le convinzioni di partenza, si riordinano le idee e si approda ad altro. Ecco, è questo che intendevo per ragione ordinatrice e terraferma: se da un lato dobbiamo chiamare in causa le nostre parti emotive e irrazionali, dall’altro, nel romanzo più che nel racconto, dobbiamo anche chiamare in causa un’ottima dose di ragione, tenere insieme i fili, rappresentare le contraddizioni prendendo coscienza del loro carattere contraddittorio.

Per quanto si sia trattato di un lavoro lungo, complesso, fonte di costante insoddisfazione, quando ho finito il primo romanzo ho pensato: “io non smetterò mai più di scrivere romanzi, non potrò più farne a meno”. Anche a buttar via quanto si è scritto, il tempo impiegato per scriverlo non è mai tempo sprecato – come quello speso durante l’infanzia a far parlare i pupazzetti.

 

Eduardo De Cunto lavora nella pubblica amministrazione; un suo racconto è stato pubblicato nell’antologia Come salmoni, a cura dell’agenzia letteraria Lorem Ipsum, e un altro apparirà sul numero di giugno della rivista «Risme». Qui una sua lettura di Cecità di Saramago: https://giovannituri.wordpress.com/2020/03/24/cecita-di-jose-saramago-e-linsensatezza-del-male/

2 thoughts on “Scrivere un romanzo: un resoconto dall’aldiquà del testo

  1. Amanda ha detto:

    Molto interessante, grazie

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