Intervista a Helena Janeczek, autrice de LA RAGAZZA CON LA LEICA – Professione scrittore 26

Helena Janeczek, foto di Chiara Ciccocioppo

Helena Janeczek, foto di Chiara Ciccocioppo

Helena Janeczek vive in Italia dal 1983 e ha lavorato come lettrice professionista per Mondadori, editore presso il quale ha esordito come narratrice nel 1997 con Lezioni di tenebra (ora Guanda) e ha poi pubblicato Cibo nel 2002. Sono seguiti Le rondini di Montecassino (Guanda), Bloody Cow (il Saggiatore) e La ragazza con la Leica (Guanda). Quest’ultimo ha per protagonista Gerda Taro, morta nel 1937 mentre faceva un servizio fotografico sulla guerra civile spagnola; la sua breve parabola esistenziale, di donna ribelle ed entusiasta, viene ripercorsa attraverso l’impronta lasciata nella memoria di tre suoi amici, oscillando tra due piani temporali: la seconda metà degli anni ’30 e i primi anni ’60. Qui di seguito l’intervista, in cui si parla anche di differenze di genere e precariato nel mondo editoriale, blog e social network, editing e lettura.

Ruth Cerf, Willy Chardack, Georg Kuritzkes, sono i tre personaggi attraverso i quali racconti la vita di Gerda Taro: come li hai scelti? Hai immaginato subito la struttura tripartita de La ragazza con la Leica o è stata un’intuizione in corso d’opera?
Sì, ho immaginato subito la struttura tripartita. Cercavo dei punti di vista che facessero risaltare l’energia di Gerda, le sue contraddizioni, il suo fascino fuori dagli schemi. Volevo che questi personaggi narranti le fossero stati vicini nella fase cruciale della sua vita, dai primi anni ’30 in Germania all’incontro con Capa a Parigi, fino alla sua morte prematura. Ho pensato a un crescendo di coinvolgimento emotivo ma anche politico con la parabola di Gerda: Willy, lo spasimante borghese, Ruth, l’amica militante, Georg, il fidanzato rivoluzionario. E poi avevo ben chiaro che non volevo raffigurare Gerda Taro come “la ragazza di Robert Capa”. Penso che lei non sarebbe stata contenta di essere così spesso identificata con quel ruolo, sebbene romanticamente idealizzato. Infine, l’enigma di una donna che suscita in molti grandi turbolenze emotive era anche più interessante da raccontare, senza che questo, a mio parere, ridimensioni l’amore e il lutto del suo ultimo compagno.

La ragazza con la Leica potrebbe essere definito un romanzo storico o una biografia romanzata: come si è svolto lo studio su fonti e documenti e quanto tempo ti ha richiesto?
Credo che “biografia romanzata” possa essere una descrizione fuorviante per il lettore, cosa che in maniera più contenuta vale forse anche per “romanzo storico”. “Biografia romanzata” designa un libro che si prende la libertà di romanzare la vita di un personaggio, senza però scostarsi troppo dalla traccia cronologica e contenutistica che la biografia “secca” gli fornisce. Con “romanzo storico” si può intendere tutto ciò che rientra nella definizione manzoniana di “componimento di storia e d’invenzione”, ma spesso il termine fa venire in mente una narrazione molto classica che, senza fratture temporali e prospettiche, senza divagazioni che non servano a dipingere lo sfondo storico, immerge il lettore nel corso degli eventi. Qui invece i tre narratori sono coprotagonisti a tutti gli effetti e, in più, non sono personaggi d’invenzione: quindi calarsi nei loro punti di vista ha richiesto una quantità enorme di ricerca in più. Ho lavorato per sei anni a questo libro, senza in mai smettere di fare verifiche.  Mi sono basata sulle biografie di Taro e di Capa, ho consultato libri e archivi fotografici, saggi storici, diari e memorie, ogni tipo di materiale che si trova in internet (audio, video, vecchie agende telefoniche, ecc.). Ho viaggiato per archivi (Lipsia, Roma) e per visitare i luoghi che racconto.  La fedeltà alle fonti è rigorosa, l’invenzione riguarda piuttosto la struttura, le prospettive, la combinazione della storia di Gerda con le storie dei suoi amici.

La ragazza con la Leica, copertina, Helena JaneczekLa narrazione è in terza persona, ma tutto passa attraverso la percezione e la consapevolezza dei personaggi, rendendo viva la materia narrata ma più lenta la lettura: spetta a noi creare collegamenti e ricostruire lo sfondo storico. È finalmente tempo per la letteratura di tornare a confrontarsi con la complessità?
Per me era importante raccontare una fotografa mettendo al centro la domanda “che cosa rende unico uno sguardo?”. Volevo approfondire il rapporto tra immagini e immaginazione, ma anche tra realtà e invenzione, visto che i nomi con cui Gerda Taro e Robert Capa divennero famosi sono frutto di una finzione che però incise radicalmente sulle loro vite. Perciò volevo calare il lettore in quelle prospettive soggettive, per le quali la figura centrale – Gerda – non diventa mai del tutto conoscibile. Gli avvenimenti storici si dipanano come se il lettore li seguisse assieme ai narratori, ossia senza poterli spiegare o descrivere in modo esteso. Tommaso Pincio ha parlato di un “romanzo con i buchi” associando La ragazza con la Leica al bellissimo Lincoln nel Bardo di George Saunders. Volevo infatti spostare l’attenzione dall’ossatura biografica, conoscibile attraverso la lettura di un articolo o di una pagina di Wikipedia. I lettori disposti ad affidarsi a un flusso narrativo in cui il tempo viaggia avanti e indietro, incontrano cose impreviste, come in una flânerie in cui un tantino ci si perde, per alla fine stabilire i propri collegamenti. Sono scelte che vorrebbero riflettere le idee estetiche di quel periodo, nonché le esperienze esistenziali dei miei protagonisti: persone i cui punti di riferimento erano ideali e affettivi ma solo provvisoriamente geografici.

Oltre che prediligere una struttura lineare e una scrittura omogenizzata, molta della narrativa contemporanea sembra prefiggersi come unico obbiettivo l’intrattenimento, nelle tue opere è invece sempre presente un afflato civile. Qual è dunque il ruolo della letteratura in una nazione dove i lettori sono meno del 40% della popolazione?
Penso che ogni scrittore debba scrivere di ciò che lo interessa e lo coinvolge veramente. Non è affatto detto che un libro sia buono solo perché ha un afflato civile, anzi l’impegno in letteratura può dare esiti parecchio discutibili, se non è sostenuto da un’elaborazione credibile sotto ogni aspetto, a cominciare da quello formale e estetico. Io scrivo di certe cose perché sono la matrice del mio modo di vedere il mondo, spero che questo arrivi a chi mi legge. È vero che lettori in Italia sono sempre meno, ma se ne trovano ancora parecchi che chiedono a un testo letterario di fornire dei contenuti che interrogano la storia, la società, la politica o che, semplicemente, sappiano attingere a quella ricchezza di possibilità nel calarsi dentro alle menti e alle anime dei personaggi che resta unica della letteratura. Il mio libro tratteggia analogie e divergenze tra gli anni ’30 e l’oggi che forse possono aiutare a riflettere sul periodo di crisi, destabilizzazione e ritorno dell’estrema destra che stiamo vivendo. Leggere è un’attività anacronistica per la solitudine e il tempo che richiede. Auspico che i lettori “incurabili” comincino ad apprezzare sempre più consapevolmente la natura “antisociale“ della lettura. È interessante, per esempio, che in maggioranza oggi dichiarano di preferire i “libri veri” perché sono oggetti dotati di un valore estetico, affettivo, relazionale. Dopo tante ore passate davanti a uno schermo aprire un libro offre uno stacco totale. I libri forse non dovrebbero “entrare in competizione” con le narrazioni filmiche e seriali rispetto alle quali sono perdenti in partenza, bensì coltivare quella diversità che richiede più fatica, più lavoro dell’immaginazione. E se un libro aperto sotto le coperte concilia il sonno dopo poche pagine, va bene lo stesso.

Come si è instaurato il rapporto con le case editrici che hanno pubblicato le tue opere?
Collaboravo già con Mondadori quando mi misi a scrivere Lezioni di tenebra. Andrea Cane, all’epoca a capo della narrativa, mi chiese di leggerlo e poi decise di pubblicarlo. Con Le rondini di Montecassino accettai la proposta di Guanda. Mi piaceva che fosse un editore medio e all’antica, disposto a investire su un percorso autoriale. Luigi Brioschi mi offrì subito di ristampare Lezioni di tenebra, da anni fuori catalogo, proponendolo addirittura in brossura. Sapevo inoltre che sarei stata seguita da Laura Bosio, motivo in più per decidermi per Guanda.

Chi sono stati i tuoi editor e come hanno operato sui tuoi scritti?
Vent’anni fa, ai tempi del mio esordio in Mondadori, c’erano molti redattori assunti, correttori esperti che seguivano tre giri di bozze, tempi di lavorazione meno impiccati. Discutevo del libro con Antonio Franchini, tornavo a metterci mano, poi la redazione svolgeva il lavoro di fino sul testo. Giulia Ichino, che da redattrice neoassunta ha curato Cibo, e Laura Cerutti oggi sono responsabili editoriali di Bompiani e Feltrinelli. Forse sintomaticamente, l’idea che i libri di narrativa abbiano tutti bisogno di un editing ha preso piede nel momento in cui si è cominciato a risparmiare su tutto questo. A ogni modo, ho fatto le mie prime esperienze di vero e proprio editing con Laura Bosio. Un lavoro che parte dal dialogo per arrivare ai punti da rivedere segnati sulle pagine. Abbiamo concordato qualche taglio e parecchie “asciugature”, ma a volte l’esigenza poteva anche essere quella di decomprimere, dare più corpo a una scena. Laura Bosio ha una grande capacità d’ascolto, grande pazienza e altrettanta fermezza nel capire quanto l’autore possa o debba ancora lavorare sul suo libro.

È ancora uno svantaggio per chi scrive essere donna o almeno in ambito culturale si è finalmente raggiunta la parità di genere?
Il problema non è la possibilità di pubblicare né quella di trovare dei lettori, anche perché in Italia sono al 70% delle lettrici. Vale a dire che le donne leggono ogni genere di libro: anche i thriller “da paura” o i saggi di Zygmunt Bauman. Il problema, come in tutti gli ambiti, è che il lavoro di una scrittrice fatica a ottenere, quando lo merita, il giusto riconoscimento. In settant’anni il Premio Strega è stato vinto appena dieci volte da una donna. È un rilievo sociologico piuttosto che critico-letterario, visto che molti autori che consideriamo grandi non appaiono in quell’elenco. Però l’aggettivo “grande” è quasi sempre associato agli uomini, mentre le scrittrici sono “brave”, come le prime della classe. Producono libri “belli”, raramente “importanti”. Personalmente non posso lamentarmi, ma ho trattato “temi importanti” come la Grande Storia o addirittura prettamente maschili come la guerra. Gli stereotipi di genere esistono nella testa sia degli uomini che delle donne: fanno sì che se racconti storie private con molti personaggi femminili, forse soltanto il Nobel, come quello vinto da Alice Munro, riesce a consacrare l’universalità del tuo valore letterario. L’universale è concepito come maschile: ancora oggi gli uomini – inclusi parecchi scrittori – tendono a non leggere le donne, partendo dal presupposto che ci sia poco da scoprire o da imparare dai loro libri. Ma non si fanno un gran servizio, nella sostanza, visto che noi colleghe nel frattempo possiamo aver amato e assimilato sia le “trame da matrimonio” di Jane Austen, sia la caccia alla balena di Herman Melville.

Hai lavorato come lettrice prima per Adelphi e poi per Mondadori: è ancora possibile vivere dei proventi di una professione editoriale? Come aiutare le nuove generazioni a cui tocca inventarsi più di un’occupazione se vogliono continuare a dare il proprio contributo in questo ambito?
Confesso che ho sconsigliato a un sacco di ragazze e ragazzi di orientarsi verso un lavoro editoriale, proprio perché il futuro a cui vanno incontro è così privo di prospettive. Cominci con lo stage pagato poco o niente, continui rincorrendo i lavori, devi tenere una contabilità da libero professionista per degli introiti con cui riesci a stento a renderti autonomo, se ci riesci. È una situazione che riguarda non solo i giovani ma anche le persone di una certa età che, nonostante l’esperienza, oggi sono più povere e precarie che dieci o vent’anni addietro. Non che in altri settori vada molto meglio, ma la crisi sistemica dell’editoria aumenta ancora di più le incertezze. Se fossi qualcuno con dei poteri decisionali sulle politiche editoriali, penserei che convenga invertire un po’ la rotta, visto che i lettori esigenti rappresentano uno zoccolo duro più affidabile dei lettori occasionali che si stanno contraendo.  Significherebbe investire di più sulla qualità di tutta la filiera – dalla cura dei libri e dei rapporti con gli autori a quella con i librai che faticano a sopravvivere. Ma non è facile cambiare il funzionamento di grandi macchine aziendali, anche se i dati più recenti indicano una crescita maggiore della piccola e media editoria che dà qualche speranza.

Collabori da tempo con Nazione Indiana: in che modo ritieni si sia evoluto il dibattito culturale online nell’ultimo decennio? Oggi sta acquisendo un peso paragonabile a quello della critica letteraria tradizionale?
Credo che i siti e blog letterari rappresentino ormai da anni il luogo dove si svolge la parte più viva del dibattito culturale. Ormai il panorama è davvero molto ricco e variegato, come mostra anche una tua recente mappatura. Inoltre un pezzo postato on-line può essere condiviso sui social, mentre una classica recensione pubblicata su cartaceo viene letta da un numero di persone sempre minore. Una parte cospicua di ciò che può essere definita critica letteraria è traslocata in rete, visto lo spazio sempre più esiguo nelle pagine culturali, nonché la perdita di copie e di autorevolezza della stampa in generale.

Hai un profilo sia su Facebook sia su Twitter: i social network sono un semplice passatempo o uno strumento di comunicazione e promozione? Quanto tempo gli dedichi quotidianamente?
Twitter lo uso soprattutto per tenermi aggiornata su ciò che succede nel mondo. Facebook concede un maggiore spazio di espressione e dibattito, è più utile per linkare degli articoli, ma rischia di far perdere troppo tempo ed energie. I social per gli scrittori sono anche strumenti di promozione e comunicazione, ma l’uso troppo autopromozionale è tristissimo. Non si sta sui social per vendere, non funziona così. Del resto, anche nella realtà non virtuale dei festival letterari esiste un pubblico che viene a sentire gli scrittori, ma poi non ne legge i libri.

Tra le ultime letture, quali sono quelle che hai apprezzato particolarmente?
Il romanzo di George Saunders, Sangue giusto di Francesca Melandri, Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio. Ho quasi finito Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco e La lettera sovversiva di Vanessa Roghi, un notevole lavoro di ricostruzione storica sulla nascita e ricezione della Lettera a una professoressa di Don Milani.

Qui anche le altre interviste della rubrica Professione scrittore:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/

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One thought on “Intervista a Helena Janeczek, autrice de LA RAGAZZA CON LA LEICA – Professione scrittore 26

  1. […] sono quelle che hai apprezzato particolarmente? La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin e La ragazza con la Leica di Helena Janeczek. Due libri molto simili soltanto in un aspetto. E cioè che quando li ho chiusi mi sono detto: come […]

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