Intervista a Margherita Podestà Heir, traduttrice di ACCERCHIAMENTO di Carl Frode Tiller

margherita podestà heir_accerchiamento_tillerA tradurre per la prima volta in italiano Carl Frode Tiller è stata Margherita Podestà Heir, tra le più apprezzate traduttrici dalle lingue scandinave (in particolare dal norvegese). Alle spalle una cinquantina di titoli che spaziano dalla narrativa ai testi teatrali e alla letteratura per ragazzi; tra gli autori ai quali ha dato voce ci sono Henrik Ibsen, Sigrid Undset, Karl Ove Knausgård, Anne Holt, Jo Nesbø, Jonas Jonasson, Jon Fosse, Jostein Gaarder ed Erik Fosnes Hansen.
Di Tiller, uno dei più noti scrittori norvegesi, ha di recente tradotto Accerchiamento per la Stilo Editrice: un romanzo con tre narratori interni che hanno il compito di aiutare David, il protagonista (che non figura mai in prima persona) a recuperare la memoria. Ogni episodio inerente alla vita di David viene ripercorso e interpretato singolarmente da due amici-amanti, Silje e Jon, e dal suo patrigno, Arvid. Tutti e tre vorrebbero restituirgli il passato, o forse riappacificarsi con il proprio. Ciò che emerge dalle loro descrizioni e dai ricordi individuali è che ogni relazione viene vista e vissuta in modo diverso e si compone di fraintendimenti e supposizioni.

Quando ti è stata affidata la traduzione di Accerchiamento, conoscevi già Carl Frode Tiller? Come mai questo bel romanzo, pubblicato nel 2007, non è giunto prima in Italia?
Sì, conoscevo già lo scrittore. È considerato uno degli autori più importanti della Norvegia di oggi, inoltre ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, nazionali e internazionali. Il primo proprio con Accerchiamento, la sua opera di debutto. Ha continuato a riscuotere grande consenso a livello sia di critica sia di pubblico anche con i romanzi successivi, due dei quali compongono la trilogia di Accerchiamento.
Il motivo per cui non sia stato scoperto prima, secondo me, è perché è stato scritto in un periodo in cui, in generale, la presenza della letteratura norvegese in Italia era ancora limitata. Dopo il boom iniziale con Il mondo di Sofia di Gaarder, che avevo tradotto a suo tempo e che aveva fatto da “apripista”, gli altri norvegesi tradotti sono stati perlopiù autori di thriller e gialli. Si tratta di un trend che a volte limita le traduzioni di altro genere, anche se capisco che esiste un altro problema pratico: quelle scandinave sono lingue meno conosciute e quindi molti editori aspettano di vedere come si muove il mercato anglofono, francese e tedesco. Altro punto nevralgico, anche se la situazione è in parte migliorata, è che le case editrici scandinave hanno a volte problemi a mettersi in contatto con quelle italiane perché non sanno a chi rivolgersi.

Quali accorgimenti ha usato Tiller per differenziare la voce dei tre narratori? Quali difficoltà specifiche hai affrontato durante la traduzione?
Per caratterizzare i tre personaggi, Tiller non ha cambiato in modo netto il registro, non ci sono variazioni marcate di stile oppure di lessico. Per me la difficoltà maggiore è stata riuscire a rendere il substrato culturale, il modo di vivere e di porsi dei personaggi, che è molto diverso, sotto tanti aspetti, da quello che l’immaginario italiano ha nei confronti della Norvegia. Esiste una differenza fondamentale tra Oslo, intesa come capitale, e la provincia nella quale possiamo trovare ancora atteggiamenti alquanto chiusi. Proprio per questo in gioventù i protagonisti cercheranno in tutti i modi di atteggiarsi a ribelli. Questa è la grandezza di Tiller: la sua capacità di prendere in considerazione una piccola cittadina come Namsos nella contea del Trøndelag, e farci vedere una realtà che non ci aspetteremmo minimamente. Tiller descrive vissuti e dettagli a cui noi italiani non daremmo affatto peso, come il rapporto con l’alcol, che in Norvegia è un qualcosa di estremamente complesso. È visto come l’incarnazione del male da parte dei cristiani protestanti praticanti, ma anche lo Stato laico obbliga il cittadino maggiorenne a comprare i superalcolici in rivendite statali. Attraverso questa chiave di lettura, si capisce, per esempio, perché la madre di Silje venga vista male perché “beve” durante la settimana: un italiano direbbe «be’, cosa c’è di così strano?»; ebbene, in Norvegia questo rappresenta un grande tabù. Esiste una sorta di codice che fa parte della cultura norvegese che permea i rapporti sociali, “la legge di Jante”. Secondo questa legge nessuno deve pensare di essere migliore di altri; quindi qualsiasi persona che cerchi in un certo modo di emergere, assumendo atteggiamenti inconsueti in determinati contesti sociali, soprattutto in certa provincia, viene automaticamente etichettata come diversa. La realtà norvegese è costellata di tanti piccoli paesini e qui o ti adegui, come farà sotto certi aspetti alla fine Silje nonostante il suo passato rivoluzionario, oppure devi andartene. Dove? Principalmente a Oslo.
Far emergere questo substrato culturale è stata la cosa più difficile e interessante. A volte mi permetto magari di aggiungere un aggettivo – questo lo dico molto apertamente – o una parola in più al testo, proprio per dare una chiave di lettura, in questo caso chiaramente sociologica, a un contesto che altrimenti non verrebbe capito.
A prescindere da questo, l’altra sfida è stata rendere la potenza dei dialoghi. Tiller ha un talento enorme nel far trasparire quello che conta davvero proprio attraverso le conversazioni tra i protagonisti, e i loro silenzi. Battute laconiche, spesso salaci, apparentemente banali, ma che pesano come macigni.

A che tipo di lettore consiglieresti Accerchiamento e quali ritieni siano i pregi distintivi di quest’opera?
Credo che questo sia uno dei pochi libri che vedrei adatto a un pubblico molto ampio. I giovani possono immedesimarsi nei personaggi che sono alla ricerca di una propria identità. Penso per esempio al tema dell’omosessualità. È vero, la Norvegia è un paese molto più aperto, tollerante, anche da un punto di vista legislativo, però anche qui c’è da fare una distinzione tra la realtà della città e quella dei paesini. Ecco, per un pubblico di giovani adulti può essere utile vedere come vengono affrontate le questioni relative alla possibilità di realizzare i propri sogni, al rapporto con i genitori, o nello specifico con le madri, visto che i padri sono latitanti, all’amore. Accerchiamento però è anche un libro adatto per chi ha una fascia di età molto più alta. Tiller sa delineare un ambiente in tutta la sua complessità: dalla madre di Silje, ex sessantottina, che poi abbandona il suo spirito rivoluzionario, al prete protestante che secondo l’etica luterana si sposa e ha figli, con tutto quello che ne consegue. Quindi, ripeto, è un libro che può offrire spunti di riflessione a qualsiasi tipo di persona.

Parlando invece di te, qual è stato il tuo percorso accademico e professionale?
Ho sempre avuto in mente di lavorare con le lingue. Il primo passo è stato quando in concomitanza con la quarta liceo, grazie a Intercultura, ho trascorso un anno all’estero. Il destino mi ha portato a vivere nel Nord Europa, e uso volutamente la parola vivere, e non solo abitare. Vivere implica tutta una serie di coinvolgimenti emotivi, mentali, pratici, quindi ho vissuto quest’anno fantastico e durissimo in uno dei classici paesini da cartolina, su un fiordo non molto lontano da Capo Nord. Un’esperienza che, oltretutto, mi ha permesso di provare sulla mia pelle la situazione vissuta dai protagonisti di Accerchiamento.
La Norvegia non era stata una mia scelta precisa: io intendevo vivere un anno all’estero nel senso più generale del termine, per confrontarmi con un’altra cultura, ma questo paese è diventato la mia seconda patria e ci abito ormai in pianta stabile dal 1994.
Dal punto di vista accademico mi sono laureata in lingue scandinave alla Statale di Milano.
Mi sono avvicinata per caso alla traduzione: durante gli studi universitari mi era stato chiesto, insieme ad altri colleghi, una prova di traduzione di un autore su cui poi ho scritto la mia tesi perché mi ero follemente innamorata di lui come uomo e attivista politico da un lato e come scrittore dall’altro. Avendo ricevuto una borsa di studio dal governo norvegese, ho studiato per un certo periodo all’Università di Oslo. Da lì, tutta una serie di seminari e di corsi, ma, al di là dei percorsi accademici, io credo che una delle armi più importanti dei traduttori, oltre alla conoscenza approfondita della lingua e della cultura, sia una grande capacità di tacere.

Ossia? Parlaci del tuo modo di tradurre…
Sembrerà molto pomposo, ma ogni volta che inizio a tradurre un nuovo libro per me è un momento sacro, so che dietro a quelle parole c’è un autore o un’autrice che ha scelto di esprimersi in un determinato modo, che ha scelto come scrivere questo libro, e io, in maniera umile, cerco di spegnere me stessa e di mettermi in ascolto. Mi sforzo di entrare nella pelle di chi ha creato quel mondo che ho davanti e di penetrarlo il più possibile. L’ho già detto prima, è fondamentale che alla base ci sia un’ottima padronanza della lingua, anche se questo non esclude che ci saranno sempre vocaboli nuovi, ma i vocaboli nuovi sono un problema secondario. Almeno adesso con internet. Prima era già un problema procurarsi un dizionario italiano-norvegese. Mi riferisco all’abilità e alla sensibilità di un traduttore di capire che tipo di lingua viene usata, se arcaica, slang, normale, se alcune espressioni sono frutto della fantasia dell’autore o per quanto astruse sono invece comuni a quella lingua. È un argomento questo molto delicato perché purtroppo c’è una tendenza a mio avviso orrenda di appiattire i testi, di banalizzarli, di conformarli alle aspettative di un lettore italiano standard e di adattarli a un italiano piatto e standardizzato. Comunque, compresa la scelta linguistica dell’autore con tutti i messaggi culturali che comporta – e che io devo conoscere se li voglio tradurre nella loro pienezza –, mi sento come una specie di medium. Sì, capisco che l’immagine può risultare un po’ forte, ma io mi vedo come una medium che cade in trance, è come se veramente io cercassi in tutti i modi di spegnere me stessa e di lasciar parlare lo scrittore/la scrittrice attraverso di me.
Ricordo che mi è stato detto da un lettore, riguardo a Knausgård, altro pezzo da novanta della letteratura norvegese a livello mondiale, che è come se io mi fossi in qualche modo eliminata nella traduzione: è stato uno dei più grandi complimenti che abbia mai ricevuto.
Quello che è interessante, e di cui non si parla quasi mai, è cosa succede quando un libro è scritto male, e ce ne sono una marea di libri scritti male. In questo caso hai veramente dei grandi problemi a tradurlo perché il testo non “fila” e sei obbligato a migliorarlo. Penso a molti best seller che in realtà sono scritti coi piedi…

Prima di diventare una traduttrice stimata e ricercata dagli editori, come sei riuscita a instaurare i tuoi primi contatti lavorativi?
Il tutto è cominciato per caso, come dicevo prima, all’università. Una casa editrice di Torino cercava un traduttore per un libro tra i fondamentalisti di norvegese e dopo una prova di traduzione hanno affidato l’incarico a me. È nato tutto così. Poi ho preso il coraggio a quattro mani e mi sono rivolta di persona a una importantissima casa editrice norvegese chiedendo loro di darmi fiducia. Mi sono buttata prima nella traduzione del libro e poi nella ricerca di una casa editrice italiana interessata. Avevo le idee chiare e sono partita… a testa bassa. È andata bene. Da lì poco alla volta sono arrivate le prime traduzioni e le prime consulenze. Per molto tempo con il contagocce visto che la Scandinavia non esisteva proprio nel panorama editoriale italiano fino a pochi anni fa.

Molti dei libri da te tradotti sono thriller o noir: è un caso o deriva da una tua predilezione?
Premesso che adoro i gialli e che li traduco con gioia, ho tradotto e traduco di più romanzi letterari. Probabilmente sono meno visibili sul mercato e si rivolgono a un pubblico più di nicchia, ma preferisco essere ricordata per questi, vedi per esempio Knausgård o Tiller.

Un po’ di tempo fa si è molto dibattuto sulla difficoltà dei traduttori di riscuotere i propri compensi: è un problema ancora attuale? Riesci a vivere solo di traduzioni?
Personalmente non ho mai avuto problemi nel riscuotere. So di colleghi che invece non sono stati pagati. Quello che fa ancora specie sono i termini di pagamento, lunghissimi. Come se anche noi traduttori non avessimo bollette da pagare o il frigo da riempire. C’è invece ancora molto da fare sui contratti, sulle clausole, sui compensi.
Se riesco a vivere solo di traduzioni: no. Forse la situazione va monitorata a seconda della lingua da cui uno traduce. I titoli, in generale, dalle lingue scandinave sono sicuramente aumentati, ma sono aumentati anche il numero di colleghi che traducono da queste lingue, ma parliamo sempre di un numero di titoli alquanto contenuto. Una caratteristica interessante è che chi conosce molto bene una delle tre lingue scandinave di riferimento, danese, norvegese e svedese, riesce a tradurre anche dalle altre due, cosa che non è possibile invece in altri ambiti.

Tra le pubblicazioni degli ultimi mesi, di quali ti sarebbe piaciuto occuparti? Hai altre traduzioni in corso al momento?
Non mi faccio di questi problemi. Devo dire che sono molto soddisfatta degli autori che traduco, a parte forse un paio di libri che secondo me non erano un granché, ma rientravano nel trend del giallo scandinavo. Se ho altre traduzioni al momento: oh, sì, da norvegese, danese e svedese. Oltretutto testi e generi molto diversi tra di loro ognuno con le proprie peculiarità. Magnifico. Per me la traduzione significa aprire gli orizzonti. In primis a me stessa perché imparo sempre cose nuove. E spero con tutta umiltà che questo valga anche per i lettori.

Infine, a quale delle opere da te tradotte sei particolarmente legata e come mai?
Sono molto molto legata ad Accerchiamento di Carl Frode Tiller, ma anche a tutti i libri di Karl Ove Knausgård: adesso sto ultimando il sesto volume, 1200 pagine; in tutto sono appunto sei volumi, per un totale di oltre 3000 pagine, 5 anni della mia vita. Secondo me lui è uno scrittore meraviglioso e, come tutti gli scrittori meravigliosi e unici, o ti piace o non ti piace. È un personaggio che non scende a compromessi, quindi c’è chi viene assorbito totalmente dal suo modo di fare, dal suo modo di scrivere, e chi invece no, e io sono felicissima, perché gli scrittori che non sono in vendita, che non scrivono lo stesso libro quindici volte, sono quelli fedeli a se stessi.
Un altro libro al quale tengo molto, per un motivo completamente diverso è Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonasson. Perché? Perché è un libro di un’originalità spaventosa. Infatti la storia del XX secolo viene raccontata in maniera umoristica e a volte surreale attraverso le peripezie del protagonista, un centenario per l’appunto. Spassoso, acuto, ironico. Mi sono divertita un sacco. E adesso arriverà in libreria il seguito… il centunenne…

[Diversamente dalle altre, questa è stata un’intervista telefonica e ringrazio Marianna Carabellese e Rossella Mariani della Stilo Editrice per il prezioso contributo.]

Qui tutte le interviste ai traduttori pubblicate su Vita da editor:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-traduttore/

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