Intervista a Luca Pantarotto autore di HOLDEN & COMPANY

Way of Great American WritersDal 2013 al 2015 gli appassionati di letteratura statunitense hanno trovato nel blog anonimo Holden & Company brevi saggi e articoli caratterizzati da uno stile chiaro, ironico e appassionato; ora l’autore, Luca Pantarotto, è ormai uscito allo scoperto e una selezione di quei contributi è stata raccolta e pubblicata nella collana Glitch di Aguaplano, con il titolo Holden & Company – peripezie di letteratura americana da J. D. Salinger a Kent Haruf. A molte delle domande che avrei voluto porgli, Luca Pantarotto ha già risposto su Senzaudio, qui quelle che mi sono rimaste.

Come nasce il tuo interesse specifico per la letteratura nordamericana?
Direi in modo piuttosto casuale, come tutti gli interessi. Non sono mai stato un lettore molto disciplinato, fino agli anni dell’università ho passato periodi anche lunghissimi senza mai aprire un libro (forse per questo ancora oggi mi irritano le campagne evangeliche e apostoliche di promozione della lettura, almeno quelle ispirate al principio sottinteso “Se non leggi un libro non vali niente”). E, anche quando leggevo, mi limitavo a testi che avessero a che fare con i miei studi di allora: filologia latina e greca, roba così, niente di più recente della caduta dell’Impero romano, insomma. Anche Il giovane Holden di Salinger, sì, l’avevo letto a vent’anni circa, mi aveva divertito tantissimo, ma all’epoca di quel libro non avevo capito nulla ed era finita lì (ho raccontato questa storia sul blog di Giacomo Verri). So che dovrei rispondere cose tipo “Sono sempre stato immerso, fin da piccolo, nell’amore per l’immaginario americano e la cultura a stelle e strisce” o “L’interesse per una cultura altra così ricca e variegata ha sempre orientato le mie multiformi letture”, ma in realtà, molto più semplicemente, è successo che a un certo punto mi ero stufato di leggere solo cose scritte prima della nascita di Cristo, per caso mi consigliarono Altre voci, altre stanze di Truman Capote, lo lessi, mi piacque un sacco e, da buon completista ossessivo-compulsivo quale tuttora sono, partendo da lì ho iniziato a unire i puntini recuperandomi via via tutti i libri di Capote che trovavo. Da Capote sono poi passato, sempre casualmente, a Jonathan Franzen, prima con Le correzioni e poi passando a tutto quello che c’era in giro fino a quel momento (tra cui la bellissima raccolta Come stare soli, una delle più importanti raccolte di nonfiction degli ultimi vent’anni). E così via, di autore in autore. Finché a un certo punto mi sono accorto che ormai da anni leggevo quasi solo roba americana e ho pensato di aprire un blog dedicato esclusivamente a quella.

Come ritieni sia mutato dal 2013 a oggi il panorama letterario degli Stati Uniti?
Quante settimane abbiamo per quest’intervista? Scherzi a parte, di tutte le risposte possibili ne isolerei una, che riguarda, più che un cambiamento, il consolidamento di un trend iniziato all’inizio del nuovo millennio e ben evidenziato anche da Luca Briasco nell’introduzione al suo Americana (minimum fax, 2016): una tendenza ad abbandonare le grandi narrazioni massimaliste che ancora negli anni Novanta sembravano costituire l’obiettivo più agognato dagli scrittori americani, per ripiegare “all’interno”, riportare lo sguardo su spazi e dimensioni più ristrette e intime. Dopo la frattura dell’11 settembre 2001 è emersa con ancora maggiore evidenza una particolarità che per chi segue la narrativa americana è una specie di linea guida: la letteratura migliore nasce là nel mezzo, nel “grande vuoto” che sta tra New York e Los Angeles. Una provincia lontana dalle grandi metropoli, in cui si ritrova lo sguardo non cinico e disincantato proprio del postmoderno, ma l’attenzione imparziale e autentica per aspetti della vita che quasi mai hanno potuto trovare spazio in quelle mastodontiche costruzioni narrative che aspiravano a racchiudere in sé l’intera conoscenza del mondo. Nel libro c’è un capitolo che parla proprio di questo, in effetti, e del motivo per cui oggi sono tornati alla ribalta anche in Italia autori come Kent Haruf, John Williams, Wendell Berry, Chris Offutt: autori “di provincia” a cui oggi si fa ricorso per trovare letture della realtà che sappiano aiutarci a capire, di nuovo, un mondo sempre più difficile da capire. Anche la rinnovata attenzione per il western, forse, può rientrare in questo quadro.

Holden & Company_Luca Pantarotto_AguaplanoNei testi raccolti in volume torna più volte il concetto di “intrattenimento”, inteso con le parole di Chabon come “uno scambio equo di attenzione, di esperienza e della fame universale di rapporti umani”: è questo che continui a cercare nei libri?
Decisamente sì. E proprio nell’accezione in cui ne parla Chabon: che poi, se ci pensi, è l’unica possibile. Il briccone vestito di lustrini, il saggio di Chabon sull’intrattenimento che analizzo nel libro, è una lettura fondamentale, secondo me, spesso lo riprendo in mano e ne rileggo alcune parti. La sua idea di intrattenimento coincide perfettamente con la mia: e anche se ancora oggi “intrattenimento” troppo spesso si considera sinonimo di “perdita di tempo”, il suo significato più autentico è, come nota Chabon, quello di “sostenersi a vicenda”. Che poi è quello che fanno i libri migliori, no? Ti raccontano una storia, ti accolgono nel loro mondo e, nel rapporto che si viene così a creare tra scrittore e lettore, ci si sostiene davvero a vicenda.

Tra gli autori trattati ve ne sono di molto celebri, come Jerome David Salinger o Truman Capote, e di meno noti, come Paul Bowles e Augusten Burroghs (pseudonimo di Christopher Robison). Nelle sezioni Interludio spieghi poi come e a che testi accostarsi di David Foster Wallace, Joe R. Lansdale, Stephen King, Philip Roth. Se ti chiedessi un quinto breve Interludio per William Faulkner?
Mentre morivo, perché come ti dicevo io vengo da studi classici e spesso la narrativa americana si confronta con la mitologia greca: in particolare qui Faulkner si richiama al racconto omerico della discesa agli Inferi di Ulisse (in anni più recenti anche Jesmyn Ward, scrittrice non a caso parecchio faulkneriana, ha imbastito il suo romanzo Salvare le ossa in parte intorno al mito di Medea: poi dicono che gli americani non sanno niente). Luce d’agosto, perché è forse il capolavoro di Faulkner e contiene pressoché tutti i temi della sua narrativa – razzismo, rapporto con le proprie origini familiari e comunitarie, ricerca di un’identità propria in un mondo apparentemente dominato dal male – e alcune delle vette più alte della sua scrittura. E poi, perché no, Zanzare: un romanzo che non cita mai nessuno, forse perché fu un fallimento tale da portare l’editore di Faulkner, Boni & Liveright, a mettere in pausa la pubblicazione di altri suoi romanzi. Eppure è un libro divertente e molto forte, oggi in bandella probabilmente lo si descriverebbe come “una satira caustica e tagliente della società contemporanea, tuttora di stringente attualità”, e in fondo è proprio così.

Dando per scontato che tu abbia smesso di studiarti quotidianamente tutte le novità presentate su Wuz, come confessi in uno dei contributi raccolti, attraverso quali canali ti informi delle novità editoriali?
Sì, mi informo molto meno di allora. Ora navigo più a vista, diciamo; all’epoca ogni venerdì riassumevo le uscite settimanali in un post dedicato, lo chiamavo “il post del venerdì” e ci mettevo dentro tutto quello che usciva, ma proprio tutto, da Roth agli Young Adult, presentandoli ovviamente a modo mio. Ma quando si lavora molto con i libri si finisce, paradossalmente, per avere meno tempo da dedicare alla lettura, perciò da quando ho iniziato a lavorare in editoria la maggior parte delle novità le scopro come tutti, o tramite i social o entrando in libreria.

In due testi, riferendoti alle considerazioni di Elizabeth Hardwick e di John Updike, ti interroghi sullo stato di salute della critica letteraria: anche oltreoceano le marchette hanno subissato le recensioni? Era stato l’anonimato del tuo blog a darti la serenità per esprimerti con schiettezza (stroncando ad esempio le velleità di Philipp Meyer)?
Non direi “anche oltreoceano”, perché altrimenti sembra che qui in Italia abbiamo solo marchettifici, quando invece non è così. Ci sono blog e magazine molto ben fatti e gestiti con passione e competenza, che scrivono di libri senza avere come unico scopo quello di ottenere credito o visibilità presso gli editori. Con il lavoro che faccio ne seguo molti, mi serve come “rassegna quotidiana”, diciamo. Però è vero che altrove c’è molta superficialità, molto dilettantismo, si tende talvolta ad attribuire valore critico a opinioni che in fondo sono poco più dell’espressione frettolosa di un proprio gusto personale. Senza contare la proliferazione di etichette come “libro necessario”, “lettura imprescindibile”, “libro dell’anno” (hai notato quanti libri dell’anno escono ogni anno?), che rischiano di livellare la discussione su un piano piuttosto basso e che ben poco ha a che fare con il reale valore del testo. Anche qui, poiché il nostro sguardo sull’estero ha a che fare soprattutto con le vette della critica e del dibattito culturale, è difficile dire quanto si stia diffondendo la superficialità nell’approccio al mercato editoriale: dubito che a livelli più bassi ci sia gran differenza rispetto alla nostra situazione, anche se di sicuro i tempi sono (per fortuna) cambiati dal panorama descritto da Elizabeth Hardwick nell’articolo di cui parlo nel libro.
Quanto all’anonimato del blog, non l’ho mai considerato alla stregua di un paravento: se quel blog è sempre (o quasi) stato anonimo, era soprattutto perché non mi interessava usarlo per ottenere visibilità. Personalmente, ho sempre cercato di essere onesto in primo luogo nei confronti dei lettori che mi seguivano, non mi è mai interessato “vendere” o consigliare libri. Del resto non penso che lo scopo di una recensione sia consigliare o sconsigliare libri, quella è una distorsione che si sta imponendo da un po’, ma che nulla ha a che vedere con il concetto di recensione. Una recensione serve a capire come e perché un bel libro funziona bene e un libro brutto no: che poi uno, leggendola, si senta indotto a comprarlo o meno, è un effetto del tutto secondario, a mio parere. I pezzi dedicati a Meyer, in particolare, mi sono serviti anche come tentativo di messa a punto di un certo tipo di attesa nei confronti di un certo tipo di novità che, al di sotto degli strilli della stampa, sembravano rivelare tecniche, approcci e messaggi ben poco rivoluzionari.

Come è cambiato il tuo rapporto con i social network da quando te ne occupi professionalmente per NN Editore?
Qualitativamente non è cambiato per nulla, continuo a usare il mio profilo per parlare di quello che mi interessa nel modo in cui mi piace o ritengo opportuno parlarne. Non sovrappongo quasi mai il mio profilo personale con il marchio per cui lavoro, preferisco mantenerlo separato, nei limiti del possibile. Quantitativamente invece si è intensificato, del resto è inevitabile: lavorando con i social ci passo sopra tutta la giornata (talvolta anche di più).

Tra le ultime pubblicazioni di narrativa statunitense, quali ti hanno maggiormente colpito?
Non mi viene in mente niente che possa reggere il confronto con Sognando la luna, l’ultimo romanzo di Michael Chabon uscito da noi lo scorso settembre nella traduzione di Matteo Colombo. Uno Chabon straordinario, che in un certo senso tira le fila di un discorso complesso e ininterrotto sull’identità ebraico-americana e la ricerca di nuove patrie (anche, se non soprattutto, culturali e immaginarie) avviato con Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay e proseguito con Il sindacato dei poliziotti yiddish e, in un certo senso, anche Telegraph Avenue. Ma segnalerei anche l’operazione di riscoperta di Don Carpenter iniziata tre anni da Frassinelli con I venerdì da Enrico’s e proseguita pochi mesi fa con La sceneggiatura.

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2 thoughts on “Intervista a Luca Pantarotto autore di HOLDEN & COMPANY

  1. Amanda.B ha detto:

    Anche se non c’è l’intento di far vendere libri, poiché ho molto amato ” le fantastiche avventure di Kavalier e Clay”, dopo questo post, penso che leggerò “Sognando la luna”
    Grazie

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