NON È UNA GUERRA, È UNA MALATTIA

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Una riflessione di Cristò sull’uso mediatico della metafora bellica a proposito del Covid-19

La metafora non è solo una figura retorica. Non è un semplice orpello estetico utile a rendere, per dirla con Aristotele, un verso o un periodo chiaro e non pedestre. La metafora è il più potente strumento linguistico che l’uomo conosce per trasformare la realtà.
Sempre Aristotele nella Poetica dedica un breve paragrafo all’uso della metafora chiarendone con poche e precise parole la specificità: «La metafora è il trasferimento a una cosa di un nome proprio di un’altra o dal genere alla specie o dalla specie al genere o dalla specie alla specie o per analogia».
Il trasferimento a una cosa di un nome proprio di un’altra!
E infatti μεταϕέρω in greco antico significa proprio trasferire o più precisamente portare sopra. La metafora porta il significato di una parola, di un’espressione sopra quello di un’altra; copre un significato con un altro, lo trasferisce, lo sostituisce e sostituendolo lo trasforma. Ma trasformare il significato di una parola o di un’espressione può significare anche trasformare l’oggetto che quella parola o espressione descrive: cambiare il nome di una cosa può significare cambiare la cosa.
I testi della letteratura magica di tutte le epoche hanno usato la metafora come strumento di reinterpretazione del reale: mettendo in nuove relazioni analogiche la natura e le parole che la descrivono si creano nuove regole di interazione tra umano, subumano e sovrumano. Lo stesso processo linguistico è operato da tutte le grandi religioni, specialmente nei libri sacri e nei testi dei riti e delle preghiere. Il momento più alto della messa cristiana mette in scena una metafora potentissima:

«La vigilia della sua passione,
mentre cenava con loro,
prese il pane e rese grazie,
lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse:

Prendete, e mangiatene tutti:
questo è il mio Corpo
offerto in sacrificio per voi.

Allo stesso modo, prese il calice del vino
e rese grazie con la preghiera di benedizione,
lo diede ai suoi discepoli, e disse:

Prendete, e bevetene tutti:
questo è il calice del mio Sangue
per la nuova ed eterna alleanza,
versato per voi e per tutti
in remissione dei peccati.
Fate questo in memoria di me.»

Il pane e il vino diventano corpo e sangue, offerto e versato per tutti. L’atto stesso del mangiare e del bere, la base della sopravvivenza umana, diventano metafora del sacrificio carnale del dio vivente per la salvezza degli uomini.
Fino a qualche decennio fa, nel meridione italiano, tagliare il pane con il coltello era considerato un grave peccato: il corpo di Cristo andava spezzato con le mani e distribuito ai commensali e il compito spettava al maschio più anziano della famiglia. Attraverso una metafora così potente da diventare simbolo, il racconto religioso e il suo messaggio più profondo si portavano sopra il pane, a sua volta metafora del cibo e della sopravvivenza. Così la sopravvivenza stessa, la presenza di quel pane sulla tavola diventava un dono divino («dacci oggi il nostro pane quotidiano»), addirittura la prova concreta dell’esistenza di Dio.

Questa lunga premessa era necessaria per arrivare al punto centrale del mio discorso: non mi piace affatto che quella usata pressoché da tutti per parlare dell’attuale pandemia da Covid-19 sia la metafora della guerra. Non solo non mi piace ma credo che continuare a evocare immagini di scenari bellici sia pericoloso e controproducente. Ritengo che un’accorta classe dirigente dovrebbe evitare assolutamente un’analogia di questo tipo. Penso anche che i direttori delle testate giornalistiche dovrebbero avere un’esperienza e una conoscenza dell’impatto che alcune metafore possono avere sulla percezione degli eventi da parte dei lettori, soprattutto in un momento storico in cui la diffusione delle loro parole è quanto mai capillare e veloce, che li porti riflettere maggiormente sugli effetti psicologici e sociali che possa avere l’accostamento di un’emergenza sanitaria a una guerra contro un nemico spietato e invisibile.
Un articolo apparso stamattina (siamo al 22 marzo 2020) sul sito del quotidiano «La Stampa» a firma di Maurizio Molinari comincia con queste parole: «Con oltre 53 mila contagiati e 4825 vittime l’Italia è il primo campo di battaglia della sfida globale alla pandemia del coronavirus. Ciò significa che quanto avviene da noi nella lotta al Covid-19 ha un valore che va ben oltre le frontiere nazionali. La campagna italiana ha tre dimensioni: sanità, economia e valori»; ieri il quotidiano online Cremonaoggi.it: «Covid-19, bollettino di guerra: salgono a 300 le vittime nel territorio cremonese»; in un articolo redazionale sul sito del «Fatto Quotidiano»: «Domenico Arcuri, il nuovo supercommissario nominato da Giuseppe [Conte], parla per la prima volta in tv e spiega che le epidemie sono come le guerre, e quindi bisogna attrezzare la nostra economia come nei momenti di guerra […]».
Questi sono solo alcuni esempi scelti tra i primi risultati della ricerca su Google “Covid guerra”, ma basta accendere la televisione o far scorrere le bacheche dei social network per essere inondati da metafore belliche. I medici e gli infermieri sono soldati, le cure sperimentali sono armi, gli ospedali trincee; la distanza sociale è un coprifuoco, i decreti del governo campagne, il virus un nemico e così via. Tutto il repertorio linguistico della metafora bellica comincia a coprire e sostituire la realtà e a provocare reazioni sociali coerenti con la metafora stessa: bandiere italiane appese ai balconi da cui risuona ogni giorno all’imbrunire l’inno nazionale; un insensato patriottismo di fronte a un cosiddetto nemico che non ha identità nazionale, né culturale, etnica o religiosa. Da qui alla ricerca dell’untore traditore della patria e ai segnali di vernice dipinti nottetempo sulle case dei presunti infetti il passo è davvero breve.
Eppure dovrebbe essere evidente a tutti che qui non si tratta di uno schieramento di eserciti, una battaglia di intelligenza strategica e forza militare ma piuttosto del collasso di un sistema economico e ideologico che ha sottratto risorse e strumenti alla sanità pubblica, ha impoverito i lavoratori riducendo sistematicamente il potere d’acquisto dei loro stipendi e rendendo impossibile l’accumulo di risparmi, ha costretto le piccole e medie imprese e i lavoratori autonomi a non poter programmare sul lungo termine e nemmeno sul medio. Questa è la crisi di un sistema economico e ideologico che ragiona da troppo tempo sulle scadenze mensili e che non può permettersi di fermarsi neanche per una settimana senza collassare.
E allora se c’è una metafora appropriata alla situazione, forse, è proprio il virus stesso: il Covid-19 sta uccidendo un sistema economico e sociale vecchio e immunodepresso che negli ultimi decenni si è mantenuto in vita grazie a dosi massicce di medicinali da banco che, pur attenuando momentaneamente i sintomi della malattia, hanno messo a dura prova la resistenza dei suoi organi vitali.
Per questo mi è piaciuto molto un brevissimo post che ho letto qualche giorno fa su Facebook e di cui, nel mare magnum della mia bacheca, non sono riuscito a ritrovare l’autore. Solo tre parole: «Homo homini virus».

 

Cristò lavora in una libreria, suona il pianoforte e ha già pubblicato: Come pescare, cucinare e suonare la trotaL’orizzonte degli eventiThat’s (im)possible, La carne. Con TerraRossa Edizioni sono usciti gli ultimi due romanzi, Restiamo così quando ve ne andate La meravigliosa lampada di Paolo Lunare. Suoi contributi sono apparsi su «la Repubblica», su alfabeta2 e, online, su Artribune e minima&moralia.

8 thoughts on “NON È UNA GUERRA, È UNA MALATTIA

  1. Mariateresa Costanzo ha detto:

    Finalmente! È quello che sostengo dall’ inizio fi questa campagna di panico incentivato!
    Inutile dire che sono stata accusata di scarsa responsabilità civile, di essere visionaria e altre cose simili! Sottolineare che, il sistema sanitario italiano, ha subito tagli per 37 miliardi di euro in 10 anni non è servito a NULLA!
    IL panico è molto più contagioso del Covid 19

  2. Daniele Maria Pegorari ha detto:

    La puntualizzazione teorica di Cristò sul concetto di metafora è corretta, come ci si aspetta da uno scrittore del suo calibro. E condivido in toto la valutazione di questa pandemia come “collasso di un sistema economico e ideologico”; credo proprio che sia a partire da qui che nei prossimi mesi dovremo riflettere su questa tragedia collettiva… Sempre che il fatto che io abbia definito “tragedia” questa emergenza sanitaria non provochi poi la necessità di puntualizzare cosa sia propriamente la tragedia da Eschilo fino al dramma borghese… A proposito di teatro, mi irrita davvero in questi giorni la spettacolarizzazione mediatica del Coronavirus: esso non solo si diffonde e sta mietendo decine di migliaia di morti nel mondo con particolare riferimento all’Italia, ma viene “messo in scena” dai media (anche da quei varietà che fino a ieri si occupavano solo di nani e ballerine) che non sanno far altro che raccontare traumaticamente o miracolosamente una verità che non è reale, come (sulla scorta di Perniola) vado scrivendo e dicendo da anni. E tuttavia…
    E tuttavia, se anche riduco la mia esposizione al “contagio mediatico” (compresi i troppi messaggi whatsapp), rimane una condizione che, ahimè, non può diventare più accettabile solo perché la chiamo con un nome scientifico. Anzi (e ora mi assumo la responsabilità di dire una cosa che non piacerà a nessuno) questa vicenda è anche la débacle della scienza e non solo perché è sottofinanziata (ma quella medica è la più finanziata di tutte), ma perché l’antropocentrismo da cui non vogliamo guarire non sa ammettere la limitatezza della ragione, la mortalità dell’uomo, la sua arroganza sulle risorse planetarie, infine i metodi di riequilibrio che la natura conosce.
    E allora, se di fronte all’ennesima dimostrazione del fallimento della modernità antropocentrica, capitalistica e scientifica, mi aggrappo a una metafora (che altro non è che il tentativo di rappresentarmi in forme accettabili quello che altrimenti sarebbe ineffabile) non voglio sentirmi in colpa o in difetto. Vero, non è una guerra (iuxta il dizionario), ma le misure di contenimento della libertà individuale e collettiva, il numero dei morti, i posti di blocco, la durata dell’emergenza, centinaia di bare trasportate sui camion militari e le conseguenze disastrose e al momento incalcolabili sul piano economico non assomigliano a nessuna delle esperienze che il nostro Paese ha conosciuto ai tempi del colera e persino delle pestilenze del Seicento (dove i morti furono di più, ma il contesto socio-economico ben diverso, perché più ingiusto, non subì gli effetti di lungo termine che subiremo noi). Non è una guerra? No, che non lo è, è molto peggio, perché a memoria d’uomo non si ricorda un coprifuoco imposto 24 ore su 24 a 60 milioni di cittadini di un Paese democratico.
    Quando avremo finito di contagiarci e morire (e passeranno mesi!), dovremo aprire un’altra contabilità: quella dello sfacelo dei cuori e delle menti, di sciacallaggi, di chissà quanti altri crimini che stanno accadendo nel chiuso delle mura domestiche e di cui scopriremo gli scheletri fra anni e anni, di depressioni e paura della socialità che segneranno generazioni intere. Quando finalmente usciremo dalle nostre case, troveremo un deserto sul piano economico e morale. Allora sì, si riposeranno medici e infermieri e non solo perché ci sarà meno bisogno di loro: la ragione è che essi nulla sanno di resurrezione.
    Come il Candido di Voltaire, dopo il catastrofico terremoto di Lisbona, ci toccherà coltivare il nostro giardino (a proposito di metafore più abusate che capite).

  3. Valeria Pilone ha detto:

    Buongiorno, mi permetto umilmente di lasciare un commento avendo in casa un operatore della sanità che vive sul campo qui in Lombardia l’emergenza (noi siamo a pochi chilometri dal primo focolaio della lodigiana). Non sono del tutto d’accordo con Cristo’. La metafora può sembrare inopportuna ai più, ma è specchio seppur crudo di quanto sta avvenendo e che, fortunatamente, non è ancora esploso al Sud (e speriamo continui così). Quindi ben venga la metafora, anche se stride, per risvegliare seriamente le coscienze. Cerchiamo tutti di esprimere pareri e riflessioni per condividere i nostri pensieri, ma spesso essi si discostano dai problemi reali e quotidiani della gente, che qui – credetemi – sta vivendo vere e proprie tragedie familiari ed economiche, oltre che esistenziali.
    Noi speriamo solo che questa GUERRA abbia fine il più presto possibile, e che l’uomo ne esca rivoluzionato davvero, non solo retoricamente parlando.
    Questo è il mio davvero umilissimo parere, da docente della scuola pubblica in Lombardia che comincia a vedere vittime anche tra le famiglie della nostra comunità scolastica.

    • Giovanni Turi ha detto:

      Gentile Valeria, non vorrei abbia frainteso il senso delle riflessioni di Cristò. Non sottovaluta affatto ciò che sta accadendo in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, anzi. Vuole però sottolineare come l’emergenza non sia contro un nemico esterno, ma contro appunto un virus e le fragilità del sistema sociale e sanitario italiano che questa situazione sta rendendo manifeste, ma che preesistevano.

      • Valeria Pilone ha detto:

        Gentilissimo, non ho affatto frainteso e sono pienamente d’accordo con la riflessione – credo abbastanza unanime – sulla fragilità del nostro tessuto sociale che avrà gravissime conseguenze dopo questa emergenza. Fragilità sanitaria anche,ma io vedo qui un impegno veramente encomiabile, che va al di là del dovere professionale. È dalla sanità che ascoltiamo si tratti essere di guerra contro un nemico che purtroppo non si vede ma è molto aggressivo. Ed è una metafora, per l’appunto, che io vedo essere calzante. Sono punti di vista differenti, vivaddio. Un saluto a tutti e tutte

  4. Achille Chillà ha detto:

    Condivido pienamente la lettura della comunicazione falsante del fenomeno della pandemia coronavirale. In particolare, si manifesta il tentativo grossolano e in parte inconsapevole di allontanare dalla società occidentale il fardello di contraddizioni del proprio assetto politico-economico e degli stili di vita. L’irrazionalità delle voci inneggianti ai balconi e dell’iperbole della guerra si annida nella reazione di una società ottusa che difende i propri dogmi contro ogni evidenza: meglio prendersela con un essere microscopico del tutto privo di intenzioni aggressive, facendogli vestire i panni di Hitler!

  5. Giuseppe Ceddia ha detto:

    Mi permetto di consigliare il bel libro “Metafora e vita quotidiana” di George Lakoff e Mark Johnson. Un saluto a tutti.

  6. […] più eclatante e prossima a questa visione, stranamente pochissimo citata considerando la forte “retorica della guerra” che è stata tirata in ballo nella campagna di lotta a questa emergenza sanitaria, è La pelle […]

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