La bestia e la parola (parte seconda)

Caspar_David_Friedrich_-_Der_Mönch_am_Meer_Se vi siete persi la prima parte delle considerazioni di Antonio Lillo, vi suggerisco vivamente di rimediare; qui, ecco la prosecuzione che, partendo da questo periodo di quarantena e dai possibili scenari a cui può condurre, intreccia letteratura, cinema e fede

Continuo a parlare di forze etiche ed epidemia globale, lì dove l’epidemia è solo una parte del problema. Le misure di contenimento messe in atto in questi giorni, misure da “tempo di guerra” che restringono fortemente le libertà personali e limitano lo spazio dell’individualità in nome di un principio più alto di comunità a cui partecipiamo a freddo, senza vederci o toccarci, asetticamente attraverso uno schermo, mi hanno fatto pensare a un romanzo solo relativamente legato all’idea di epidemia, ma che affronta a più ampio raggio una riflessione sulla società che potremmo essere a breve.
Il libro in questione, intitolato Tutti a Zanzibar (Editrice Nord, 1988), è il capolavoro di un autore di fantascienza poco conosciuto in Italia, John Brunner, scritto nel 1968 e ambientato nel 2010. In questo universo dispotico immaginato nel ’68 il mondo è sovrappopolato, ci sono circa 7 miliardi di persone a dividersi il pianeta, ognuno ha un suo spazio vitale minimo assegnato dallo Stato (una stanza a testa) e vi sono leggi severe che regolano la natalità; la Cina è la superpotenza mondiale che si contende il pianeta con gli Stati Uniti in declino, e sta sviluppando una particolare biotecnologia che perfezionerà l’uomo eliminando qualsiasi tara genetica. In questo mondo, gli Stati Uniti vogliono impossessarsi di quella biotecnologia e al contempo cercano di instaurare rapporti con la Beninia, uno stato immaginario dell’Africa in cui, proprio per una tara genetica, è venuto meno ogni istinto violento, animalesco, insito nell’uomo. Scopo ultimo degli Stati Uniti è isolare quel particolare DNA africano per impiantarlo, attraverso la tecnologia rubata ai cinesi, nella propria popolazione in modo da inibire il malcontento sociale, determinato dallo stress da sovraffollamento e dall’insufficienza delle risorse, che sfocia in rivolte popolari e azioni terroristiche. Gli Stati Uniti possono contare sul supporto di Shalmanezer, intelligenza artificiale che ha raggiunto il pensiero indipendente. Alle freddure del computer si contrappongono le riflessioni di Chad Mulligan (trasposizione romanzata di Marshall McLuhan) che mette inutilmente in discussione il sistema.
L’elemento più affascinante del romanzo è la sua struttura a puzzle: ci sono decine di micro-narratori, ognuno con la propria voce, che attraverso una narrazione polifonica e frantumata – che tanto ricorda quella odierna dei social – ricostruiscono, oltre alla storia di spionaggio in sé, il tremendo e plausibile paesaggio sociale del romanzo, evidenziandone tutte le sue criticità. Quella spionistica è, per giunta, una storia senza uscita al cui epilogo, incapaci di districare una situazione che più va avanti più si fa ingarbugliata, si chiederà a Shalmanazer di elaborare i dati e trovare una soluzione (Deus ex machina). Di fronte a tale richiesta la morale, tristissima, la offre proprio Chad Mulligan: «A che vale essere umani, se a salvarci da noi stessi dev’essere una macchina?»
D’altra parte, se non siamo in grado di salvarci da noi, qualcun altro lo farà per noi, anche a costo di gravissime conseguenze. C’è da mettere sul piatto quello che possiamo ancora salvare, per quanto privo ormai della sua originale integrità, e quello che potremmo perdere per sempre. «Non si può abitare un cimitero e poi chiamarlo casa», è una delle battute più belle pronunciate da Vincent Price in un celebre film di fantascienza del 1964 chiamato L’ultimo uomo sulla Terra, regia di Ubaldo Ragona (tratto dal romanzo I Am Legend di Richard Matheson). La fantascienza di metà ’900, influenzata dalla Guerra Fredda, è sempre stata uno dei migliori banchi di prova per l’esplorazione di determinate teorie socio-politiche. Viene da dire, guardando le date, che negli anni ’60 avevano già capito come sarebbe andata a finire e poi hanno fatto di tutto per farcelo dimenticare.
Di che parla la pellicola di Ragona? In una città deserta – celeberrima la scena del protagonista che scende, davanti al palazzo dell’EUR, una scalinata disseminata di cadaveri – si aggira uno scienziato, il dottor Morgan, unico scampato a una epidemia che ha trasformato in vampiri tutti coloro che ne sono stati colpiti. Il precedente Governo aveva provato, con l’occultamento della verità e l’uso della forza, a negare gli effetti nefasti del male, ma così ha solo peggiorato le cose facendo dilagare l’epidemia. Il dottore, immune al morbo perché morso da un pipistrello, viene allontanato dalla comunità superstite degli uomini-vampiri – ancora dunque il tema dell’uomo che viene ridotto dal male a un’identità post-umana – perché, considerandoli appestati, li uccide mentre cerca un vaccino alla loro malattia. Il dottore, che si definisce “l’eletto”, è l’unica persona “sana”, portatrice di verità scientifica sul male, ma è anche l’erede di una Tradizione che rifiuta la diversità, la Novità insita in essa, e vuole curarla; incapace di rapportarsi con la nuova comunità nata dal compromesso col morbo, diventa egli stesso pericoloso per l’ordine sociale. Viene a sua volta ucciso, dopo una lunga caccia all’uomo, sull’altare di una chiesa. Il riferimento è ancora una volta palesemente cristologico, ma rovesciato. «Io posso salvarvi tutti, non uccidetemi aspettate. Siete dei mostri, io solo potevo salvarvi! Avevano paura di me, paura di me, paura di me, capisci?» Sono le ultime parole del dottore. «Non sapevano» gli viene risposto dall’unico vampiro che è riuscito a guarire, magra consolazione per questo piccolo Gesù in camice bianco.

*

La narrazione del film di Ragona sembra per certi versi parallela a quella che si sta costruendo intorno alla figura di Papa Francesco, il quale, di formazione gesuita, è sempre stato un abile comunicatore. Eppure, proprio in questi giorni di evidente stanchezza e avvilimento morale, giorni che mostrano l’inevitabile declino della Chiesa – spesso schernita e vilipesa anche per la sua impotenza di fronte alla crisi mondiale – la sua figura che officia al crepuscolo in piazza San Pietro vuota e avvolta dalla pioggia, passerà giustamente alla storia come carica di una drammaticità senza pari. È lo svuotamento definitivo del senso del rito come collante di una comunità attraverso cui si manifesta il divino: venuta meno la comunità, viene meno anche l’esistenza stessa del divino, l’utilità della sua Chiesa. In questa narrazione della Fine, Papa Francesco, che vorrebbe essere parte di una comunità, è invece, per carisma personale e ruolo, una individualità in lotta con la storia – e a tratti con la Chiesa stessa –, assume una statura eroica, romantica e solitaria come il Monaco in riva al mare di Caspar David Friedrich.
In tal senso mi pare vada letta l’omelia che il Papa ha pronunciato a Santa Marta il 1 aprile 2020. «Questi giorni la Chiesa ci fa ascoltare il capitolo ottavo di Giovanni, c’è la discussione tanto forte fra Gesù e i dottori della Legge. E soprattutto si cerca di far vedere la propria identità, Giovanni cerca di avvicinarci a quella lotta per chiarire la propria identità, sia di Gesù che l’identità che hanno i dottori. Gesù li mette all’angolo facendoli vedere le proprie contraddizioni e loro alla fine non trovano altra uscita che l’insulto. È una delle pagine più tristi, è una bestemmia… Ma parlando dell’identità, Gesù disse ai Giudei che avevano creduto, consiglia loro: Se rimanete nella mia Parola siete davvero i miei discepoli…». Il Papa rimarca: «rimanere nella Parola», poi passa a descrivere l’identità del discepolo e dice: «il discepolo è un uomo libero… un uomo della Tradizione e della Novità, è un uomo libero, libero, mai soggetto a ideologie, a dottrine dentro della vita cristiana, dottrine che possono discutersi…» Particolarmente pregnante quel “dentro della”, che è un errore ma diventa qui rafforzativo, perché mette in discussione la stessa dottrina cristiana, rivoltandola dall’interno, a vantaggio della libertà, che si attua nella Parola, e la Parola è il Logos, all’origine di ogni cosa.
Libertà, quindi, che non si può esprimere né solo attraverso la Tradizione (la dottrina, il sapere, l’esperienza) né solo attraverso la Novità (l’istinto vitale che ci spinge all’ignoto). L’una senza l’altra non sussistono. Ritorna qui, per altri versi, quanto già espresso da Bordini nella seconda parte di Epidemia: una Fine resta un discorso aperto (Tradizione) finché non accade, o finché non modifichi in qualche modo gli eventi (Novità). Così la terza parte del poema di Bordini acutamente non c’è, non ancora, perché «non c’è qualcosa che nasce da uno e due (3 è il numero della nascita) / tranne che la conoscenza». Ma, aggiunge il Papa, «non si capisce [conosce] soltanto con la testa, si capisce con la testa e col cuore». Che è poi la sola missione di chiunque faccia arte.

*

Dopo il messaggio di speranza, chiudo questi appunti – come fa John Brunner nel suo romanzo – coi necrologi, con un pensiero a coloro che non ce l’hanno fatta. Sono morti in moltissimi durante questa epidemia e loro va il mio tributo. Ma qui mi preme ricordarne due in particolare, i poeti Ėduard Limonov e Mario Benedetti, le cui vicende non potrebbero essere più distanti, ma che rientrano entrambi nel discorso fin qui abbozzato di una forte individualità che a contrasto con la propria identità comunitaria si traduce in narrazione, persino con la morte.
Limonov, persona tutt’altro che raccomandabile, è stato pianto da molti e con grande tam-tam mediatico il 17 marzo, non per la propria produzione poetica, ma come un grande eroe da romanzo; era una maschera appunto, il protagonista del libro di Emmanuel Carrère: la sua personalità strabordante ridotta a pretesto dell’opera di un altro, burattino tanto affascinate quanto Pinocchio, ma pur sempre creatura irreale, non umana, di legno.
Mario Benedetti, all’opposto, fin troppo fragile e umano, è scomparso come in un’opera di Pirandello. Già malato, muore quasi nel silenzio il 27 marzo, lo stesso giorno dell’epocale messa del Papa in una piazza vuota. Nei giorni successivi, pur nella commozione generale, viene ricordato anche dai giornali, ma è così poco conosciuto come personaggio pubblico, che i giornali sbagliano e pubblicano il necrologio con la foto del suo omonimo, il ben più noto poeta uruguayano Mario Benedetti.
Le immagini del suo funerale solitario – a causa delle restrizioni sanitarie – non potrebbero essere più in linea con la sua poesia scabra, schiva. Una cerimonia che ho trovato assai affine a quella di un altro grande isolato, Giorgio Caproni, scomparso trent’anni fa. Lo stesso Caproni, nelle sue ultime opere aveva annunciato con versi scarni non solo la presenza-in-assenza di Dio che stiamo vivendo, ma ancor più la presenza chiarissima di una Bestia assassina che si aggira sulla Terra e di fronte alla quale siamo soli con la nostra ragione.
«Io solo» confessa Caproni, «con un nodo in gola, / sapevo». Inestricabili come Yin e Yang, con la Bestia viene («è dietro») la Parola.

 

Antonio Lillo è direttore editoriale della casa editrice Pietre Vive. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche (L’innocenza del MaleViva CatulloDal confino, Rivelazione, Bestiario fiorito), una raccolta di racconti (La nostra voce non si spezza), e un’opera in versi e brevi prose (Limonio). Il suo blog personale è Tonio Rasputin.

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