Intervista a Daniele Petruccioli, traduttore di BILIARDO SOTT’ACQUA di Carol Bensimon

Daniele PetruccioliCredo che la prima volta in cui ho posto particolare attenzione al traduttore sia stato leggendo 37° 2 al mattino di Philippe Djian (Voland), un romanzo che ho amato come davvero pochi altri. Ma il nome di Daniele Petruccioli ricorre anche in altre opere che ho molto apprezzato, come La caduta delle consonanti intervocaliche di Cristovão Tezza (Fazi) o Sono tutte storie d’amore di Dulce Maria Cardoso (Voland). Petruccioli traduce da portoghese, francese e inglese e tra i suoi ultimi lavori occorre annoverare anche Fine di Fernanda Torres e Ritorno a Fascaray di Annalena McAfee, per Einaudi, e Biliardo sott’acqua di Carol Bensimon, che inaugura la sezione straniera della collana Romanzi curata da Giuseppe Girimonti Greco per Tunué.
La giovane autrice brasiliana intesse, con una scrittura fatta di levità e omissioni, un romanzo corale che ha il detonatore nella morte di una ragazza e si sviluppa prevalentemente intorno a tre personaggi, resi vividi anche dal ricorso alla prima persona: Bernardo, impacciato amico e corteggiatore di Antônia; Camilo, fratello maggiore di lei e incallito perdigiorno; Alexandre, detto il Polacco, barista in fuga dal passato.
Qui di seguito un’intervista su questa nuova collaborazione e sulla professione di traduttore.

Come nasce questa nuova collaborazione con Tunué? Sei stato tu a proporre la traduzione di Biliardo sott’acqua a Giuseppe Girimonti Greco o è stato lui ad affidartela?
Gliel’ho proposta io. Ogni traduttore ha sempre autori o singoli romanzi che considera meritevoli ma che magari sono difficili (per provenienza, per stile, o per entrambi) da far accettare all’editoria italiana contemporanea. Fra i miei ce n’erano due che ho subito pensato di poter proporre, conoscendo il coraggio di Girimonti Greco e l’apertura di una casa editrice come Tunué (di cui già frequentavo con ammirata curiosità la collana di letteratura italiana diretta da Vanni Santoni). E ho avuto ragione. Entrambe le proposte sono state accettate (la seconda uscirà fra la seconda parte del 2019 e l’inizio del 2020, credo).
Una di queste era Carol Bensimon, autrice brasiliana sui generis che scrive in modo molto poco “sudamericano”, con una grande attenzione all’oralità e tematiche tutt’altro che “tropicali”, anzi, piuttosto universali, direi. Questo tipo di autori – che al contempo non vengono da letterature mainstream e non accettano di mascherarsi con tematiche che da noi, al centro dell’impero, non sono considerate abbastanza tipiche rispetto alla loro provenienza – sono magari meravigliosi ma abbastanza difficili da far pubblicare in Italia, in parte – credo – perché molti editori temono che non siano abbastanza “riconoscibili” da parte del lettore.
Però secondo me è un errore. In questo modo l’immaginario dei lettori rischia di sclerotizzarsi – il Portogallo non è solo Saramago, né il Brasile soltanto Jorge Amado (con tutto l’amore per due grandissimi autori).

Carol Bensimon ha usato anche degli accorgimenti tecnici per differenziare la voce dei diversi narratori o è solo il loro sguardo a renderli differenti e vivi?
Gli sguardi, le personalità, i modi di pensare (come tutto, in un romanzo) sono fatti di lingua, anzi di linguaggio. Perciò i personaggi e le loro voci si differenziano anche attraverso la tecnica (che nel caso della scrittura corrisponde a lessico, sintassi e punteggiatura). In Biliardo sott’acqua Bernardo, che è un ragazzo confuso e insicuro ma anche profondo, usa una sintassi-fiume, con pochissima punteggiatura e un vocabolario in parte mutuato da un certo giovanilismo ma anche molto specifico e tagliente. Il Polacco, per contro, che nonostante non sia molto più vecchio è, per così dire, una personalità antica, si esprime per frasi più brevi e incisive ma ha un vocabolario meno ricco, a volte più comune ma senz’altro più diretto – tranne quando parla del suo primo amore, e allora le sue frasi, come i suoi pensieri, diventano più spezzate, indecise, perfino lunghe.
I grandi scrittori plasmano la lingua come uno scultore fa con la pietra. Ne mescolano i colori come un pittore sulla tavolozza. L’arte è una cosa che si fa, perciò è sempre possibile spiegarne la tecnica. Questo non significa che non sappia essere carica di mistero. È il bello di noi esseri umani.

Carol Bensimon, Biliardo sott'acqua, TunuéA che tipo di lettore consiglieresti Biliardo sott’acqua e quali ritieni siano i pregi distintivi di quest’opera?
Lo consiglierei a chi ama i libri con tante voci (il romanzo è costituito di tanti capitoli che hanno per titolo il nome di uno dei personaggi, il quale – per quel capitolo – parla in prima persona e dal proprio punto di vista), a lettori che non vogliono uno stile granitico, una verità singola, ma che amano il molteplice e si trovano bene nel flusso delle incertezze. Insomma, a chi si trova meglio in acqua o all’incrocio dei venti, piuttosto che sulla terraferma.

Sulla traduzione hai scritto due testi, Falsi d’autore (Quodlibet) e Le pagine nere (La lepre), e da diversi anni ti dedichi anche all’insegnamento. Vuoi parlarci di quest’esperienza?
Prima di tutto ci tengo a dire che i miei due libri non sono manuali per studenti. Sono libri che cercano di descrivere come lavora un traduttore, il primo in modo più ironico e divulgativo, il secondo in maniera più tecnica e sistematica. Scrivendo, pensavo di rivolgermi essenzialmente a lettori e traduttori. Forse più ai lettori.
Sì, insegno, all’università e anche in corsi privati, sia la pratica che la teoria della traduzione. Devo dire che ai miei studenti piace molto come insegno (almeno a leggere le statistiche dei giudizi anonimi che oggi sono tenuti a dare nelle università), ma non penso di avere la vocazione dell’insegnante.
Il fatto è che nonostante da diversi anni esistano percorsi di laurea in traduzione, non esistono ricercatori e professori universitari preparati in quest’arte. O meglio, non esistono ancora. Fino a non molto tempo fa chi usciva dalla maggior parte dei corsi di laurea in traduzione era totalmente impreparato non solo quanto alle dinamiche editoriali, ma anche nei confronti del lavoro interpretativo e creativo sul testo, che sono fondamentali per questa pratica. Al massimo si studiavano i soliti, scontatissimi casi particolari (ripetizioni, modi di dire, termini culturalmente specifici, linguaggi settoriali… – tutta roba che in realtà non ha un unico modo di essere tradotta, visto che dipende sempre dal tipo di romanzo e di scrittura in cui è inserita). Le università più attente a questa problematica, quindi, in attesa di sfornare ricercatori e professori ferrati nella pratica e nell’arte, oltre che nella teoria, di questa materia fondamentale, chiamano a insegnare noi professionisti.
Nel mio caso credo che sia avvenuto perché, oltre a essere molto attivo nella traduzione professionale, lo sono anche nella riflessione su quello che faccio e sullo status della categoria.

Diversi traduttori si specializzano in una lingua, tu invece ti destreggi tra portoghese, francese e inglese: quali le ragioni di questa scelta?
Ho la fortuna, per la mia storia familiare, di avere imparato inglese e francese da piccolissimo e di essere cresciuto abbastanza immerso nelle culture (europee) di queste due lingue. Perciò, quando ho deciso di laurearmi in lingue e letterature straniere, scegliere inglese e francese mi sarebbe sembrato un modo di barare. Ho optato quindi per portoghese (che non conoscevo affatto) e – siccome sono una persona dispersiva e incoerente – tedesco (che leggevo e leggo abbastanza bene ma parlo male, e comunque il mio è un tedesco di quando c’erano ancora le due Germanie, motivo per cui oggi non è fra le mie lingue di lavoro).
Studiando le varietà di lingua portoghese (che si parla in quattro continenti) e le loro tante letterature (soprattutto la brasiliana) sono stato semplicemente rapito. Mi sono laureato in traduzione dal portoghese (quando farsi assegnare una tesi in questa materia era quasi impossibile) e cominciando a lavorare mi sono andato specializzando sempre più nella letteratura brasiliana under 40, che ormai è diventata quella che seguo di più e che propongo più spesso alle case editrici con cui collaboro.
Ma non per questo ho smesso di seguire il mondo francofono e anglofono, dunque mi capita ancora di tradurre anche da queste lingue (e pure spesso, visto che il mercato delle traduzioni editoriali è molto più vivace da inglese e francese – anche se in proporzione molto diversa: dall’inglese viene più del 60% delle traduzioni, dal francese poco meno del 15% – che dal portoghese).

Prima di diventare un traduttore stimato e ricercato anche dai grandi editori, come sei riuscito a instaurare i tuoi primi contatti lavorativi?
I primi contatti li ho stabiliti andando direttamente dagli editori. Telefonando in redazione e chiedendo un appuntamento, oppure proprio suonando al citofono. E poi incontrando editori, editor e redattori nelle varie occasioni in cui il mondo editoriale per così dire si raggruma (fiere, festival, conferenze…).

Un po’ di tempo fa si è dibattuto sulla difficoltà dei traduttori di riscuotere i propri compensi: è un problema ancora attuale? Riusciresti a vivere solo di traduzioni?
È un problema purtroppo attualissimo, insieme a quello dei compensi troppo bassi, legato allo status praticamente inesistente di noi traduttori. Purtroppo, a volte la colpa è degli stessi traduttori, che molto spesso non studiano il diritto d’autore, a cui vanno soggetti, e a volte addirittura firmano i contratti senza leggere altro che la paga a cartella e la data di consegna. Invece la tutela della professione passa per moltissime altre cose, dal tipo di diritti che vengono ceduti al numero di anni per cui si cedono, dalle garanzie sulla collocazione del nome del traduttore a quelle sulla revisione redazionale. Ne ho parlato e ne parlo in continuazione e il mio Falsi d’autore è dedicato quasi interamente a questo tema.
Per fortuna, oggi c’è una nuova generazione di traduttori militanti che sta faticosamente tentando di far capire che tradurre non è una pratica meccanica ma un’arte sottile e difficilissima, che richiede grande talento e preparazione e la situazione mi sembra stia lentamente ma stabilmente cambiando. Siamo però ben lontani dai grandi movimenti di traduttori che si sono avuti in Scandinavia, Germania, Francia e oggi anche nei paesi anglofoni, e soprattutto dall’attenzione di committenti e istituzioni. Basti pensare che i traduttori italiani ancora non ricevono royalty (per cui il traduttore tedesco di Dan Brown si è comprato casa, mentre la prima traduttrice di Harry Potter ha scelto di smettere dopo il primo romanzo della serie perché non guadagnava abbastanza) o che, mentre in Germania esistono ricchi premi statali alla traduzione e che ormai dal 2016 le cinquantamila sterline del Man Booker Prize vengono equamente divise fra autore e traduttore, in Italia la media dell’ammontare dei premi per la traduzione è già tanto se arriva a mille euro…
Per rispondere alla seconda parte della tua domanda, sì, da qualche anno a questa parte riesco a tirare su uno stipendio simile a quello di un’insegnante di liceo (anche se può sempre capitare, quando lavori come autonomo, qualche rovescio di fortuna che ti mette nei guai) e insieme allo stipendio di mia moglie riusciamo a tirare avanti in quattro (noi e i nostri due bambini) non da nababbi ma più o meno bene. Certo, se percepissi royalty per ogni libro che traduco e che ho tradotto, se i compensi dei traduttori italiani raggiungessero la media europea, potrei dedicarmi ancora di più e meglio al mio mestiere, e magari in via veramente esclusiva.

Tra le pubblicazioni degli ultimi mesi, di quali ti sarebbe piaciuto occuparti? Hai altre traduzioni in corso al momento?
Be’, avrei adorato tradurre il Finnegans Wake, ma sarebbe stato impossibile fare meglio di Enrico Terrinoni e Fabio Pedone. A parte scherzi, penso di essere un traduttore molto fortunato, mi capita quasi sempre di tradurre libri che adoro, e non vorrei lavorare su nient’altro. In questo momento sto ritraducendo per Fazi Memorie postume di Brás Cubas di Machado de Assis (un bellissimo classico brasiliano di fine Ottocento, che oltre a essere di un’intelligenza sopraffina fa anche morire dal ridere) perché era inspiegabilmente finito fuori catalogo, e a fine maggio 2019 esce la mia versione del Richiamo della foresta per il centenario della Bur.

Infine, a quale delle opere da te tradotte sei particolarmente legato e come mai?
Ci sono due tipi di libri a cui tengo in particolare. Uno è quello delle cosiddette “traduzioni impossibili” (che in realtà non esistono – o meglio, ogni traduzione sarebbe impossibile, peccato che sia impossibile non farla –, come ci hanno appena dimostrato Pedone e Terrinoni appunto col loro Finnegans Wake), composte di giochi linguistici particolarmente rocamboleschi – come Lettere di Mark Dunn o Pezzi di vetro di Alain Mabanckou – o la cui lingua è talmente particolare che l’italiano così com’è non ti basta più e devi inventarti qualcosa di diverso – come Ritorno a Fascaray di Annalena McAfee. L’altro è quello degli scrittori il cui modo di raccontare mi innamora talmente da costringermi, per tradurli, a sprofondare nel più profondo di me per rimparare le parole per dirli – come Carol Bensimon, appunto, e Dulce Maria Cardoso, anche se per motivi diversissimi – e in questi ultimi casi non si tratta mai di un libro solo, ma di un’intera opera.

Qui tutte le interviste ai traduttori pubblicate su Vita da editor:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-traduttore/

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One thought on “Intervista a Daniele Petruccioli, traduttore di BILIARDO SOTT’ACQUA di Carol Bensimon

  1. salomé alexandra ha detto:

    Daniele ha ragione, il mestiere di traduttore è troppo misconosciuto e mal’ remunerato. Se si pensa che un traduttore può avere la potenza di rendere un capolavoro, un lavoro da rifare da capo, o di rendere uno squallido romanzo in un romanzo magnifico! Che ci pensino gli editori a questo, visto che guardano più al bilancio di fine anno che non all’autentica bellezza di un racconto. Se penso a quei due traduttori che hanno tradotto il teatro completo di Heinrich Von Kleist in DIECI anni, io dico, BRAVI e complimenti! Ecco cosa dicono del loro lavoro:
    ” Tradurre richiede ragionamento, pazienza,
    intuizione, audacia, umiltà e resistenza.
    Tradurre è sempre la passione di scrivere
    e di rendere giustizia al poeta attraverso
    la giustezza delle nostre scelte spesso
    travagliate.”
    Ruth Orthmann, Eloi Recoing

    Buona giornata in poesia! salomé alexandra

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