L’INTRUSO di Luigi Bernardi, recensione

Luigi BernardiPubblicata postuma da DeA Planeta l’ultima opera di Luigi Bernardi, L’intruso

Già il titolo, L’intruso, sta a indicare l’anomalia di questo libro autobiografico all’interno della produzione letteraria di Luigi Bernardi, ma si riferisce anche al cancro che si è innestato nel suo corpo per devastarlo: «Mi scopro le dita delle mani e dei piedi strette ad artiglio. Parlassero, ringhierebbero. Non è un effetto collaterale della metastasi. È una postura che non mi era mai appartenuta e che adesso invece si avvia a diventare il mio biglietto da visita. Un principio di difesa, credo. Stringo fino a farmi male. Vorrei strappare forse, artigliare, menare colpi, proteggermi».
Non sono però solo pregne di dolore queste pagine, ci sono anche lo sguardo schietto con cui Bernardi affrontava la vita, la sua autoironia, l’insofferenza verso un mondo editoriale nel quale aveva lavorato per oltre un trentennio e che ormai sentiva alieno, ma soprattutto c’è la sua arte di narrare. L’intruso è un’opera eterogenea che include anche bugiardini medici, appassionate considerazioni sulla letteratura e sui fumetti, citazioni di altri libri (frequenti quelle dall’Imperatore del male di Siddhartha Mukherjee), racconti a sé stanti, ma non privi di rimandi, il tutto in un sorprendente equilibrio, sino all’ultimo quarto in cui tutto un po’ si sfalda o si attorciglia, in concomitanza con l’avanzare impietoso della malattia e della sfiducia.
L'intruso_Luigi Bernardi_copertinaLuigi Bernardi è stato autore di noir, sceneggiatore di fumetti, direttore editoriale, traduttore, e quando nell’ottobre del 2013 è morto, non poteva che lasciarci in consegna un’ultima opera: questa, della quale è stato modificato il solo titolo, si chiamava Parlami di settembre ed era un file all’interno della cartella Andandomene; va reso merito alla casa editrice DeA Planeta e a Stefano Izzo, che ne cura la narrativa, di averla pubblicata. Ci restano così le sue parole, con le quali voglio concludere: «Non è il momento per libri come il mio, come questo che sto scrivendo. L’editoria ha riscoperto le storie disgraziate, in odore di melodramma. E questo mostro che chiamano autofiction è lì pronto a raccontargliele, insieme a scrittori improvvisati ma muniti del necessario, ovvero proprio di quelle storie disgraziate. Cancri, paralisi, tutto va bene, purché ci sia e sia evidente lo scontro fra un corpo che vorrebbe e un cuore che non può. Che schifo. Ma ci voglio lo stesso essere, la mia disgrazia non è inferiore a nessun’altra e solo io la posso raccontare come la racconterebbe uno scrittore. Perché io sono uno scrittore, loro no. O almeno credo di esserlo, per quello che vorrà dire».

Qui l’intervista a Stefano Izzo, editor della narrativa italiana di DeA Planeta:
https://giovannituri.wordpress.com/2018/10/25/intervista-a-stefano-izzo-editor-della-narrativa-italiana-di-dea-planeta/

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