LA PESTE di Albert Camus e il grande interrogativo: perché?

Follower_of_Jheronimus_Bosch_Christ_in_LimboUna lettura di Azzurra Scattarella del celebre romanzo di Alber Camus, La peste (tradotto originariamente per Bompiani da Beniamino Dal Fabbro e nella nuova edizione da Yasmina Mélaouah)

Nel momento in cui il COVID-19 è passato da malattia a epidemia fino a evolvere in pandemia, mi sono sentita pressappoco così: «Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza». Avevo iniziato da poco a leggere La peste, il capolavoro di Albert Camus, uscito nel 1947.
La storia è raccontata da un narratore onnisciente, di cui solo alla fine si scopre l’identità, che segue lo sviluppo degli eventi, descrivendo come la malattia scoppi ed investa Orano, città dell’Algeria francese, colpendo ogni fascia della popolazione.
Gli oranesi non si rassegnano, non capiscono, non accettano – all’inizio. Convinti di essere intoccabili, convinti di essere al sicuro, dapprima sottovalutano il pericolo, così le autorità tardano a prendere i giusti provvedimenti. E intanto il morbo si diffonde.
I famigliari proteggono i malati fino alla separazione finale. E intanto si infettano.
I medici cercano strategie terapeutiche efficaci. E intanto latitano.Il virus della peste, orribile malattia ritenuta scomparsa dal mondo conosciuto, riappare portato dai topi, che iniziano a crepare improvvisamente per le strade cittadine, per poi passare il morbo agli esseri umani, che nell’incredulità generale si arrendono all’evidenza: la malattia era tornata.
La città viene chiusa e isolata dall’esterno. Non si può più né entrare e né uscire. Questo causa l’infelicità di Rambert, giornalista francese rimasto bloccato a Orano, separato forzatamente dal suo amore, a Parigi, una bellissima donna che ancora non ha sposato. Rambert è cieco nei confronti della malattia, non si capacita di essere stato fermato in una città che non gli appartiene, non accetta che la sua vita sia messa in pausa da un problema non suo, i suoi piani siano bloccati per contingenze esterne (situazione nella quale ci si può facilmente riconoscere). Ma dopo aver battuto ogni via lecita e non per provare a ricongiungersi al suo destino, Rambert rimane invischiato negli eventi e decide di dare una mano. Perché, scopre, non si riesce a essere felici mentre tutti intorno sono infelici.
La peste_Albert Camus_copertinaLa peste abbonda di personaggi indimenticabili. Ho amato Tarrou, misterioso, serafico, disponibile, appare imbattibile nel suo petto largo e col sorriso gentile. Capo delle truppe di volontari contro l’emergenza, dirige, coordinato da Rieux, tutte le operazioni di allontanamento, quarantena dei malati e smaltimento dei copri, distribuendo cure, reclutando uomini, organizzando campi di guarigione. E poi c’è il piccolo grande Giuseppe Grand, minuscolo funzionario con l’ostinata passione per la scrittura, il cui problema è non avere le parole giuste. Ci sono il giudice Othon e suo figlio, le cui pene contorcono le viscere di qualsivoglia lettore.
Davanti alla malattia, c’è chi minimizza, chi cade preda della disperazione, chi cerca una spiegazione superiore, chi lucra avidamente.
È incredibile come Camus sia riuscito a descrivere, in modo predittivo, situazioni che stiamo realmente vivendo in questo periodo. Come ad esempio l’abolizione dei funerali e l’esperienza della morte vissuta in completa solitudine, tra spasmi e dolori, lontani dai propri cari. La creazione di tendoni e ospedali improvvisati ovunque. La rivolta dei carcerati. Il razionamento del cibo. L’insofferenza generalizzata per le regole.
La peste, che da bubbonica diventa polmonare, e per la quale fino alla fine non si trova un antidoto universalmente valido, è talmente spaventosa perché mette davanti a un grande interrogativo: perché sta accadendo? Perché a noi, perché qui, perché ora?
A un certo punto, sconforto e rassegnazione colmano le pagine del romanzo. La peste si è arroccata non solo nei corpi degli oranesi, ma anche nei loro animi. Anche Rieux, il dottore che sin dall’inizio ha individuato il male, è stanco, sfinito. La peste mette tutti davanti ai propri limiti, alle proprie debolezze e paure. «Per questo, inoltre, l’epidemia non m’insegna nulla, se non che bisogna combatterla al suo fianco, Rieux. Io so di scienza certa (sì tutto so della vita, lo vede bene) che ciascuno la porta in sé, la peste, e che nessuno, no, nessuno al mondo ne è immune.»
Leggere quest’opera adesso aiuta in un certo senso a sopportare le difficoltà del momento. A immaginare quali saranno gli scenari possibili, a ritrovarsi nelle angosce comuni, a delineare una fine ragionevole, a non aspettare che il virus scompaia per tenerlo a bada.
Solo dopo aver letto il libro ho scoperto che in realtà Camus nel descrivere la peste dipingeva una metafora con il morbo dilagante del comunismo totalitario russo. Non l’avrei mai detto e poco conta.

 

Azzurra Scattarella lavora come copywriter per un’agenzia di comunicazione web e ha collaborato per diversi anni con il lit-blog Temperamente, di cui era co-fondatrice. 

One thought on “LA PESTE di Albert Camus e il grande interrogativo: perché?

  1. […] temi che più mi interessano di quel lavoro, così come di altre opere citate in questi giorni – La peste, Cecità – e che di sicuro riemergeranno nelle narrazioni future sull’epidemia, riguardano: il […]

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