Intervista a Giorgio Vasta, direttore creativo del Book Pride

Book Pride 2019Quando ha esordito con Il tempo materiale (minimum fax, 2008), Giorgio Vasta ha creato intorno a sé quell’orizzonte d’attesa che generalmente porta gli autori alla paralisi creativa o viceversa a una sovraesposizione compiacente e vacua. Lui no. È rimasto al di fuori dell’universo social, ha pubblicato nel 2010 Spaesamento per Laterza e nel 2016 Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani, con le fotografie di Ramak Fazel per Quodlibet, e ha continuato solo sporadicamente a scrivere di libri e di cultura su minima&moralia e sulle pagine culturali di alcuni quotidiani: sempre evitando il sensazionalismo, con parole misurate e puntuali e per quei rari testi che realmente ritenesse significativi. Dal 2018 è il direttore creativo del Book Pride, la fiera dell’editoria indipendente di qualità.

Com’è iniziata la collaborazione con ODEI (Osservatorio degli editori indipendenti) che ti ha portato alla direzione del Book Pride e come si conciliano la tua natura schiva e questo ruolo?
La collaborazione con Odei ha avuto inizio con una telefonata alla fine di luglio del 2017, quando Gino Iacobelli mi ha proposto la direzione creativa della fiera. In quel momento c’ero io, c’era Gino Iacobelli, c’era la sua descrizione di Book Pride. Qualche giorno dopo ho incontrato Iacobelli e altri editori del consiglio direttivo di Odei, abbiamo parlato, da lì a poco si è iniziato a lavorare. Quello che è accaduto nei mesi successivi – e ormai è trascorso un anno e mezzo – è che quel dialogo originario tra due persone si è moltiplicato in una quantità per me impressionante di ulteriori contatti. Ora, io non penso di essere proprio schivo. Sicuramente non ho mai avuto l’abitudine alla socialità (complicato chiarire che questo non comporta necessariamente una refrattarietà alla socievolezza: non avere dimestichezza con la socialità rende semmai la socievolezza qualcosa che, non basandosi su una consuetudine, contiene sempre una quota di ignoto: è come un discorso che mi attrae, che in un certo senso persino desidero, ma è un discorso per me del tutto privo di naturalezza, non è fluido, è sempre balbettato: per me la socievolezza è una specie di lingua straniera in cui sporadicamente provo a parlare). In generale tendo a passare la maggior parte del tempo da solo; non per ostilità nei confronti degli altri, ripeto, ma perché quello che faccio – prima di tutto leggere, poi scrivere – è qualcosa che si fa da soli. Non ho quindi mai avuto un’esposizione agli altri come quella che si è determinata negli ultimi diciotto mesi. Nel senso che da quando curo Book Pride – prima l’edizione milanese del 2018, poi quella genovese sempre del 2018, adesso quella milanese del 2019 – mi ritrovo a sentire (come si dice usando un verbo riepilogativo che include tanto l’incontro vis-à-vis quanto gli scambi telefonici o via posta elettronica o tramite WhatsApp), decine e decine di persone ogni giorno. Prima di tutto i miei colleghi del gruppo di lavoro – Federica Antonacci, Federica Principi, Alice Spano, Alessandro Gazoia, Marco Ghezzi, Francesca Gerosa –, e poi Isabella Ferretti e gli editori iscritti alla fiera così come gli autori e tutti quelli che a titolo diverso sono interlocutori con cui si dialoga per dare forma al programma. Da un certo punto di vista tutto ciò conduce a una specie di stato d’ebbrezza, da un altro punto di vista ci sono momenti in cui, stordito dalla fatica, mi ritrovo a pensare a quell’immagine che credo sia anche la copertina della prima edizione del Leviatano di Thomas Hobbes: una figura umana enorme e coronata, una spada in una mano, il pastorale vescovile nell’altra, il corpo composto da un pullulare di ulteriori figure umane, minuscole e spesso dotate di un unico occhio: un brulicare di particelle, uno sciame immobile di organismi. Ora, mi rendo conto che l’immagine può apparire esasperata, ma mi torna utile per sintetizzare quella che è prima di tutto una sensazione fisica: attraverso il lavoro su Book Pride io sto comprendendo – in un punto che non mi è ancora del tutto chiaro della mia cosiddetta età adulta – di includere gli altri e di essere incluso negli altri (perché è chiaro che io sono a mia volta, e soprattutto, una particola umana inscritta nel corpo degli altri: io sono soprattutto gli altri). Al di là dell’esito della manifestazione, che chiaramente mi auguro sia il migliore possibile per le case editrici e per i visitatori di Book Pride, so che questo lavoro è un’occasione di conoscenza di qualcosa – la molteplicità dell’umano, la sua inesauribile eterogeneità – che fino a poco tempo fa era per me qualcosa che a volte intuivo, a volte deducevo, quasi esclusivamente attraverso la lettura e la scrittura.

Oltre al cambio della sede (ora sarà alla Fabbrica del Vapore di Milano), dobbiamo attenderci altre novità per questa quinta edizione del Book Pride (15-17 marzo 2019)?
So che la presentazione della nuova edizione di una fiera – ma il ragionamento vale per pressoché qualsiasi cosa perché «il nuovo» è un criterio ordinatore – andrebbe scandita elencando le novità. E le novità senz’altro ci sono. Ci sono editori indipendenti milanesi che fin qui non avevano mai partecipato a Book Pride – penso ad Adelphi, a Hoepli, a Raffaello Cortina – e che con nostro grande piacere saranno presenti nel 2019. Ci sono case editrici che confermano la loro fiducia nei nostri confronti e marchi editoriali appena nati – è per esempio il caso di People – per i quali Book Pride Milano sarà di fatto la loro prima fiera. Ci sono collaborazioni confermate – per esempio con Robinson, con Treccani e con Strade – e altre che hanno preso forma quest’anno – con Libri Come e con Milano Digital Week: in entrambi i casi manifestazioni che si svolgono negli stessi giorni di Book Pride e con cui abbiamo subito cominciato a dialogare. Ci sono gli incontri del programma, che passano dai circa duecento del 2018 ai duecentocinquanta del 2019, determinando un dialogo ancora più fitto e capillare con i visitatori della fiera. Quello che però mi sta a cuore è che Book Pride è una fiera interamente portatrice di cultura editoriale. Intendo dire che Book Pride è una delle poche occasioni in cui i lettori possono incontrare gli editori e dialogare con loro, possono ascoltare il racconto di un singolo titolo o di una collana o di un intero catalogo, così mettendo a fuoco la complessità interna del lavoro editoriale. La continuità rispetto agli anni scorsi è dunque questa: Book Pride è un editore di editori, una casa editrice che compone la propria proposta attraverso i cataloghi di ogni singolo marchio editoriale presente in fiera.

Il tema conduttore di quest’anno sarà Ogni desiderio: com’è stato scelto? Puoi darci qualche anticipazione del programma?
Dopo il tema del 2018, Tutti i viventi, del quale mi piaceva il fatto di includere al proprio interno tanto l’avventura dei corpi quanto le avventure dell’immaginazione (che rende vivente tutto ciò su cui si concentra), mi sono messo a pensare a qualcosa che avesse, di nuovo, la capacità di riguardare tutti nonché una forza proiettiva. In un certo senso è come se mi fossi domandato: che cosa fanno tutti i viventi? Che cosa li connota nella loro eterogeneità? Tutti i viventi, ho pensato, desiderano. Intensamente, labilmente, contraddittoriamente, in un modo fisiologicamente ambiguo, facendo del proprio desiderio passione o ossessione, qualcosa che serve a fabbricare così come – e tutto ciò non contraddice la nozione di desiderio ma la rende ancora più ricca – qualcosa che può annientare. Soprattutto, ho pensato, ogni vivente desidera in una sua maniera peculiare. Ho allora scartato l’ipotesi di un titolo come Il desiderio perché l’articolo determinativo mi dava l’impressione di tenere sotto controllo e di poter definire univocamente un’esperienza molteplice come il desiderio. L’aggettivo indefinito ogni introduce invece alla pluralità e dunque alla capacità del desiderio di generare conflitti. C’è stato un momento in cui ho pensato di legare la locuzione Ogni desiderio al disordine, capovolgendo il canonico Ogni tuo desiderio è un ordine in qualcosa come Ogni desiderio è un disordine: alla fine – ragionando insieme al gruppo di lavoro – abbiamo preferito una maggiore lapidarietà: Ogni desiderio: un tema che percepiamo come sorgivo, come un continuo inaugurare.
Per quanto riguarda il programma, come era già avvenuto nel 2018 abbiamo deciso di dargli forma considerando il tema come una vera e propria prospettiva, lo abbiamo articolato in sottotemi e abbiamo dialogato con gli editori, con l’obiettivo di conferire al programma stesso coerenza e compattezza. Per fare degli esempi concreti, il prossimo 16 marzo la senatrice Liliana Segre – a partire dal suo Il mare nero dell’indifferenza, pubblicato da People – racconterà che cosa vuol dire continuare a desiderare l’umano nonostante la Storia sembri non fare altro che coagularsi nelle forme dell’odio; Cristina Cattaneo racconterà la necessità profondamente etica di dare un nome a chi continua a morire nel Mediterraneo – e lo farà attraverso il suo Naufraghi senza volto, edito da Raffaello Cortina – mentre Mimmo Lucano, in dialogo con Chiara Sasso, autrice di Riace, una storia italiana (Edizioni Gruppo Abele), interverrà descrivendo cosa significa ostinarsi a non perdere di vista il valore della dignità umana e in che modo ha senso desiderare di essere tenacemente solidali.
E ancora: un sottotema interamente curato dal gruppo di lavoro di Book Pride è quello che, riprendendo un titolo di Philip Roth, abbiamo chiamato Professori di desiderio, realizzato in collaborazione con Treccani. Una dozzina di scrittori – da Chiara Valerio a Nicola Lagioia, da Valeria Parrella a Fabio Geda, da Simona Vinci a Giorgio Fontana, da Luca Doninelli a Violetta Bellocchio, da Marco Malvaldi a Elena Stancanelli a Francesco Pacifico a Tiziano Scarpa ad Antonio Moresco – racconteranno il desiderio di una serie di personaggi letterari – Antigone, Kurtz, Mrs Dalloway, Don Chisciotte, Jane Eyre, l’agrimensore K., Barney Panofsky e Asher Lev e altri ancora, ragionando di letteratura dalla specola particolare del desiderio. Più che un semplice sottotema, Professori di desiderio è una vera e propria costellazione di lezioni (e del resto la parola costellazione è forse la più coerente, considerato che desiderare è una parola che ha un legame diretto con il cielo stellato).

Quasi tutti gli editori indipendenti stentano a stare sul mercato senza ricorrere a finanziamenti di vario tipo (come la sovvenzione alle traduzioni o quella alla stampa di alcune pubblicazioni da parte di enti e istituzioni) o ad attività collaterali (dai corsi di formazione a svariati altri lavori più o meno pertinenti): la bibliodiversità è davvero sostenibile?
La bibliodiversità non è un valore separato dal contesto socioculturale in cui ci si trova a vivere, direi semmai che è uno dei suoi emblemi, meglio ancora è una sua proiezione. Se il milieu è ricco ed eterogeneo, se si nutre di curiosità e contraddizioni, allora tutto ciò genererà naturalmente una reale pluralità di proposte, ogni proposta direttamente connessa al desiderio – mi permetto di dire – di trovare un libro che non si aveva idea che esistesse e che invece ci interpella e ci riguarda. In tal senso un editore è tanto qualcuno che intercetta i desideri che ci sono, quanto qualcuno che questi desideri li inventa a partire da una fiducia nei confronti dei lettori (e, mi verrebbe da dire, nei confronti dell’umano tout court). Penso al caso di Annie Ernaux. Prima che L’orma pubblicasse Il posto e poi Gli anni, Ernaux era stata già tradotta e pubblicata in Italia ma nessuno degli editori che la aveva in catalogo aveva lavorato a un’invenzione del desiderio nei confronti di una tra le più grandi scrittrici europee. L’orma non si è limitata a pubblicare i libri di Ernaux: attraverso quei libri ha interpellato qualcuno che non sapeva ancora di essere un lettore di Annie Ernaux. Secondo me un editore indipendente fa anche (soprattutto) questo: non si limita ad agire secondo le indicazioni che riceve da tutto ciò che è in piena luce, ma va a cercare i suoi lettori nel buio, dove non si vede niente e dove in teoria non c’è niente (ragionando su che cos’è un libro, in L’impronta dell’editore Roberto Calasso scrive che un editore deve riuscire a «suscitare desiderio per qualcosa che è un oggetto composito, in larga parte sconosciuto e in altrettanta larga parte elusivo»). È chiaro che questo è un modo di procedere non solo editoriale ma anche politico. La bibliodiversità esprime la diversificazione viva e vitale di una comunità.

Andrea Cortellessa ti ha inserito tra i più interessanti narratori degli Anni Zero: quali sono gli autori italiani contemporanei che segui con più interesse?
Cerco di leggere più narrativa italiana che posso perché mi interessa capire, per ogni libro, l’idea di narrazione e la messinscena linguistica degli scrittori che scrivono nella mia lingua. Gli autori che ammiro sono molti, ma qui mi limito a nominarne solo due, entrambi per ragioni legate alla radicalità del loro sguardo: Giorgio Falco e Michele Mari. Giorgio Falco per il suo parossismo, per l’oltranzismo, per la sua capacità di far funzionare la scrittura come gli infrarossi che vedono quello che diversamente non si vedrebbe. Per me la scrittura di Giorgio Falco svela e inventa e rivela; mi mostra – in un modo che è al contempo limpido e misterioso – quello mi sta intorno nello spazio e indietro e avanti nel tempo. Per quanto riguarda Michele Mari, la sensazione è che nella sua scrittura coesistano registri timbri tonalità che per altri autori sono univoci e reciprocamente incompatibili. Nella scrittura di Mari si raduna, armoniosa e caotica, tutta la letteratura concepibile. Nelle sue frasi l’umano appare nella sua irredimibile tragicomica sostanza.

Che ruolo e quanto spazio hanno la scrittura e la lettura nella tua quotidianità?
Nel corso degli anni scrittura e lettura sono diventati organi di senso. Da un lato nell’accezione biologica – ci sono gli occhi il naso la bocca le orecchie la pelle, e poi ci sono la lettura e la scrittura –, perché scrittura e lettura sono come strutture fisiche, recettori sensoriali: attraverso quelle due azioni io percepisco, converto, trasmetto, metabolizzo. Dall’altro lato, scrittura e lettura sono i comportamenti tramite cui accedo all’invenzione dei significati; le frasi sono le forme tramite cui conosco il mondo. C’è però ancora un altro senso che le parole scrittura e lettura hanno fatto loro: oltre a indicare due specifici comportamenti, scrittura e lettura sono i termini con cui mi ritrovo a nominare, per contrasto, tutto ciò che nel tempo non ho imparato a fare. Dico scrittura, dico lettura, e sto dicendo ciò che è accaduto e accade e al contempo tutto ciò che non è accaduto e non accade.

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