Intervista a Michele Vaccari, editor di narrativa italiana di Chiarelettere

Michele VaccariIn meno di un paio d’anni la collana Altrove di Chiarelettere si sta dimostrando uno dei progetti più coerenti e interessanti del panorama editoriale italiano: l’idea è quella di interpellare autori di grande talento e coerenza stilistica, ma non ancora assimilati – e talvolta neutralizzati – dai grandi marchi editoriali, chiedendo loro di raccontare un futuro prossimo possibile. Ho intervistato Michele Vaccari, editor e scrittore, che ha ideato e dirige Altrove.

Innanzitutto, come nascono il progetto di questa collana e la collaborazione con la casa editrice Chiarelettere?
Avevo finito il mio percorso in Transeuropa. Stavo guardandomi intorno e ho deciso di contattare Chiarelettere direttamente. Erano agli albori della loro esperienza nella narrativa, ho creduto fosse un contesto corretto in cui incominciare a proporre quel tipo di autori e di romanzi su cui mi piace lavorare. Tematiche contemporanee, ma uno sguardo proiettato al dopo. Lorenzo Fazio ha deciso di ascoltarmi. Ho iniziato con un lavoro complesso: un reportage narrativo sulle donne che decidono di combattere nell’Africa di oggi, firmato da Riccardo Pedrini, ex Wu Ming4, e la fotografa Francesca Tosarelli. Questo primo progetto mi ha permesso di proporne altri due, My Generation, primo e per ora unico romanzo di Igort, un biopic geniale in cui la storia personale s’intreccia con quella del fumetto dagli anni ’60 a oggi, passando per la Bologna creativa e visionaria post ’77, ultimo vero ruggito di un certo modo di concepire l’arte partendo dal basso, dall’autoproduzione, arte anche come concetto politico, intendo. Infine, vista la decennale amicizia, ho coinvolto Antonio Manzini su una storia centrale per il nostro Paese (il dramma paradossale di molte madri dell’Est Europa costrette ad abbandonare i propri figli a casa per venire in Italia ad accudire i nostri), ma decisamente laterale per la sua produzione. Amo questo tipo di operazioni, chiamare un autore con un profilo definito e scoprire un lato del suo immaginario rimasto finora inesplorato. Conta, per me, come una scoperta scientifica o geografica perché definisce il perimetro della mia professionalità, l’ultima sfida che rimane a questo mestiere ormai quasi esclusivamente di totale servizio per terzi. Le vendite di Orfani Bianchi hanno saldato la fiducia tra me e l’editore. A metà 2016 mi chiamò e mi chiese un progetto mai visto prima che avesse per protagonista la narrativa italiana contemporanea. La mia riflessione è stata immediata: nessuna collana di una casa editrice di medie o grandi dimensioni si occupa di futuro. Non esiste una proposta di letteratura non tanto fantascientifica quanto del futuribile. Che perlomeno si interroghi su cosa potrebbe accadere. Senza soluzioni o morali, ma in termini di immaginario. Laddove politica e società hanno fallito, insomma, possono arrivare le narrazioni? Da qui l’idea: in coerenza col tipo di progetto, dovevo puntare su autori che, allo stesso modo del tema, fossero preminenti nella produzione odierna, avessero anche avuto il loro riscontro in termini di vendite, oltre che di critica, ma, soprattutto, fossero stati tenuti ai margini in maniera inspiegabile nonostante la qualità e l’orizzonte potenziale delle loro opere, trattati, insomma, come il tema del futuro.
La scommessa era: si può riuscire a creare una fidelizzazione antica del lettore, una fidelizzazione alla collana, più che ai titoli singoli, creando un’attesa da uscita in edicola della rivista preferita, puntando a un lettore che viene spesso tenuto fuori dalle logiche di mercato odierne, un lettore che esiste ma cui non guarda quasi nessuno in un certo mondo di produzioni generaliste, un lettore popolare, ma attento alle problematiche attuali, un lettore consapevole ma non accademico, che ha voglia di romanzi senza confini di genere e che ha fame di romanzi che non ti dicono la strada migliore per vivere ma ti indicano il burrone dove stiamo finendo tutti e ti offrono una pillola magica, che è un concentrato di pagine scrittura e invenzioni, per goderti almeno il momento del salto.

A inaugurare Altrove sono stati Luciano Funetta con Il grido e Violetta Bellocchio con La festa nera, perché proprio loro? Quali caratteristiche devono avere gli scrittori che cerchi?
Devono stupirmi con lo stile e devono osare con le idee. Devono avere un equilibrio in testa, al di là del fatto che sia follia o che io lo capisca. E devono guardare oltre il piano del reale. Se poi nella loro lingua intravedo la volontà di un’epica o un sottotesto totalmente imprevisto, è ancora meglio. In generale, ascolto il suono delle parole e la storia. Il significato, la mia capacità di comprendere, sono secondari. Io ho il compito di intuire che ciò che sto leggendo abbia un senso per qualcuno. Se lo ha pure per me, tanto meglio. Ma non è necessario. Quella è l’arroganza dell’editor che ti dice: io non lo capisco. Io sono felice quando non capisco. Sto scoprendo qualcosa o ho preso una cantonata? Mi rende vivo e presente questa possibilità. Se c’è una voce mai vista, se c’è uno sguardo al mondo estremo, lucido, solido a livello di sintassi e di immaginario, io mi interrogo, non pongo rifiuti aprioristici per terrore del commerciale o di chi per lui.
o iniziato con Luciano Funetta perché il giorno dopo che è uscito il suo primo romanzo ho scritto una cosa lunga non so quanto per urlare al miracolo. L’ho seguito a lungo, l’ho amato fin dalle prime righe. Non mi serviva nient’altro. Il suo stile era come un tango argentino di due alieni che sconfina in un atto sessuale mai visto, ballato su una nave da crociera che naviga all’infinito in una palude grande come l’universo zeppa di allucinazioni e corpi assiderati o decomposti. Dopo lo Strega, nonostante il riscontro ovunque, anche per merito della congiuntura favorevole creata da Vanni Santoni con la sua collana per Tunué, da esterno, ero stupito di come non fosse partita nessuna asta tra qualche major per assicurarsi il suo secondo titolo. No, peggio: ero fuori di me. Cosa stavamo a parlare di campagne di io leggo perché o a fare i calcoli di quante librerie indipendenti muoiono ogni anno, se noi da questa parte della barricata quando un autore del genere spunta fuori nel panorama italiano, arriva in dozzina allo Strega, vende più del doppio di qualsiasi medio autore italiano, non siamo in grado di valorizzarlo, dargli la possibilità di esprimersi nei contesti coerenti al valore della sua opera, inventando magari una nuova tradizione, anche commerciale (come successe ai tempi con l’antologia di Gioventù cannibale che lanciò un’onda anche e soprattutto in termini di copie vendute e di nuovi autori di indubbio successo)? Perché questa paura, questo continuo guardarsi indietro, togliendo la polvere dalla giacca del solito autore di turno che vende, o, peggio, mandando alle stampe il solito autore che non vende ma di cui tutti nella stretta cerchia parlano perché da anni ci ha preso casa, pur rimanendo un totale anonimo per il lettore qualsiasi? Ecco perché Luciano Funetta ma ecco anche perché Violetta Bellocchio, una penna incredibile, forse l’autrice italiana più credibile nei panni di una ragazza, prima degli anni ’80 (col romanzo precedente uscito per Marsilio), poi del dopodomani col suo lavoro per noi. La sua capacità di immedesimazione, di racconto, di immagini, di potenza in termini squisitamente fonetici e di costruzione sintattica, mi aveva colpito fin dal ben noto Il corpo non dimentica. Ma, nel tempo, avevo notato come, per chi ha il compito di consegnare alle stampe il ritratto di un autore, il personaggio Violetta Bellocchio fosse più importante della sua scrittura. Mi sembrava incredibile: classica incapacità di valutare le reali doti dell’autrice in questione, conseguenza: usiamo le etichette, come si fa da sempre con le donne in letteratura mi sono detto, cucendo addosso un abito, un’idea (ricordo negli anni ’90 i giornali quando parlavano di Simona Vinci: la dark lady. Di come scriveva, della sua ricerca lessicale, nessuna notizia pervenuta), dimenticandosi che, come gli uomini, a volte meglio degli uomini, le donne scavano nella prosa con un piccone crudele, la vita che hanno vissuto, tirando fuori una voce che ti soffoca e ti lascia a terra come dopo un impatto di auto e magari uno sforzo in più per capirne le dinamiche stilistiche sarebbe il minimo sindacale. Così, anche qui, l’ho incontrata e le ho chiesto se un progetto a metà strada tra Ballard e la sua visione letteraria eventuale, un progetto di pura fiction, potesse interessarle. Il suo entusiasmo, la sua voglia di mettersi in gioco, ma anche di portare al lettore qualcosa di estremamente privato e doloroso, sono state le armi in più che hanno permesso a quel libro sottile dalla copertina color carne di entrare in molte librerie e diventare, a suo modo, un piccolo oggetto di culto per molti appassionati di genere e non solo.

È un caso che la maggior parte degli autori da te scelti per lo più abbiano pubblicato le loro opere con editori medio-piccoli e indipendenti? Perché le grandi case editrici sono sempre meno in grado di (o intenzionate a) sfruttare la loro posizione egemone per proporre opere e scritture di rottura?
Perché è finito il tempo della ricerca e si crede nel catalogo come fosse il petrolio. Finché dura, continuiamo, pur consapevoli della sua fase di totale esaurimento. Finché non ci muoiono gli autori continuiamo a sfruttare gli stessi, o se dobbiamo proprio proporre qualcosa di nuovo, buttiamo sul mercato delle loro giovani fotocopie così possiamo continuare a fare lo stesso lavoro per altri vent’anni. L’editoria italiana ha combattuto il fascismo, ha distrutto molti tabù, ha sfidato il buonsenso, il decoro, la forma, il potere. Lo ha fatto per decenni, ha denunciato i mostri dei lager, raccontato le periferie, guardato al lato oscuro della nostra presunta civiltà. Era molto ascoltata, ma faceva di tutto per continuare a farlo. Si credeva negli autori, non nei romanzi. E anche questo è cambiato. Dal mio sguardo inutile vedo una grande editoria che si sforza di intercettare ma non è più in grado di avere una visione complessiva, il polso del mercato, da un lato, e del vivaio dall’altra. Sempre meno sono i grandi editori, soprattutto, che sanno scegliere dirigenti capaci, dirigenti, soprattutto, con un vero curriculum editoriale alle spalle, con migliaia di copie alle spalle o la scoperta di autori dalla caratura indiscutibile. Guarda chi sceglie la narrativa italiana nel nostro Paese, non gli editor, attenzione, direttori editoriali o presidenti intendo, studia la loro storia, i loro successi, in termini di critica o di vendita, e poi guarda i romanzi che escono dalla realtà per cui operano. Non serve molto altro per capire che futuro ci attenda.

Paolo Zardi ha raccontato su Grafemi come sia nato L’invenzione degli animali: chiedi sempre una sinossi dettagliata prima che gli autori si mettano all’opera? Non temi che questo possa un po’ “ingabbiare” la scrittura?
Lo schema è un modo che uso per capire che tipo di autore ho davanti, il razionale o l’istintivo, fondamentalmente. Paolo è un uomo fuori dal comune, mente creativa, fantasia senza limiti ma logica indiscutibile. Il tipo di lavoro che mi proponeva era molto difficile da immaginare, quasi onirico in un certo senso. Mi interessava capire se avesse un orizzonte concreto in termini di mera produzione, oltre alle suggestioni che lo animavano. Lo schema mi aiuta anche a dire: vai oltre, spingiti ai confini, fammi vedere cosa non vedo da questo schema.

Già con XXI Secolo Paolo Zardi si era confrontato con il genere distopico: cosa contraddistingue questa sua ultima opera e quali ritieni ne siano i punti di forza?
L’idea di superare il mondo umano, di guardare al futuro come territorio privo di leggi naturali definite. E l’interrogazione scientifica sulla coscienza, come unico retaggio, forse, di un passato con cui non dovremmo più avere nulla a che fare, perché ci sono nuove sfide là fuori e noi stiamo continuando da troppo a rimandarle per terrore del buio. Siamo nati nel buio, il sole è solo una possibilità. Questo romanzo aiuta a ricordarcelo.

Quali saranno le prossime pubblicazioni della collana Altrove?
Chiudiamo l’anno con un’opera magistrale di Paolo Pecere, azzardo a credere il primo romanzo italiano in cui si tenta di mettere a confronto gli ultimi trent’anni dell’esperienza generazionale europea con quella cinese. Un romanzo che tiene col fiato sospeso fino alla fine e intanto ci racconta, con quella lingua fuori dal comune che ha Pecere nel suo DNA di autore, la storia di un mondo che ancora oggi ci sembra lontano ma che sta andando a formarsi sempre più come modello del nostro prossimo avvenire.
Dopo questa uscita, il gruppo Messaggerie ha deciso non fosse più rilevante un progetto come Altrove, nonostante la buona media di vendita, le finali di vari premi raggiunte, l’affetto dei tanti librai e lettori che hanno sostenuto il progetto e che approfitto per ringraziare. Anche questa chiusura, comunque, la ritengo una vittoria, o perlomeno una controprova di tutto quanto detto finora.

Hai pubblicato Un marito con Rizzoli e Il tuo nemico con Frassinelli: come si conciliano il lavoro di editor e la tua scrittura?
Non si conciliano. È il mio maggiore punto interrogativo attualmente. La mia vita professionale è sempre stata vicino al recinto dell’editoria. Ho lavorato per editori ma più spesso da esterno. Questo significa non poter avere un solo mestiere di cui occuparsi ma decine di clienti cui stare indietro, workshop nei fine settimana da imbastire, lezioni da immaginare, oltre a tutte le presentazioni gratuite a cui per forza di cosa decidi di partecipare in qualità di relatore o di autore. Un sacco di tempo che se ne va via, insomma. Ogni autore, credo, tende a migliorarsi, o perlomeno ha questa volontà. Più cresci, più cambia il tipo di impegno. Non posso più usare solo agosto per scrivere, è da pazzi. Sta diventando impossibile per me dedicarmi al romanzo che vorrei fare, non riesco a concentrarmi. Non voglio replicare nulla di ciò che ho fatto e vorrei dare al lettore qualcosa di completo, lavorato, professionale. Ma è davvero complesso, non ho una soluzione alla tua domanda. Mi auguro di poter fare in futuro un solo lavoro come editor, occuparmi di un progetto e seguire quello. Forse la strada è questa.

Hai studiato alla Scuola Holden e collabori ora con Belleville: le scuole di scrittura cosa possono realmente insegnare? O sono prevalentemente delle occasioni di confronto e per instaurare contattati utili?
Sarò sintetico: possono fornirti i ferri del mestiere. Non possono fare nulla col talento, non possono inventarlo. E per certe operazioni editoriali il talento è fondamentale. Per altre no, ma per la letteratura serve quello di base, un polso nello scrivere, un afflato, quindi la voce. Ma senza strumenti non vai da nessuna parte quindi una cosa richiede l’altra, l’ordine in cui avviene credo sia chiaro. E soprattutto sì, le scuole di scrittura sono spesso luoghi in cui paghi per incontrare persone dell’ambiente, entrarci in relazione. Ultimamente, però, sono entrato in relazione con realtà scolastiche di rilievo che mettono al centro l’editing, che è tecnica e lavoro puro, senza ispirazioni o velleità artistoidi inutili di mezzo. Credo che in qualche modo questo possa diventare un metodo: non ti insegniamo a scrivere, proviamo a porci le domande che non ti poni quando scrivi.

Tra i testi pubblicati recentemente da altre case editrici, quali ti hanno colpito particolarmente come lettore?
Te ne dico alcuni che vedo qua sulla mia scrivania. Racconti di Juarez del Sud di Luca Mignola, La straniera di Claudia Durastanti, L’ora del mondo di Matteo Meschiari, sto aspettando il nuovo romanzo di Francesca Marzia Esposito e, prossimamente, ma già letto, una bomba che sta per uscire e di cui parlerà chiunque nei prossimi mesi, non dico il titolo per scaramanzia, ma è un esordio ed esce il 26 settembre per NN Editore.

Qui tutte le interviste a editor e direttori editoriali:
https://giovannituri.wordpress.com/category/interviste-a-editor/

One thought on “Intervista a Michele Vaccari, editor di narrativa italiana di Chiarelettere

  1. salomé alexandra ha detto:

    Grazie, gentile Michele, di non avere mentito! Buona Fortuna. salomé alexandra

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