L’OMBRA DELLO SCORPIONE di Stephen King, la malattia e la condizione umana

The-Stand-Stephen-King-Serie-TvLa lettura di Enrico Macioci del romanzo di Stephen King alla luce dell’attuale pandemia e oltre

The stand, tradotto in italiano da Bompiani come L’ombra dello scorpione, lo lessi una prima volta ai tempi del liceo; l’ho riletto nel gennaio del 2020, un mese prima dello scoppio della pandemia. L’effetto è adesso straniante. Può capitare di leggere qualcosa che si è vissuto; vivere qualcosa che si è letto è molto più raro. Rarissimo, poi, se questo qualcosa riguarda tutti noi. Nel 1978 Stephen King fu lungimirante se si eccettuano due dettagli: a) la gravità del virus (per fortuna il Covid-19 è assai meno letale di Captain Trips); b) i social. La cosiddetta infodemia che sta accompagnando la pandemia nel libro non ha luogo – né ci sarebbe stato margine, estinguendosi il novantanove per cento dell’umanità nell’arco di un paio di settimane. Dove lo scrittore del Maine si rivela un maestro è nel tracciare il funzionamento della psiche individuale e collettiva. Distrazione, incredulità, cialtroneria, allarme, panico e infine orrore scandiscono la presa di coscienza del pericolo, descrivendo una traiettoria ricalcata dall’odierna emergenza.
Illuminante mi sembra la prospettiva che King delinea dopo la catastrofe. La società sopravvissuta si aggrega in piccoli gruppi alla maniera in cui si cercano le gocce di mercurio; ma poi, per ottenere unioni più vaste, occorrono calamite di una certa potenza: Mother Abagail da un lato, ultracentenaria invasata di Dio, e Randall Flagg dall’altro, emissario del demonio; e in mezzo uomini e donne – meglio, le loro anime. Anche se la tecnologia è giunta a dominare il mondo e ad ammucchiare merce ovunque, la sfera interiore resta la dinamo, la scintilla originaria di ciò che accade. Al di là del messaggio più esplicitamente religioso, credo sarà essenziale tenere conto di questa radice quando affronteremo il dopo-covid. Da quale calamita si farà attrarre un’umanità esausta e scoraggiata? Verso quale direzione volgerà la propria mente e il proprio cuore, le proprie speranze, le proprie energie, la propria fede insomma? A chi presterà ascolto? A quale parte di sé?
Il pregio principale del romanzo – un grande romanzo davvero – consiste nel tocco di realtà. King plasma una vivida folla e la situa in uno spazio amplissimo (nemmeno Guerra e pace è tanto vasto). The stand è un racconto tattile, concreto, ruvido; par di toccare l’erba, il manubrio delle motociclette, la ghiaia delle strade, il manico degli attrezzi, il metallo dei guardrail; par di sentire in faccia il vento e la pioggia e il sole e l’aroma dei prati, e di ascoltare l’immenso silenzio dei morti e quello attonito dei vivi. Strade, pianure, monti, crepacci, boschi, metropoli, centri rurali. Il micro e il macro si alternano senza rubarsi la scena, perché la scena è letteralmente tutto.
Le pagine memorabili non si contano. Larry Underwood che attraversa a piedi il Lincoln Tunnel di New York, buio, fetido e zeppo di automobili spente e di cadaveri, armato solo di un accendino; Stuart Redman che s’imbatte nel sociologo Glen Bateman (e nel suo dolcissimo cane Kojak), dopo diversi giorni di solitudine trascorsi a viaggiare sulle highways deserte; il progressivo rianimarsi della città di Boulder e delle dinamiche relazionali, dal vicinato al sesso, dall’amicizia all’amore, dall’ostilità all’odio; ma l’apice lo sperimentiamo nel canto finale sospeso fra dramma e salvezza, laddove Stuart – forse il vero eroe della storia – in compagnia del ritardato e angelico Tom Cullen affronta l’odissea del ritorno dall’amata Frannie, sotto la sferza dell’inverno imminente e sotto la minaccia di una polmonite.
The stand trascende il genere post-apocalittico, cui pure appartiene, per accedere all’empireo delle narrazioni universali. Il respiro epico, la solennità e la complessità dell’intreccio, il soffio dell’ambizione, la resa plastica dei personaggi e dei luoghi fanno di questo romanzo una gemma (“cupo scrigno di prodigi”, lo definisce lo stesso King nella dedica alla moglie). La contingenza del virus può rappresentare uno stimolo ulteriore alla lettura ma The stand, ben oltre il tema della malattia, parla con meravigliosa semplicità della condizione umana: esposta, fragile eppure sempre capace del miracolo di una nuova fioritura.

 

Enrico Macioci è autore della raccolta di racconti Terremoto (Terre di mezzo) e dei romanzi La dissoluzione familiare (Indiana), Breve storia del talento (Mondadori), Lettera d’amore allo yeti (Mondadori) e Tommaso e l’algebra del destino (in uscita per SEM).

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