Intervista ad Anna Rusconi, traduttrice di TUTTO QUELLO CHE È UN UOMO di David Szalay

Anna Rusconi traduttrice di Tutto quello che è un uomo

Foto di Francesca Pagliai

Anna Rusconi ha tradotto per le più importanti case editrici italiane scrittori come Patricia Daniels Cornwell, Jack London, Alice Munro, Haruki Murakami, Joyce Carol Oates, Tom Wright e tra gli ultimi autori ai quali ha dato voce c’è anche David Szalay con Tutto quello che è un uomo (Adelphi): una successione di racconti che attraversano l’Europa e le diverse età dell’uomo, dall’adolescenza alla vecchiaia, mostrandone le fragilità e le ambizioni, le ottusità e gli slanci.

Quando ti è stata affidata la traduzione di Tutto quello che è un uomo, conoscevi già David Szalay? Come mai le sue precedenti opere non sono state ancora proposte in italiano?
No, non conoscevo Szalay. La traduzione mi arrivò nella primavera del 2016 e quando mi documentai scoprii che aveva già scritto altri romanzi e alcuni radiodrammi per la BBC. Fondamentalmente, però, allora rimasi concentrata sul libro che avevo in mano. Perché quei titoli non siano ancora stati proposti in Italia è una domanda che andrebbe rivolta agli editori. Quello che posso dire adesso, dopo aver letto anche Spring, è che Tutto quello che è un uomo mi sembra un’opera decisamente più matura, ricca e completa sia nello stile che nei contenuti, quindi Adelphi ci ha visto lungo.

Seppur apparentemente lineare e dimessa, la prosa di Szalay è magnetica: come ottiene questo effetto? Quali difficoltà specifiche hai affrontato durante la traduzione?
Sì, hai detto bene: apparentemente lineare e dimessa, ma la linearità dimessa è frutto di quella che si dice una scrittura sorvegliatissima. Se scrivi radiodrammi per la BBC è molto probabile che tu vada a nozze coi dialoghi, e infatti sono senz’altro uno dei punti forti del libro. Qualche tempo fa, però, un regista teatrale ha proposto a Szalay di portare in scena Tutto quello che è un uomo e ha cominciato il lavoro proprio isolandone i dialoghi. In questo modo l’autore stesso si è reso conto dell’importanza decisiva delle parti narrative, collante senza il quale i botta e risposta, che sono veri e propri capolavori di espressività ridotta all’osso, si sbriciolavano come le mummie dei vecchi film dell’orrore, diventando semplicemente noiosi, insulsi, privi di qualunque incisività.
Questo per dire che la scrittura lineare e dimessa è in realtà una costruzione attenta e minuziosa dove tutto si tiene, solo che nella stragrande maggioranza dei casi l’obiettivo a cui Szalay punta non è l’effetto rapido e vistoso ma tenue e progressivo. La linearità è insomma studio sapiente dei tempi comici e tragici, della scansione ritmica delle frasi, delle risonanze intratestuali. E non esclude nemmeno momenti di lirismo e di elaboratezza stilistica, dispensati però con grande misura e quasi mimetizzati nel tessuto discreto del romanzo.
Forse a risultare magnetica è proprio questa ingannevole semplicità. E trovare una semplicità analoga e analogamente sostenibile in italiano è stata la parte più impegnativa e insieme divertente del mio lavoro. Oltre a sfide più evidenti come azzeccare il parlato imperfetto ma non ridicolo dei personaggi stranieri del libro, che sono molti e costruiscono i loro vizi grammaticali e di pronuncia sull’inglese, con tutte le differenze del caso rispetto all’italiano. Di sicuro, in più di trent’anni di mestiere non mi era mai capitato di godere tanto nell’affondare le mani nella materia di un libro e di chiedermi quanto del mio piacere sarebbe arrivato a destinazione proprio a causa dello stile così discreto e dimesso. Non ho idea di che effetto faccia, dal punto di vista linguistico, leggere questo romanzo in italiano: so solo che mi sento soddisfatta e in pari con l’autore, che ho fatto un buon lavoro e che questo è quello che conta. Io di Tutto quello che è un uomo sono la traduttrice: essere suoi lettori è un’altra cosa.

Tutto quello che è un uomo_Szalay_copertina AdelphiA che tipo di lettore consiglieresti Tutto quello che è un uomo e quali ritieni siano i pregi distintivi di quest’opera?
Potrei consigliare di leggerlo a tutti e a nessuno: non ho ancora capito quale sia il tratto fondamentale che accomuna gli estimatori di questo libro, che sono tanti, e quale il tratto che accomuna i suoi detrattori, forse meno ma ci sono anche quelli. L’unico prerequisito necessario è essere lettori forti. Tutto quello che è un uomo non è un libro qualsiasi, né per il cosa né per il come, quindi o la va o la spacca, o conquista o allontana. Forse non era la risposta che ti aspettavi, ma credo sia un romanzo che può appagare o deludere i palati più diversi. E questo per me è già un pregio distintivo notevole: vuol dire che comunque non è un libro scontato o scritto in modo seduttivo.

Qual è stato il tuo percorso accademico e professionale?
Mi sono diplomata nel 1985 alla Scuola interpreti e traduttori del Comune di Milano, dove qualche anno dopo sono rientrata come insegnante di traduzione letteraria. Notare che ai miei tempi questa materia non esisteva ancora, nessuno ci metteva davanti testi letterari da tradurre, ma la varietà e l’intelligenza dei vari insegnamenti fornivano un bell’armamentario di base con cui affrontare la gavetta una volta usciti. L’editoria di fine anni ’80 aveva poi tutta un’altra faccia, esistevano folte redazioni e figure che ti accompagnavano nei primi passi. Io ho avuto la fortuna di esordire nel 1986 con i mitici Gialli Mondadori, per nomi come Lia Volpatti e Gianfranco Orsi, e contemporaneamente di fare pratica al fianco di Lorenzo Pellizzari, storico redattore Longanesi nonché critico cinematografico, ricevendo da subito lavori e importanti apprezzamenti e incoraggiamenti, insieme alle dritte del mestiere e alle doverose critiche costruttive. Oggi il mercato è impazzito, si pubblica troppo e si traduce il superfluo, le case editrici si sono svuotate, i traduttori mancano quasi sempre di interlocutori stabili e competenti e sono spesso abbandonati a sé stessi, come i libri. Nel complesso, la qualità conta senz’altro meno. Spiace dirlo ma è così, ed è brutto.
Comunque, tornando al mio percorso, nel 2000 mi sono trasferita a Pisa e in seguito sono diventata docente a contratto alla laurea magistrale in Traduzione saggistico-letteraria di Lingue moderne. L’idillio è durato fino al 2012, mi pare, poi… lasciamo perdere. Nel 2013 ho fondato quasi per gioco, con l’amica e collega ispanista Gina Maneri, la Scuola estiva di traduzione Castello Manservisi e il gioco ha avuto grande fortuna e continua ancora. Con un po’ di fantasia e molta onestà è possibile creare percorsi formativi qualitativamente seri ma divertenti, e i risultati si vedono: abbiamo studenti universitari che ogni anno arrivano da tutt’Italia. Sul versante formazione continua per traduttori professionisti, da noi carentissimo, coordino invece insieme a un’altra amica e collega, la germanista Marina Pugliano, il programma Laboratorio italiano della Casa dei traduttori Looren di Zurigo: sono workshop di alto profilo interamente finanziati, e per nostra fortuna la terza lingua nazionale Svizzera è proprio l’italiano…
Ma, soprattutto, traduco, traduco, traduco. E comincio a essere anche un po’ stanca. Gli anni passano e questo è un mestiere bello ma che comporta un forte e insidioso burnout psicofisico. Arrivata a questo punto vorrei lavorare meno e meglio, essere riconosciuta al pari dei miei colleghi europei, francesi, tedeschi, inglesi o scandinavi, che traducendo gli stessi titoli e a fronte della stessa fatica guadagnano anche il doppio, e potermi dedicare a testi che valgono davvero. Tipo Tutto quello che è un uomo, per intenderci.

Prima di diventare una traduttrice stimata e ricercata dagli editori, come sei riuscita a instaurare i tuoi primi contatti lavorativi?
Indirettamente l’ho detto sopra: una volta era più facile, non scrivevi ad anonimi indirizzi info@qualcosa ma avevi davanti facce e persone in carne e ossa con cui parlare e confrontarti. Chiamavi il centralino del mastodonte Mondadori, dicevi «Buongiorno, vorrei parlare con il responsabile della narrativa straniera», che magari non avevi neanche la più pallida idea di chi fosse, e, zac!, te lo passavano, così fissavi un appuntamento e avevi in mano un nome e un cognome, un numero di telefono. Ecco come ho fatto. La mia unica fortuna è stata abitare a Milano, grande piazza editoriale, nient’altro. Nonostante il cognome non avevo appoggi, entrature, niente: ho bussato alle porte degli editori, mi sono presentata, ho fatto letture e schede critiche, prove di traduzione e ho cominciato a costruirmi un curriculum. Pensa che poco dopo avere esordito Longanesi mi affidò addirittura quello che sarebbe stato il primo Murakami in italiano, che allora per mancanza di bravi professionisti dal giapponese passava, per volontà stessa dell’autore, dalla versione americana. Il libro uscì con il titolo Sotto il segno della pecora, contiene uno svarione meraviglioso ma di cui pochissimi si sono accorti (nemmeno la redazione!) e, con tutti i limiti della lingua ponte, regge ancora benissimo e ne vado molto fiera.

Un po’ di tempo fa si è molto dibattuto sulla difficoltà dei traduttori di riscuotere i propri compensi: è un problema ancora attuale? Riesci a vivere solo di traduzioni?
Il problema riscossione è sempre attuale, ma anche grazie a organizzazioni come Strade, il nostro sindacato, piccolo ma efficiente e ormai navigato, oggi noi traduttori sappiamo come difenderci, conosciamo la legge sul diritto d’autore meglio di molti uffici contratti e disponiamo di strumenti efficaci per far valere i nostri diritti. In modo amichevole e, se necessario, un po’ meno. Fortunatamente io non ho mai avuto problemi a riscuotere, però ho sempre negoziato in anticipo i termini dei miei contratti, cercando di tutelarmi al massimo. Quanto al vivere di sole traduzioni, sì, da trentadue anni mi mantengo con quelle. Essendo a contratto, anche i lavori d’insegnamento mi rendevano e mi rendono tanto quanto il lavoro editoriale, in certi casi addirittura meno, perciò a conti fatti è proprio traducendo che mi sono sempre mantenuta. L’unica ansia è che non andrò mai in pensione e, come dicevo prima, comincio a essere stanca. Ma a chi esordisce oggi ripeto sempre: lavorare con dignità, meglio poco e bene che tanto e male, evitare il dumping e, semmai, diversificare. Se fossi io a iniziare, oggi mi formerei anche in qualcos’altro e cercherei di impegnarmi magari su due fronti. Ma sempre con rispetto per me stessa e per i colleghi. Con un’etica, insomma, parola che sa di vecchio e invece non ha età.

Diversi professionisti traducono scrittori dallo stile abbastanza simile o che rientrano tutti in determinati filoni narrativi, tu invece ti sei occupata di autori molto diversi tra loro: come mai? Scelta o necessità?
Entrambe le cose. Ho solo e sempre evitato di accettare libri che proprio mi respingevano, magari per eccessiva lunghezza (sono più una scattista che una maratoneta), per le tematiche trattate o per il genere. Storie troppo raccapriccianti o cose come il fantasy, il rosa, il technothriller probabilmente le tradurrei male perché non mi piacciono. Dico probabilmente perché in questo mestiere non c’è nulla di scontato e i libri son fatti per sorprendere. Tradurre di tutto un po’ è utilissimo e il traduttore letterario non dovrebbe mai formalizzarsi. Non dovrebbe farne una questione di principio, insomma, ma solo di piacere. Perché si impara anche dai cattivi scrittori, e moltissimo: a rimettere in piedi un testo informe o sformato, a correggere sviste plateali, a dare una veste dignitosa a ciò che dignitoso non è. In questi casi non è questione di manipolare arbitrariamente un’opera, ma di rendere un servizio ai lettori perché il problema, semmai, è a monte, e certi libri andrebbero sistemati con un buon editing già in lingua originale. Comunque tutto fa. Il cattivo libro ti insegna la pazienza, la cura e il mestiere in un modo diverso dal buon libro, tutto qui.

Tra le pubblicazioni degli ultimi mesi, di quali ti sarebbe piaciuto occuparti? Hai altre traduzioni in corso al momento?
Oddio, non lo so. Non sono neanche così aggiornata sulle uscite, leggo sempre con grande ritardo e in misura minima rispetto al pubblicato. E poi guarda, ti dirò, non sempre le cose che mi piacciono come lettrice necessariamente mi piacerebbero come traduttrice, e viceversa. Quindi è comunque una domanda difficile. Lancio una bomba: tradurre Alice Munro, per esempio, mi è piaciuto moltissimo, davvero moltissimo, ma è un’autrice che per ora non mi chiama come lettrice. Poi, domani, chissà. Poesia. Ecco, mi piacerebbe tradurre un po’ di poesia, ma in Italia è un miraggio. E poi fumetti: tutto Gary Larson, per esempio. E vorrei cimentarmi coi film. In passato ho fatto dei documentari, ma è un’altra cosa. Intanto sto finendo una biografia lunga, pesante e noiosa e mi aspettano un saggio sui lupi per Nottetempo e il prossimo libro di Jared Diamond per Einaudi, anche quello un saggio.

Infine, a quale delle opere da te tradotte sei particolarmente legata e come mai?
Sono sicuramente legata a Un cercatore di petrolio di Rick Bass, uscito per Serra e Riva nel 1989, perché fu quello che sentii come il mio primo vero libro ed era un testo strano e interessante, ben scritto, con un ritmo che mi si confaceva molto e che mi diede la carica in modo decisivo. Poi c’è Il volto della guerra di Martha Gellhorn, uscito sempre per Serra e Riva e qualche anno fa ripubblicato dal Saggiatore: storie vere dai fronti dei principali conflitti del Novecento scritte da una reporter coraggiosa, intelligente, umana e lontana dalle convenzioni. E poi amo Murakami e il suo uomopecoraperchéeraunastoriadivertenteecommovente e perché mi ricorda tanto Lorenzo Pellizzari e il piacere di lavorarci insieme. Poi – quanti poi, mormora la traduttrice – ci sono titoli lievi e deliziosi, purtroppo bistrattati in fase di lavorazione redazionale, come Harry non ha paura di Clare Sambrook, pubblicato anni fa da Piemme, o stranamente avvincenti come Mezzanotte a Pechino, di Paul French, uscito per Einaudi. E Helen Macdonald con H Is For Hawk (non farmelo dire in italiano perché mi viene ancora da piangere). Sono sicura che mi scordo qualcosa, ma mi sembra che basti così. E Tutto quello che è un uomo devo aggiungerlo esplicitamente o si è capito che è un altro legame importante? Non dico un amore, sarebbe banale. Qualcosa che ancora non so definire bene, ma di sottilmente e indelebilmente pervasivo.

Qui tutte le interviste ai traduttori pubblicate su Vita da editor:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-traduttore/

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3 thoughts on “Intervista ad Anna Rusconi, traduttrice di TUTTO QUELLO CHE È UN UOMO di David Szalay

  1. Amanda ha detto:

    È sempre un piacere leggere un traduttore che parla di un’opera su cui ha così lungamente lavorato. Sempre sarò grata per il loro lavoro, che mi permette di fruire di opere che da sola non riuscirei ad affrontare e che ho imparato ad apprezzare maggiormente dopo che Silvia Pareschi, approdando casualmente al mio blog dove parlavo di un libro da lei tradotto, mi ha condotta per mano attraverso onori e soprattutto oneri della sua arte. È bello scambiare con lei opinioni su certi passaggi per esempio di Franzen o della Otsuka. Grazie Giovanni

  2. […] Vita da editor, intervista a tutto campo ad Anna Rusconi, partendo dalla sua traduzione di Tutto quello che è un […]

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