UN SOFFIO DI VITA di Clarice Lispector, GLI UNDICI di Pierre Michon, IL MACELLAIO di Sándor Márai: ode all’Adelphi.

Un soffio di vita_Lispector_Gli Undici_Michon_Il macellaio_Márai_AdelphiIl coraggio e la coerenza della case editrice Adelphi nel proporre testi complessi ma sorprendenti come quelli di Clarice Lispector o di Pierre Michon

«Se mai questo libro verrà pubblicato, che i profani ne stiano alla larga. Giacché scrivere è cosa sacra a cui gli infedeli non hanno accesso. Realizzare apposta un libro brutto per allontanare i profani che vogliono “apprezzarlo”»: è l’ammonimento con cui Clarice Lispector chiarisce nelle pagine iniziali di Un soffio di vita che la sua non è un’opera destinata a tutti e lo ribadisce anche il traduttore, Roberto Francavilla, nella postilla finale. In realtà potrebbe essere un’avvertenza da premettere a molti dei libri Adelphi, una delle pochissime case editrici italiane che cerca di tradurre in un progetto culturale coerente e coraggioso il proposito di stimolare i lettori a uno sforzo di comprensione che li ripaghi poi abbondantemente con preziose scoperte, rifuggendo dal rassicurante appiattimento stilistico e contenutistico che viene spesso propinato come “letteratura pop”. Del resto a inquadrare perfettamente il problema era stato tempo fa Roberto Calasso che nell’Impronta dell’editore spiega: «La percezione della qualità o non-qualità di un libro diventa un elemento sempre più evanescente e secondario. Quel certo libro va o non va? A che cosa si riallaccia? È cool o non è cool? È una tendenza o è antiquato? Funzionerebbe come e-book? L’autore viaggia o non viaggia? Rende, in televisione? Sono alcune questioni che vengono soppesate con gravità. Parlare della bruttezza – o bellezza – di un libro sembra disturbante, fuori luogo. Così avviene all’interno delle case editrici perché così avviene nella psiche del vasto mondo». Non è però questa, e gliene va dato merito, la scelta fatta dal marchio milanese alla cui creazione proprio Calasso ha collaborato e di cui dal 2015 è anche socio di maggioranza.
Tornando dunque al libro di Clarice Lispector, sappiate che va letto a piccoli sorsi come fosse una silloge di poesie o di aforismi. Un soffio di vita è infatti un’opera iniziatica, non ha uno sviluppo narrativo vero e proprio ma comporta un attraversamento intimo e imprevedibile per ciascun lettore, invitato a presenziare al confronto costante tra un autore e il suo personaggio femminile (entrambi proiezioni della Lispector che da lei però si scindono); si ragiona di scrittura, anima, solitudine, aspirazioni, morte, per subitanee illuminazioni e oscuri presagi. È importante quindi rimarcare che, sebbene il testo sia stato pubblicato postumo a cura di Olga Borelli, era già nelle intenzioni della scrittrice creare una composizione di frammenti verbali che tentano di circoscrivere l’indefinibile: «Scrivo come se stessi dormendo e sognando: frasi sconnesse come in sogno. Da sveglio è difficile fantasticare sui miei lontani misteri liberamente. La coerenza c’è – ma è solo in profondità».
È invece una novella, insolita e gustosa, quella di Pierre Michon, tradotta da Giuseppe Girimonti Greco, Gli Undici: l’autore, o meglio il narratore che si rivolge a un misterioso “signore”, ricostruisce la vita di un artista, François-Élie Corentin, e la genesi di un quadro, Gli Undici appunto, mai esistiti, sono tuttavia reali i personaggi che raffigurerebbe, ossia Robespierre e gli altri membri del Comitato di salute pubblica, gretti e sanguinari fautori della Storia. Ma chi e perché avrebbe commissionato l’opera? Per comprenderlo occorre calarsi in quel clima di congiura e terrore che scosse la Francia durante e dopo la Rivoluzione e che Michon coglie e sottilmente irride: «Tutta quella bella gente aveva concentrato dei colpi bassi per evitare che il cesto della ghigliottina accogliesse la loro testa. E fra quei colpi bassi […] c’era il seguente: far dipingere in segreto un quadro che ritraesse il Comitato, nel quale Robespierre e i suoi fossero raffigurati in gloria […]: un esecutivo insediatosi nell’aborrita sede del tiranno, un tiranno a undici teste, esistente e regnante a pieno titolo, e che sfoggiava addirittura, alla maniera dei tiranni, la raffigurazione della propria sovranità – o forse, se le cose si fossero messe altrimenti, se Robespierre fosse riuscito a consolidare il suo potere senza alternative possibili, l’intento era quello di far apparire, mediante il dipinto, il Comitato come un esecutivo pienamente consacrato dalla legge […]». Mirabile, come si può forse intuire anche da questo estratto, è lo stile, vivacizzato da una misurata ironia e contraddistinto da una patina antichizzata grazie a inserzioni erudite e al prevalere dell’ipotassi, senza che tutto ciò divenga puro esercizio, ma creando anzi un’affabulazione suadente e originale.
Se invece siete lettori meno curiosi o audaci, potreste ripiegare sulle opere di Sándor Márai, nel filone della letteratura mitteleuropea ampiamente rappresentato nel catalogo Adelphi. L’ultima sua traduzione, a cura di Laura Sgarioto, è Il macellaio: un racconto cupo e sconsolato che rappresenta l’esordio narrativo del ventiquattrenne autore ungherese, capace qui di raccontare il volto oscuro della sua epoca, astenendosi dall’esprimere un giudizio: il protagonista è un giovane brutale e un po’ ottuso, che trova la sua vocazione nell’abbattere bestiame prima e nemici durante la Grande Guerra; dismessa l’uniforme lascerà prevalere l’inezia, finché a scalzarla non sarà la follia.
Andando poi a ripescare tra le opere straniere sempre pubblicate da Adelphi negli ultimi anni, vanno segnalate almeno Sylvia di Leonard Michaels e Atti umani di Han Kang. O siete forse in cerca di letture piane e distensive da portare sotto l’ombrellone? Be’, ci sarebbero Benevolenza cosmica di Fabio Bacà o la sempreverde Zia Mame di Patrick Dennis, ma non sarò io a consigliarvele.

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