ELMET di Fiona Mozley, recensione

Elmet, Fiona Mozley, Fazi copertinaElmet, il celebrato esordio di Fiona Mozley appena pubblicato da Fazi

Finalista al Man Booker Prize e selezionato come libro dell’anno da diverse prestigiose riviste, Elmet si presenta come un clamoroso caso editoriale intorno al quale la critica anglofona ha speso elogi sperticati. Si è parlato di un “Cime tempestose scritto con una voce completamente nuova” su «Stylist» e di “un mix fra Hansel e Gretel e Il padrino” su «The Sunday Times»; un riferimento pertinente sarebbe invece senz’altro Tutto il nostro sangue di Sara Taylor: anche nel romanzo d’esordio della trentenne inglese Fiona Mozley l’ambientazione prevalente è rurale e pienamente novecentesca e c’è una violenza compressa che solo a tratti si manifesta, per poi dilagare nel finale. Ma lasciando da parte gli strilli e i confronti, inoltrandosi nel testo si trovano una storia che incalza il lettore senza troppi espedienti e una scrittura che sa emozionare senza sentimentalismi; l’abilità maggiore di Fiona Mozley (e di Silvia Castoldi che l’ha tradotta per Fazi) è quella di dare voce a un narratore quattordicenne, Daniel, pieno sì di interrogativi, ma di natura ben diversa da quella dei coetanei. I suoi unici riferimenti sono due figure dal carattere ruvido, ma mai prive di premure nei suoi confronti: la caparbia sorella maggiore, Cathy, e il padre, John; sua madre non è stata che una comparsa della quale ci è dato sapere il poco che Daniel è riuscito a carpire dalle sue fugaci apparizioni, prima che sparisse definitivamente dalla loro esistenza.
L’opera si apre con il giovane protagonista in fuga e alla ricerca di qualcuno, nel primo dei sei brevi capitoletti in corsivo che si svolgono quando tutto ormai si è drammaticamente concluso; mentre la narrazione più ampia prima si concentra prevalentemente sul passato del padre, spesso coinvolto in combattimenti clandestini e sempre oltre i margini della legalità, dopo sulle conseguenze della scelta di costui di costruire la dimora sua e dei due figli ai margini di un bosco di proprietà di un prepotente e facoltoso latifondista, con il quale in passato ha già avuto qualche screzio. Prima però che il ritmo narrativo acceleri sempre di più e il romanzo si configuri come un thriller, Elmet si incentra sull’educazione anomala di due adolescenti e sul rapporto che idealmente è ancora possibile instaurare con la natura; interessante, anche se meno originale, è poi il modo in cui Fiona Mozley descrive la graduale perdita di un’identità condivisa e l’instaurarsi di rapporti di forza iniqui all’interno delle comunità periferiche.
Se dunque questa autrice sia realmente “l’astro nascente delle narrativa inglese” forse è prematuro affermarlo, ma, se l’affronterete con un piglio un po’ più scettico di quanto suggerisca «The Economist», il suo esordio sarà una lettura che vi sorprenderà piacevolmente.

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2 thoughts on “ELMET di Fiona Mozley, recensione

  1. Amanda.B ha detto:

    Ohi ohi se è paragonato a “tutto il nostro sangue” non credo che mi avrà

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