Alla scoperta di Xaimaca, collana di letteratura latinoamericana

Collana Xaimaca. letteratura latinoamericanaÈ nata un anno fa ed è giunta al quarto titolo Xaimaca, la collana di letteratura latinoamericana curata da Marino Magliani e Luigi Marfé per Arkadia Editore. A inaugurarla era stato Sin rumbo di Eugenio Cambaceres (tradotto dai due curatori), un romanzo del 1885 la cui capacità corrosiva è immutata: il protagonista vive una quotidianità cupa e disillusa, nonostante gli agi e i facili amori che censo e fascino gli assicurano, e quando abbasserà la guardia riceverà il colpo più atroce. Sono seguiti Letti da un soldo di Enrique González Tuñón, Guerra verticale di César Vallejo e ora, di Ricardo Güiraldes, Xaimaca ossia “la terra della primavera”, che dà il titolo alla collana ed è il resoconto (edito nel 1923) di un viaggio dalle coste cilene sino alla Giamaica, ma anche e soprattutto la storia di un turbamento esistenziale che si scioglie in un amore per poi nuovamente condensarsi; questa volta la traduzione è di Riccardo Ferrazzi, insieme a Magliani. Ho intervistato i protagonisti di questo progetto per saperne di più.

Innanzitutto, come nascono la collana Xaimaca e la collaborazione con Arkadia Editore?
Marino Magliani: Per parte mia nasce tutto in Sardegna, mi trovavo da quelle parti per il Festival della Letteratura Internazionale, e parlando con Riccardo Mostallino e Patrizio Zurru, gettammo i presupposti per addirittura due collane, una di narrativa italiana, Senza rotta, e Xaimaca, di narrativa latino americana. Da tempo segnalavo e traducevo opere, soprattutto argentine, per editori italiani, da solo o collaborando con Riccardo Ferrazzi, Luigi Marfè, Alberto Prunetti, e finalmente mi si prospettava un contenitore mio, da condividere certo, ma al quale dare continuità, progetto.
Luigi Marfé: Posso aggiungere che questa collana è per me soprattutto il frutto dell’amicizia con Marino, e di lunghe chiacchierate con lui, a proposito di libri e di viaggi. Le abbiamo dato (prendendolo da Güiraldes) il nome di un’isola, pensando che una collana, come un’isola, è uno spazio capace di contenere, dentro di sé, un universo: meta del viaggio, periferia del sogno, rifugio dell’uno e del molteplice, del simile e del diverso, intorno al quale si può girare fino a tornare al punto di partenza, oppure sedersi sulla spiaggia e guardare, in lontananza, il filo dell’orizzonte.

Le opere proposte in Xaimaca sono state pubblicate tra la seconda metà dell’800 e la prima del’900: cosa contraddistingue la letteratura latinoamericana di quel periodo?
Luigi Marfé: L’ingresso nel Novecento è per la letteratura o, meglio, per le letterature ispano-americane anche l’epoca della piena maturazione, dell’emancipazione dalle forme più semplici del racconto pittoresco e regionalista per un confronto alla pari con i modelli europei e nordamericani. Molti scrittori in quegli anni ebbero modo di viaggiare, in particolare a Parigi, scoprendo nuove prospettive per raccontare il rapporto tra l’uomo e la modernità. D’altra parte, nella prima metà del Novecento, una città come Buenos Aires era diventata a sua volta una grande metropoli, che attirava ogni anno nuove persone da ogni parte d’Europa e poteva vantare un fervore artistico invidiabile, laboratorio di esperimenti letterari che sarebbero poi stati ripresi dagli scrittori europei.

Quali difficoltà specifiche ha comportato la traduzione di Sin rumbo e a quali lettori lo si potrebbe suggerire?
Luigi Marfé: Cambaceres pensava al romanzo come a uno studio “naturalista”: scrivere significava per lui prima di tutto riuscire a ricostruire, attraverso la lingua, un ambiente sociale, nei suoi rapporti di forza e nel suo fascio di relazioni umane. Che descriva la filosofia di Schopenhauer, la tosatura delle pecore o i piccoli dispetti degli impresari teatrali e delle dive della lirica, Cambaceres parla sempre di cose che conosce molto bene, e che alla fine… anche il traduttore deve imparare a conoscere.
Il fascino del romanzo è duplice: da una parte può attirare i lettori che vogliono lasciarsi portare indietro nel tempo, in un viaggio tra Buenos Aires e a la pampa; d’altra parte, ci presenta la parabola di un personaggio in cui si rispecchiano ansie fin troppo comuni oggi: l’Andrés di Cambaceres è un uomo che ha tutto, eppure non sa cosa vuole – finché non gli viene tolto.

E per Xaimaca quali sono state le difficoltà di traduzione?
Riccardo Ferrazzi: La principale difficoltà nella traduzione di Xaimaca risiede nell’impostazione poetico-speculativa voluta da Güiraldes. Le descrizioni dei paesaggi sono spesso oggettive e concrete, ma il modo in cui il protagonista percepisce le proprie sensazioni è metaforico e filosofico. La traduzione si trova quindi davanti a un problema quasi insolubile, perché l’espressività poetica di qualunque metafora non può prescindere dal suono delle parole, impossibile da riprodurre in un’altra lingua.
Nella maggior parte dei casi abbiamo fatto ricorso a immagini, modi di dire e persino luoghi comuni, che rispettano il senso dell’originale ma sostituiscono al suono “castellano” le sonorità italiane. Non è stata una scelta facile: la tentazione di mantenere integralmente la forza dell’originale era sempre presente. Ogni volta abbiamo provato a tradurre letteralmente per poi cercare i vocaboli più adatti a restituire l’atmosfera voluta dall’Autore. Ma questa soluzione ha dato risultati accettabili solo in pochi casi fortunati. L’italiano e lo spagnolo hanno sonorità diverse e per mantenere il senso della frase (soprattutto parlando di sentimenti e moti dell’animo) è inevitabile sacrificare il suono dell’originale e sostituirlo con quello della nostra lingua.
Pur con queste difficoltà, siamo convinti di aver messo a disposizione del lettore italiano un testo di grande importanza letteraria, in una versione il più possibile rispettosa dell’originale.

Qual è la traduzione alla quale siete più legati e di quale invece vi sarebbe piaciuto occuparvi?
Riccardo Ferrazzi: È davvero difficile per me indicare una traduzione preferita. Di solito, la preferita è sempre la prossima. Ma fra i romanzi che abbiamo tradotto, quello che ricordo con maggior piacere è senz’altro Sudeste, di Haroldo Conti. Davvero uno stupendo romanzo.
Quanto a una traduzione con la quale ci piacerebbe cimentarci, beh, per chi traduce dallo spagnolo la pietra di paragone sarebbe, ovviamente, il Quixote! E non è escluso che prossimamente Marino ed io possiamo proporre ai lettori qualcosa di analogo.
Marino Magliani: Per me, anche se è stata molto difficile, la grande sfida l’ha presentata proprio Xaimaca, il romanzo mondo-viaggio-colori-pesci-profumi-foreste-oceani. Difficile perché Ricardo Güiraldes addotta registri e parole ricercate. Ma sono molto legato anche a un altro romanzo caraibico, quello di Fernando Velázquez Medina, che uscirà presto.
Luigi Marfé: Tra i libri della collana, direi soprattutto i racconti di César Vallejo, che abbiamo pubblicato con il titolo di Guerra verticale. Borges ha scritto che il sogno è la forma prima del narrare, e ciascuno di questi racconti nasce da una visione: il sovrano Inca che esita nelle sue guerre perché intravede la vanità di ogni impero dell’uomo al cospetto di quello del tempo; il ritorno della madre morta del poeta, la cui immagine viene ad abbracciare il figlio; l’incubo del prigioniero che scorge ovunque le tracce di un complotto ai suoi danni; la fedeltà, lunga e immaginaria, del corteggiatore rifiutato; il viaggio dentro la tenebra di un villaggio andino in cui l’istinto animale ha spento il lume della ragione; l’innocenza perduta dell’amante fedifrago; la scommessa demonica del giocatore di dadi che vorrebbe imparare a imbrigliare la forza del caso…
La prossima traduzione sarà una raccolta di racconti di Ernesto Herrera, uruguayano, che si intitola Su Majestad el Hambre. Cuentos brutales.

Qui tutte le interviste ai traduttori:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-traduttore/

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