Intervista a Kareen De Martin Pinter, autrice di DIMENTICA DI RESPIRARE – Professione scrittore 27

Kareen De Martin Pinter, autrice di DIMENTICA DI RESPIRARE , intervista

Foto di Klara Beck

Dopo aver esordito per Mondadori nel 2013 con L’animo leggero, Kareen De Martin Pinter ha pubblicato con Tunué il suo secondo romanzo nella collana diretta da Vanni Santoni.
Giuliano, il protagonista di Dimentica di respirare, ha un pensiero forte che lo trattiene sul fondo del mare e quando Maurizio gli insegnerà la disciplina avrà inizio la sua carriera di apneista. L’autrice ce lo presenta però quando la sua parabola sta per declinare, attraverso una scrittura ipnotica, anche quando impone al lettore degli scarti, poiché narrazione in prima persona al presente, visioni e ricordi si inanellano senza interruzioni. È un romanzo che sembra riprodurre l’esplorazione subacquea fatta di subitanee apparizioni attraverso una densità lì di materia qui di parole, ma è anche un omaggio al mare e alle sue creature, insieme crudeli e dispensatori di grazia.

Come nasce la storia di Giuliano e in che arco temporale hai scritto Dimentica di respirare?
In principio ci fu L’uomo delfino di Jacques Mayol. Non ricordo come arrivò in casa mia, ma ricordo bene che qualche tempo dopo aver finito una delle ultime stesure del precedente romanzo, L’animo leggero, ripresi in mano questo libro e iniziai a esserne assorbita, goccia dopo goccia. Il mare, certo, ma soprattutto il respiro, dentro al quale Mayol si tuffava ancora prima di toccare l’acqua. Un viaggio all’indentro, a spingere la carne più in là per far spazio all’aria. Il respiro, come una persona, con cui dialogare, da aiutare, contro il quale arrabbiarsi, da perdonare. Il primo viaggio in verticale dell’apneista è dentro sé stesso. Per dirla con le parole di un altro grande apneista, Umberto Pelizzari: il sub s’immerge per guardarsi intorno, l’apneista per guardarsi dentro.
Quando lo lessi, Mayol era morto da pochi anni e io avevo appena partorito. D’istinto intrecciai questa lettura all’osservazione dell’atto respiratorio, un movimento che va e viene con nel mezzo una pausa, una sospensione: il neonato nell’attesa di riempire i suoi polmoni per la prima volta, il morente per schiudersi a un altro mondo. Dentro di me si fece largo l’idea dell’apnea come un luogo, una stanza, un corridoio in cui entrare per accedere a un altrove. Da allora sono passati quasi dieci anni. La storia ha avuto il tempo di respirare parecchio in me.

Sin dall’inizio hai scelto di dare forma a un continuum narrativo che includesse più piani temporali e intersecasse realtà e immaginazione? In cosa è consistito principalmente l’editing sul testo?
All’inizio il romanzo si svolgeva metà durante gli anni ’50-’60 e metà ai nostri giorni. Seguivo infatti la storia di Cicely Saunders, la fondatrice del primo hospice, a Londra. Una donna straordinaria che ha dato il via a un grande cambiamento nella cura dei malati affetti da patologie croniche e inguaribili, quello del trattamento del dolore e delle cure palliative. Fu lei a introdurre l’uso della somministrazione di morfina orale ogni quattro ore, con regolarità, per il trattamento del dolore. Perché secondo lei soffrire non era normale, come invece si sbottava all’epoca. La Saunders fece poi un grande incontro, David Tasma, un giovane polacco proveniente dal ghetto di Varsavia, stava morendo, si innamorarono e prima di morire lui decise di lasciarle dei soldi per realizzare il sogno di Cicely, ossia aprire una casa per chi ormai non aveva più bisogno di cure mediche. Ricordo la frase che Tasma pronunciò, è lei stessa a riportarlo in uno dei suoi scritti: voglio essere una finestra della tua casa. E quella finestra si trova tuttora nel corridoio dell’atrio del St Christopher Hospice di Londra (un luogo di passaggio per i viaggiatori: deve assolutamente chiamarsi St. Christopher, pensava Saunders).
Dimentica di respirare, copertinaEcco, tutta questa parte l’ho tolta, mi sono resa conto che era troppo funzionale alla storia del mio apneista, volevo far incontrare due menti brillanti tenute insieme dal respiro. Così lei sparì dalle pagine, ma non per questo non c’è più. Forse in ogni libro ci sono dei fantasmi, in ogni caso la Saunders ne è uno, attraversa il libro senza farsi vedere. Nello spazio lasciato vuoto, ho inserito tutta la dimensione in bilico tra il sogno e la veglia, quel momento in cui la vita cede il passo alla morte, i pensieri usciti dalla gola ma non ancora pronunciati che restano appollaiati sulla lingua. Ha aperto una finestra anche nel mio libro e vi sono entrati personaggi fantastici, mostri marini, incubi, ricordi lontani che si aggrovigliano alla secca realtà.

È stata la Italian Literary Agency a suggerirti di pubblicare con Tunué? Quando e perché hai scelto di affidarti a un’agenzia letteraria? Devi a loro l’opportunità di esordire con Mondadori?
È il mio editor, Vanni Santoni, ad aver voluto il romanzo per la collana narrativa di Tunué. Mi sono affidata all’Italian Literary Agency anni fa, prima di firmare con Mondadori, che aveva già letto il mio primo romanzo e voleva comprarlo. Non mi sentivo in grado di occuparmi degli aspetti più tecnici del contratto e poi sapevo che sarei andata a vivere all’estero. Avevo bisogno di un punto fermo.

Come si conciliano vita privata e professionale e scrittura? Quante e quali ore dedichi a quest’attività?
Oggi, quando riesco, scrivo al mattino. Il pomeriggio mi occupo dei miei figli e del resto. Il problema che incontrano spesso le persone che lavorano da casa è che l’abitazione, nella sua duplice dimensione reale e simbolica, vorrebbe aspirarti in continuazione: bisogna mettere un limite netto, aggrapparti al senso del dovere nei confronti della tua scrittura. Un po’ come l’apnea, scrivere è una disciplina più mentale che fisica. Spero in futuro di poter avere una piccola stanza, uno studio, fuori casa, semplificherebbe alcune cose.

Ritieni che la letteratura possa avere un’incidenza effettiva sul reale e debba porsi degli obiettivi o che possa limitarsi all’intrattenimento?
Dipende da chi scrive e da chi legge. Ci sono persone che non riescono a staccarsi dalla realtà, a immaginare un altrove che non sia lo spazio che occupano nella loro vita, a desiderare altro. Desiderare è una facoltà da allenare. La lettura, e la scrittura per me, estende alla pagina le incertezze della vita, ingrandisce quei piccoli movimenti che fanno spostare la nostra esistenza in avanti, nel tempo. Ad alcuni non interessa, per cui l’incidenza effettiva è nulla, resterà quindi l’intrattenimento, immagino.

Ci forniresti un tuo autoritratto da lettrice? Quali sono i libri che hai più amato?
Negli ultimi anni sto imparando a leggere in una lingua che non è la mia, il francese. Fino a qualche tempo fa non lo facevo, pur avendo una buona padronanza del francese. Infatti per me non era una lingua evocativa, non mi suonava niente al di là del significato, le parole non emettevano quella vibrazione che fa sentire il viaggio che le lettere fanno quando si staccano dal magma dell’alfabeto per andare a fare il nido dentro a un ricordo. Le parole nel tempo formano un bagaglio storico, personale o collettivo, si colorano, assumono un odore, hanno una memoria evocativa importante. Quindi, gli ultimi anni coincidono, per me in quanto lettrice, con uno sforzo di costruzione di un immaginario francese. Così, in francese, ho letto alcuni libri di Annie Ernaux, ho tentando la salita a Emmanuel Carrère, ma non sono riuscita a trovare gli appigli giusti per scalare la sua parete linguistica. Sto leggendo la biografia di Bach scritta da John Elliot Gardiner, in traduzione ovviamente, una meraviglia. Ho appena finito di leggere qualche testo di Erving Goffman, sociologo canadese formatosi alla Scuola di Chicago, e l’apparato critico scritto in francese da un sociologo belga che ne racconta la vita. Goffman è un uomo su cui si potrebbe parlare a lungo.
Gli ultimi libri letti invece in italiano che hanno lasciato una traccia sono La vegetariana, di Han Kang, un’ossessione che scava nel fantastico; Autobiografia di mia madre, di Jamaica Kincaid, l’energia dirompente di una bambina immersa negli odori della vita. E il mio editor, Vanni Santoni, mi ha regalato Mircea Cărtărescu, Abbacinante. Il corpo, una cattedrale ricamata e fatta esplodere in continuazione, incredibile l’uso della lingua (tradotta in italiano, e benissimo, da Bruno Mazzoni).

Qui anche le altre interviste della rubrica Professione scrittore:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/

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