Intervista a Riccardo Michelucci, traduttore di Paul Lynch

Neve nera_Paul Lynch_66thand2ndDopo Cielo rosso al mattino, 66thand2nd ha affidato a Riccardo Michelucci anche la traduzione del secondo romanzo di Paul Lynch, Neve nera. In quest’opera, l’autore conferma la sua scrittura materica e replica l’efficace escamotage di interrompere la narrazione in prima persona con degli innesti in prima, che qui danno voce al figlio dei due protagonisti: una coppia di coloni che nella prima metà del ’900 lascia gli Stati Uniti per fare ritorno in un’Irlanda rurale, dove l’insofferenza della comunità locale li condurrà a esiti sempre più drammatici.
Qui di seguito l’intervista a Riccardo Michelucci, giornalista e studioso dell’Irlanda oltre che traduttore.

È stato lei a proporre alla 66thand2nd la traduzione dei romanzi di Paul Lynch o la casa editrice ad affidargliela?
No, è stata Isabella Ferretti di 66thand2nd a farmi conoscere questo autore straordinario, del quale fino a qualche anno fa avevo solo sentito parlare, e ad affidarmi la traduzione delle sue opere. Avevo già lavorato per loro cimentandomi con un famoso drammaturgo irlandese del Secondo dopoguerra, Brendan Behan. Ma la traduzione di Un irlandese in America. La New York di Brendan Behan (Brendan Behan’s New York) è stato un lavoro completamente diverso, più breve e assai meno impegnativo rispetto a Lynch.

Qual è stato il primo impatto con l’opera di questo scrittore e quali difficoltà specifiche ha affrontato nella traduzione prima di Cielo rosso al mattino e poi di Neve nera?
È stata una sfida, in entrambi i casi. Un lavoro molto difficile ma anche assai gratificante. Non nascondo che in alcuni momenti ho temuto di non farcela perché la lingua usata da Paul in entrambi i romanzi presenta notevoli difficoltà. Lui stesso si diverte a prendermi in giro, rammaricandosi di non essere ancora riuscito a “far impazzire” il suo traduttore. Le criticità principali non sono soltanto di carattere sintattico: lo stile di Lynch risente delle influenze del cosiddetto “Hiberno-English”, il dialetto inglese-irlandese che non è di per sé differente da quello che si parla in Inghilterra, ma ha alcune costruzioni lessicali insolite, spesso capovolte, e forme linguistiche derivate da antiche espressioni gaeliche. Di solito privilegia il ritmo alla grammatica (in molte frasi i verbi sono soltanto sottintesi) e fa uno scarso uso di punteggiatura. La sua lingua è sontuosa, immaginifica e ricca di sinestesie ma al tempo stesso fluida e poetica. Renderla in italiano non è stato affatto facile.

Paul Lynch e Riccardo Michelucci

Paul Lynch e Riccardo Michelucci

A che tipo di lettore consiglierebbe i romanzi di Paul Lynch?
Nessun amante della buona letteratura dovrebbe privarsi del piacere di leggere i romanzi di Lynch. I critici l’hanno paragonato ad alcuni grandi del passato come Cormac McCarthy e William Faulkner, l’hanno accostato alla lingua rurale di un poeta irlandese immenso come Seamus Heaney. Ma io credo che in realtà Lynch abbia uno stile tutto suo, originalissimo e appassionato, capace di donare pari dignità alla violenza e alla bellezza, all’incanto e all’orrore. E la cosa forse più bella è la sua spontaneità linguistica. Nei suoi romanzi la natura ha un ruolo fondamentale, viene descritta in modo quasi ‘cinematografico’ e senza mai un aggettivo di troppo, al pari delle azioni dei personaggi.

Com’è nato il suo interesse per l’Irlanda e per la sua cultura?
È una storia che risale a tanto tempo fa, fatta di viaggi, incontri e studi multidisciplinari. Sono sempre stato un amante della storia, della politica e della cultura irlandese, nonché un cultore della sua straordinaria letteratura. Mi ha sempre stupito che un paese così piccolo fosse stato e sia tuttora in grado di esprimere così tanta vita e così tanta cultura. È stata indubbiamente una reazione di fronte ai secoli di oppressione e colonizzazione che ha subito dagli inglesi. E anche in epoca moderna questo fiume continua ad auto-alimentarsi, in modo incessante. La letteratura irlandese contemporanea offre sempre nuovi spunti, nuovi motivi di interesse, sorprese continue. Tanti sono gli scrittori e le scrittrici dell’ultima generazione che meriterebbero di essere tradotti e fatti conoscere.

Collabora con «Avvenire», Il Venerdì di «Repubblica», Radio Rai 3 e la sua attività prevalente è quella di giornalista: quando e come ha pensato di cimentarsi anche con la traduzione?
Quasi per caso, parlandone con un caro amico che è anche un grande traduttore. Alcuni anni fa partecipammo a un convegno universitario sulla storia e la politica dell’Irlanda, dov’eravamo entrambi relatori, e lui mi consigliò di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Da lì è cominciata l’avventura. Finora mi sono cimentato soltanto con autori irlandesi perché la conoscenza che ho di quella cultura rappresenta un valore aggiunto.

Tra le pubblicazioni degli ultimi mesi, di quali le sarebbe piaciuto occuparti? Ha altre traduzioni in corso al momento?
Può apparire bizzarro, perché ho studiato pochissimo lo spagnolo e non sarei mai in grado di tradurre un testo in quella lingua, ma il primo libro recente che mi viene in mente è Patria di Fernando Aramburu, tradotto dal grande Bruno Arpaia. Ho apprezzato molto l’originalissima struttura sintattica usata dall’autore e mentre lo leggevo continuavo a chiedermi come dev’essere stato tradurlo. Al momento (inizio autunno 2018) non sto lavorando ad altre traduzioni ma ho alcuni progetti in cantiere che spero possano prendere forma quanto prima.

Qui tutte le interviste ai traduttori pubblicate su Vita da editor:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-traduttore/

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