Raymond Carver e Gordon Lish: demoni, editing e scrittura

Raymond CarverDi cosa parliamo quando parliamo d’amore e Principianti: le due versioni della seconda raccolta di racconti di Raymond Carver

Tra la maggior parte dei lettori di Raymond Carver prevale l’idea che Gordon Lish sia l’editor che ne ha stuprato i racconti: certo, tagli in alcuni casi sino al 78% del testo originario lasciano intendere quanto invasivo sia stato il suo apporto, ma sarebbe semplicistico e ingiusto parlare di una sadica mutilazione e indubbiamente è a lui che si deve se oggi Carver viene considerato uno degli autori statunitensi più importanti del ’900, nonché il più rappresentativo della corrente minimalista.
Principianti, copertina, Carver (Einaudi)Ho letto in parallelo le due edizioni della seconda raccolta di racconti di Carver, entrambe tradotte da Riccardo Duranti: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (minimum fax) è il risultato del lavoro di revisione di Lish, Principianti (Einaudi) ci permette invece di leggere i testi nella versione iniziale. Ebbene, premetto subito che dei diciassette racconti ne ho preferiti nove nella forma originaria e sette in quella successiva (uno è pressoché identico) e già questo mero dato numerico anticipa in parte le conclusioni alle quali sono giunto: c’è nei racconti di Principianti una complessità umana e narrativa che talvolta si perde al termine del processo di editing, ma Lish aveva intuito la direzione da indicare per far risaltare l’essenziale ed evitare alcuni eccessi sentimentali o qualche banalizzazione, ha solo a mio avviso sbagliato la misura e Carver, che stava riemergendo dall’alcolismo e sentiva nei suoi confronti un’immensa gratitudine, non ha potuto opporsi con la necessaria fermezza, né il contratto che aveva sottoscritto gli lasciava margini sufficienti per farlo.
E comunque l’autore non è mai il miglior giudice del proprio lavoro: sembrano confermalo anche le sue scelte alla base della selezione antologica di Da dove sto chiamando. In alcuni casi Carver stesso predilige la versione editata da Lish a quella originaria, che è invece più penetrante e compiuta. Emblematico a riguardo è il racconto che dà il titolo alle due edizioni: lo scrittore preferisce Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, ma è la stesura precedente, intitolata Principianti, quella più lirica e angosciante e che dimostra davvero come fosse non solo in grado di dare voce ai falliti, agli alcolisti, alle coppie in crisi, ma anche di suggerire come ciascuno dei suoi personaggi (e ciascun uomo, in realtà) finché rimane sul ring della vita, anche se è al tappeto, non può che avvinghiarsi a un barlume di luce, in forma di ricordo quando non di speranza. Lo stesso vale anche per Che fine hanno fatto tutti?, che Lish taglierà di oltre tre quarti, cambiando il titolo nel meno suggestivo Il signor Aggiustatutto e le macchinette del caffè: nella versione iniziale la famiglia del narratore acquista una fisionomia ben definita e vengono riportati episodi marginali solo in apparenza.
Di-cosa-parliamo-quando-parliamo-d-amore, copertina, Carver (minimum fax)Sottolineavo in precedenza, però, che il lavoro di Lish ha anche esiti apprezzabili, come in Perché non ballate?, dove l’omissione dei nomi e delle età dei personaggi conferisce loro una maggiore universalità; o come in Un discorso serio (il cui titolo di partenza era La torta) dove è l’intuito dell’editor a rendere più incisivi stacchi narrativi e battute, calcando meno la mano sull’alcolismo di uno dei due protagonisti. Ancor più emblematico è La terza cosa che ha ammazzato mio padre (in precedenza Dummy), nel quale Lish corregge pure alcune ingenuità: per esempio fa in modo che il narratore partecipi a un episodio che altrimenti non avrebbe potuto descrivere dettagliatamente come fa; modifica con profitto qualche frase («Era la prima cosa morta, grande o piccola che fosse, che avessimo mai visto» diventa «Era la prima cosa morta così grossa che avessi mai visto»: ci si riferisce al cadavere di una mucca e il narratore e i suoi amici sono dei dodicenni che vivono in un contesto rurale, dunque è davvero improbabile che nessun di loro si sia mai confrontato almeno con il corpicino esanime di una lucertola, un roditore o un volatile); cancella una battuta telefonica superflua e farraginosa; evita una discordanza temporale (nella stessa pagina in rifermento a uno stesso episodio, il protagonista afferma prima «l’estate precedente», poi «tanto tempo fa»).
E allora mi pare chiaro: Raymond Carver era una persona fragile e uno scrittore di talento; Gordon Lish era un uomo determinato e un buon editor: se non avesse intuito fin troppo bene come il minimalismo potesse diventare un’etichetta di successo e avesse avuto una maggiore sensibilità, probabilmente le sue indicazioni sarebbero state quasi tutte opportune e lo ricorderemmo solo per aver riconosciuto la stoffa di Carver e non per aver contribuito a renderlo un uomo tormentato. Quanto ai suoi racconti, che si preferisca un’edizione o l’altra, vale comunque la pena leggerli, mettendo in conto il malessere che vi conficcheranno nel cuore.

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