PARLA, MIA PAURA di Simona Vinci, recensione

Parla, mia paura_Simona Vinci_copertinaDopo La prima verità, con cui ha vinto il Premio Campiello, Simona Vinci si confronta ancora con il disturbo mentale in Parla, mia paura (Einaudi Stile libero)

Che sia o meno autofiction non importa: Parla, mia paura di Simona Vinci trova la chiave per essere un testo intimo ma non privato, poiché l’angoscia e il disagio non riguardano mai solo chi li prova e in qualche misura ci confrontiamo tutti quotidianamente con la nostra e l’altrui fragilità. Sono temi che trovavano già spazio nel suo ultimo romanzo, L’ultima verità, dove all’inizio e alla fine dell’opera la narratrice veniva allo scoperto, rivelava la sua confidenza con la malattia psichica.
In Parla, mia paura l’alter ego dell’autrice alterna il racconto di quella che è diventata la sua sfida quotidiana contro la paura, la depressione, la tentazione di annullarsi, con alcune considerazioni su come sia stato possibile resistere: «La paura saliva al cervello, s’impadroniva del corpo, arrivava al suo culmine, poi iniziava a decrescere e defluire. […] Ogni volta, spossata, mi rendevo conto che ero ancora viva. Potevo sopravvivere alla paura semplicemente rinunciando a controllarla». A più riprese la narratrice invita a non lasciarsi annichilire dalla contiguità della parte oscura di noi: «L’unico potere che abbiamo è tentare di vivere al meglio il presente senza farci annientare dal terrore del futuro». E se è vero che chi ha provato il disagio, chi soffre di un disturbo psichico, non potrà mai più ritenersi al sicuro, è vero anche che se si è resistito una volta, si può riuscire ancora.
Attenzione però, non vi illudiate che sia un’opera consolatoria, niente affatto: quello di Simona Vinci è uno sguardo severo, incapace di ogni ipocrisia e senza pretese assolutorie. Ci rivela per esempio quanto inutili siano i consigli ragionevoli finché l’orizzonte di chi è depresso o ha un attacco d’ansia non torni ad aprirsi, ma anche quanto possa essere utile la semplice presenza di chi è capace di ascoltare senza giudicare, senza pretendere di minimizzare un malessere che per chi lo prova è realmente insormontabile. Anche la maternità non viene edulcorata, ma vissuta in tutta la sua drammatica violenza: «i segni nella carne e nell’anima, anche se nascosti all’occhio indagatore degli estranei, [a una madre] non glieli leverà nessuno. Nessuno le ridarà la vagina intatta di prima, senza le cicatrici dell’episiotomia, senza i punti dovuti agli strappi del parto, la pancia liscia, senza grinze o smagliature o senza il segno indelebile di un cesareo. […] E nessuno le ridarà il beato innocente tempo di prima quando l’unica persona della quale avesse davvero la responsabilità esistenziale era sé stessa». Eppure, anche sentendosi inadeguati si può essere genitori, magari migliori di quel che si creda, perché denunciare i propri sentimenti negativi, la tentazione di compiere gesti inconsulti aiuta già a porre una distanza; come le suggerisce uno psichiatra: «La madre buona dice, la madre cattiva fa». Dire dunque, e confrontarsi, leggere, ascoltare. L’unico farmaco al quale Simona Vinci dichiara la propria riconoscenza è appunto la parola: «È grazie alle parole, quelle che ho letto, quelle che ho scritto, quelle che ho ascoltato e quelle che ho pronunciato, se sono ancora viva».
Forse Parla, mia paura non è propriamente un romanzo o forse sì, forse è autofiction o forse no, lo ribadisco: non importa, merita di esser letto in ogni caso.

Qui un’intervista a Simona Vinci per la rubrica Professione scrittore:
https://giovannituri.wordpress.com/2016/06/14/intervista-a-simona-vinci-professione-scrittore-21/

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One thought on “PARLA, MIA PAURA di Simona Vinci, recensione

  1. Roberto ha detto:

    Dare voce alla paura (Le parole per dirlo è il titolo di un libro di una donna che aveva attraversato il mare della sofferenza divenendo poi psicoanalista) è in sintesi una analisi psico riuscita. La guarigione, spesso mitizzata, nasce anzitutto dal porre la domanda fondamentale sul senso della sofferenza. E nell’accettare che spesso non c’è risposta. Senza per questo autocolpevolizzarsi.

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