IL RACCONTO DELL’ANCELLA di Margaret Atwood, recensione

IL RACCONTO DELL'ANCELLA, Mrgaret Atwood, copertinaUn romanzo che va ben oltre la rivendicazione femminista che lo attraversa: Il racconto dell’Ancella di Margaret Atwood

Ho impiegato parecchio tempo prima di convincermi a leggere Il racconto dell’Ancella di Margaret Atwood, opera del 1985 pubblicata in Italia da Mondadori nel 1988 e poi riproposta da Ponte alle Grazie nel 2004 e in una nuova edizione nel 2017. Mi respingeva l’idea che a sorreggerla fossero gli intenti ideologici di rivendicazione femminista, né mi interessava che da questo romanzo sia poi stata tratta una celebre serie televisiva (che probabilmente non vedrò). Ma quello di Margaret Atwood è un nome che ritorna ogni anno tra i più credibili candidati al Nobel per la Letteratura e gli apprezzamenti sulla sua scrittura sono numerosi: finalmente ho capito perché.
Il racconto dell’Ancella è sì un romanzo di denuncia del finto perbenismo della società occidentale e del ruolo subalterno a cui le donne spesso sono ancora relegate, ma, al di là di ogni considerazione socio-politica, ha almeno tre qualità che ne fanno una lettura degna di grande interesse: lo stile, la storia, il modo in cui è costruita.
Suppongo anche per merito della traduzione di Camillo Pennati, quella di Margaret Atwood è una scrittura scabra che, nella sua essenzialità e senza mai alzare il tono, giunge al lettore diretta e potente – tanto che vien di pensare ad Ágota Kristóf, altra straordinaria autrice.
Quanto alla trama, provo a fornirvi qualche indizio servendomi delle parole della protagonista e narratrice: «Non posso evitare di scorgere, adesso, il piccolo tatuaggio che ho sulla caviglia. Quattro cifre e un occhio, un passaporto all’incontrario. Serve a garantire che non sarò mai in grado di scomparire in un altro paesaggio. Sono troppo importante, troppo rara. Sono una risorsa nazionale». E diverse pagine oltre: «Noi esistiamo per scopi di procreazione […]. Noi siamo dei grembi con due gambe, nient’altro: sacri recipienti, calici ambulanti». A suggerirmi di non rivelare altro è la stessa scrittrice che, dopo aver ideato con grande acume una distopia dominata da una dittatura maschilista, ci introduce al suo interno chiarendone poco per volta i contorni e aumentando così lo spaesamento e l’inquietudine di chi ascolta la voce dell’Ancella; solo nelle “note storiche” conclusive le coordinate spazio-temporali vengono definite con esattezza, così come il ruolo di alcuni personaggi tutt’altro che secondari.
Non crediate quindi, come improvvidamente facevo io, che tutto si esaurisca ai rapporti di forza uomo-donna, perché, come ogni autentica opera letteraria, anche questa suggerisce molte tematiche, dalla capacità di sopportare dolore e privazioni alla persistenza dell’amicizia e della possibilità di amare. Insomma, anche se solitamente quando le opinioni di tutti sono concordi c’è da diffidare, Margaret Atwood è una scrittrice da conoscere e Il racconto dell’Ancella un romanzo da leggere.

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One thought on “IL RACCONTO DELL’ANCELLA di Margaret Atwood, recensione

  1. Leggendaria di Anna Maria Crispino Crispino ha detto:

    Bontà sua!

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