Intervista a Enrico Remmert, autore de LA GUERRA DEI MURAZZI – Professione scrittore 25

Enrico Remmert autore MarsilioEnrico Remmert ha esordito nel 1997 con Rossenotti, pubblicato da Marsilio, casa editrice con la quale ha pubblicato anche i romanzi La ballata delle canaglie (2002) e Strade bianche (2010), la recente raccolta di racconti La guerra dei Murazzi e, a quattro mani con Luca Ragagnin, Elogio della sbronza consapevole, Elogio dell’amore vizioso e Smokiana. Ha collaborato a produzioni televisive e teatrali e con diverse riviste (tra le quali «Rolling Stone» e «GQ»).
La guerra dei Murazzi comprende due racconti lunghi e due brevi: eccetto il secondo, sono tutti percorsi da una violenza latente (fisica o psicologica) che alcune volte prorompe inattesa, altre inevitabile. La narrazione è sempre in prima persona, con uno stile mimetico tecnicamente ineccepibile; vi sono poi particolari e storie che Remmert non rivela pur alludendovi spesso: come nella vita, la pretesa di conoscere tutta la verità è destinata a rimanere inesaudita. 

Per diversi anni le raccolte di racconti sono quasi state un tabù per l’editoria italiana, ora finalmente qualcosa è cambiato: quanto questo ha influito sul concepimento della tua ultima opera? In che arco temporale sono stati scritti i racconti della Guerra dei Murazzi?
Personalmente non ho mai pensato al problema della pubblicazione. A me i racconti piacciono: li compro e li leggo. Credo che abbiano un grande pubblico, e penso a tanti nomi di scrittori che nei racconti danno il meglio: da Etgar Keret a Örkény, da Brautigan a Lucia Berlin, da Hemingway a Bukowski, e poi Kafka, Poe, Gogol’, Čechov, Salinger, Cortázar e potrei andare avanti per un bel po’. Se vuoi dei nomi italiani è lo stesso: il Buzzati dei Sessanta racconti, il Levi de Il sistema periodico, le novelle di Verga, Calvino, Fenoglio, Silvio D’Arzo, Soldati, Bassani, Tabucchi… Insomma, da Boccaccio a Tondelli direi che c’è davvero molta bellezza, per qualsiasi lettore. Non so perché gli editori abbiano questo tabù: in fin dei conti Il tempo è un bastardo della Egan, premio Pulitzer, è una raccolta di racconti: sono concatenati ma sono racconti a sé, che vivono anche presi uno per uno. Detto questo io non ho mai pensato al problema: avevo delle storie da scrivere, ne ho scritte una decina, soltanto quattro mi sembravano degne di essere pubblicate e l’ho fatto. Quanto ci ho messo? Be’ a me piace riscrivere, sono maniacale. Direi cinque o sei anni, considerando che, come quasi tutti gli scrittori che conosco, per mantenermi faccio altro.

Quale ritieni sia il filo rosso che attraversa l’intera raccolta? C’è più continuità o rottura con le tue opere precedenti?
Racconto sempre la stessa identica storia: un protagonista smarrito all’interno di una vicenda che in qualche modo si potrebbe definire picaresca. Anche i quattro racconti de La guerra dei Murazzi si muovono in questo ambito (ossessione?). Ma esiste più di un filo rosso: si parla molto di qualcosa che non so definire: una cosa tipo la “logistica del mondo”, l’immigrazione certo, ma vista come la possibilità di alcuni fortunati di poter partire e viaggiare rispetto a tutti quelli nel mondo che possono solo restare dove sono nati, o muoversi a rischio della vita. Rispetto ai miei libri precedenti qualcosa è cambiato: qui il centro è sempre occupato da un momento preciso, quello in cui una storia piccola e intima si trova a confrontarsi con la Storia, quella con la s maiuscola. Ma mi hanno fatto notare che ci sono altri elementi: tre racconti su quattro finiscono nella violenza (e il quarto ha come sottotesto Hiroshima). E poi mi hanno fatto notare che sono quattro storie d’amore: due classiche – una donna ama un uomo, un uomo ama una donna –, una terza è sull’amore per i cani e la quarta è sull’amore per un’intera cultura, quella giapponese.

Copertina Guerra dei MurazziIl primo racconto, che dà il titolo all’opera, è l’unico in cui a narrare la storia è una donna ed è anche quello con lo stile più sperimentale e composito, che impasta un maggior numero di digressioni e considerazioni personali, creando un ritmo ubriacante: come mai nei successivi hai preferito una scrittura più canonica, seppur altrettanto suadente?
Mi piace lavorare sui registri narrativi ma non sono scelte così consapevoli: credo che ognuna di queste storie abbia trovato la sua voce in autonomia. In compenso ci sono almeno sei o sette racconti in cui la voce giusta non è venuta fuori, e infatti non li leggerete mai. Quanto allo sperimentare l’ho sempre fatto: una delle prime persone in assoluto a leggere il manoscritto di Rossenotti, il mio romanzo d’esordio, fu Grazia Cherchi e la prima cosa che mi scrisse – bei tempi, c’erano ancora le lettere scritte a mano e spedite via posta – era che aveva trovato molte delle mie scelte sorprendenti, ma funzionanti. Scrisse anche, credo sia una cosa rarissima, una recensione del mio manoscritto su «l’Unità», lo stesso anno in cui morì. Peccato non abbia mai visto il lavoro finito e pubblicato.

Nelle note conclusive, affermi: «Le cose sono andate esattamente come le descrivo. Perché tutte le storie che ho raccontato sono autobiografiche. E più sono inventate più sono autobiografiche».Gli episodi storici e di cronaca ai quali fai riferimento sono dunque solo uno spunto per l’invenzione letteraria o viceversa quest’ultima è anche il pretesto per approfondirli e ripercorrere il proprio vissuto?
Entrambe le cose. Questo aspetto, con tutta la sua ambiguità, mi è sempre sembrato una delle cose più interessanti della scrittura, uno dei pochi reali privilegi di uno scrittore: lui è l’unico che può mentire e contemporaneamente dire la verità, è l’unico che può essere sincero e contemporaneamente inventarsi tutto. Dove è esattamente il confine? Lo sa soltanto lo scrittore. Se ha fatto un buon lavoro, il lettore smette subito di domandarsi cosa c’è di vero e cosa di falso. Segue la storia e questo è tutto. E, come lettore vorace, continuo a considerarlo uno dei migliori modi di passare il tempo, il terzo o il quarto direi.

La guerra dei Murazzi è stato pubblicato con l’intermediazione della Rita Vivian Literary Agency. Quando e come mai ti sei rivolto a un’agenzia letteraria?
Lavoro con Rita dai tempi di Rossenotti, vent’anni fa. È un grande aiuto. Innanzitutto è una lettrice spietata, ma anche molto acuta: le sue osservazioni a volte sono urticanti ma se uno ha l’intelligenza di mettere da parte un po’ di orgoglio e pensare che questo può aiutarlo a fare meglio, be’, lei è eccezionale. Con lei condivido la tendenza al perfezionismo, e anche la consapevolezza che la scrittura sia qualcosa di totalmente aperto e mutabile: per ogni pagina che scrivi prendi centinaia di micro decisioni, perciò non è detto che siano tutte giuste. E anzi hai sempre l’idea di poter fare ancora meglio. Certo, ci vuole tanta applicazione, e forse anche tanta ambizione. Con Rita ho un debito speciale: credo abbia sempre lavorato al mio fianco con piena fiducia, spingendomi verso l’alto, lasciandomi molta libertà sui tempi, cosa che per il suo lavoro è controproducente. Devo a lei anche il fatto di essere un autore molto tradotto, e con un successo maggiore all’estero rispetto all’Italia.

Come si è instaurato il rapporto con la casa editrice Marsilio?
Grazia Cherchi, ai tempi di Rossenotti, mi disse che l’avremmo fatto per Feltrinelli e ne aveva già parlato con chi di dovere. Poi lei morì all’improvviso. Non sapevo cosa fare. Allora dopo qualche mese scrissi una lettera all’allora direttrice editoriale di Feltrinelli: dopo un mese mi tornò indietro una lettera di rifiuto standard, mal fotocopiata, che si apriva con un “Caro amico/a” e capii che forse, senza Grazia a fare pressione, lì nessuno si ricordava più di me. Ma poi chissà come sono andate le cose veramente: gli editori hanno dinamiche imprevedibili. Comunque lasciai proprio perdere, non ci pensai più. Ma l’anno seguente incontrai Dario Voltolini al Salone del libro e mi chiese quando sarebbe uscito il romanzo. Quando seppe come era finita con Feltrinelli mi disse: prova a mandarlo a Marsilio. Spedii il manoscritto e tre giorni dopo mi chiamò Giulia Castagnone, direttrice editoriale dell’epoca nonché meravigliosa traduttrice (tra gli altri di Bukowski), e mi disse queste quattro cose: l’ho divorato; lo pubblichiamo; esce a giugno del prossimo anno; non diventerai ricco. Era il ’96 e ai tempi lavoravo in un’azienda informatica. Ero talmente stupito dalla notizia che presi un permesso e andai a casa. Poi passai l’estate a riscriverlo e riscriverlo e riscriverlo.

Chi sono stati i tuoi editor e come hanno operato sui tuoi scritti?
Non ho mai avuto editor. Nel senso che li ho avuti ma hanno sempre fatto pochissimo: per il semplice motivo che tendo a consegnare i miei libri il più possibile pronti per la pubblicazione. In realtà è perché ho due persone con cui faccio un grande lavoro di editing a monte: una è Rita Vivian, di cui ho già parlato, e l’altro è Luca Ragagnin: poeta, scrittore, acutissimo lettore e soprattutto amico fraterno. Per La guerra dei Murazzi il mio editor in Marsilio è stato Giulio Mozzi, che qualche giorno dopo la lettura mi ha chiamato al telefono e mi ha subito detto: bene, questo libro è lavoratissimo. Poi mi ha detto che ha cercato di trovare qualche errore sul racconto Baal, visto che aveva un parente (o un amico, non ricordo) che allevava cani. Ma non ha trovato nulla neanche facendolo leggere a questa persona: nessun errore nel ramo cinofilo. Ci credo: prima di scrivere la versione finale ho girato la metà degli allevamenti di pitbull del Piemonte. Ecco, questa è un’altra ossessione: anche nel documentarmi sono meticoloso. Odio leggere castronerie nei libri, figuriamoci se lo tollero nei miei. E infatti ne La guerra dei Murazzi c’è una castroneria enorme, corretta poi nella ristampa. Ma per ora non se n’è accorto nessuno, forse perché è in spagnolo…

Hai declinato la scrittura in diverse forme (narrativa, giornalismo, produzioni televisive e teatrali): come convivono tra loro? È stata una scelta libera o necessaria a far quadrare i conti?
Ho iniziato a lavorare a sedici anni e non sto a fare l’elenco di quello che ho fatto, più o meno tutti quelli che conosco della mia generazione hanno un elenco simile. Quando ho pubblicato il mio primo romanzo avevo trent’anni e facevo qualcosa di molto lontano dalla scrittura – il product manager in un’azienda informatica – e da lì improvvisamente si sono aperte un mucchio di porte. Alla fine, ma ci ho messo un altro decennio, sono riuscito a coniugare le mie esperienze lavorative in ambito marketing con la predisposizione alla scrittura e mi ritengo, al netto della tenacia che ci ho messo, un fortunato. Oggi la mia attività principale è la scrittura nell’ambito della pubblicità e della comunicazione, che è anche quella meglio pagata in assoluto: chi è disposto a pagare centinaia di euro per un claim di tre parole o una headline di cinque? Chi è disposto a pagare migliaia di euro per un’idea vincente? Solo la pubblicità. Aggiungo una cosa che potrà sorprendere: credo di essere stato fortunato nell’avere avuto sempre un successo relativo come scrittore, al massimo 20.000 copie per un libro: questo non mi ha costretto a fare lo scrittore a tempo pieno. Non mi vedrei proprio a dover tirare fuori un libro ogni anno, tipo compitino, anche senza voglia e ispirazione, solo per tirare avanti. Come diceva non ricordo più quale famoso scrittore: vivere per scrivere mi sembra molto più interessante di scrivere per vivere.

Quale può essere il ruolo della letteratura in una nazione dove i lettori sono meno del 40% della popolazione?
L’altro giorno sulla metro origliavo un discorso tra due ragazze. Una parlava malissimo del fidanzato e alla fine ha detto: “E sai cosa mi ha regalato per l’anniversario? Un libro!” E l’altra: “Ma no! Non è possibile! Che stronzo. Praticamente un dispetto!” Siamo messi così. Incontri gente che ti dice che non legge, e ci può stare, ma il problema è che lo dice vantandosi. Dopodiché non ho quell’idea ecumenica secondo cui tutti dovrebbero leggere: se non leggono, fatti loro. Ogni buon romanzo che leggo per me è come una vita in più che vivo. Ma evidentemente non vale per tutti. E forse quelli strani siamo noi lettori.

Tra le tue ultime letture, quali sono quelle che hai apprezzato particolarmente?
La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin e La ragazza con la Leica di Helena Janeczek. Due libri molto simili soltanto in un aspetto. E cioè che quando li ho chiusi mi sono detto: come ho speso bene i miei soldi.

Qui anche le altre interviste della rubrica Professione scrittore:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/

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3 thoughts on “Intervista a Enrico Remmert, autore de LA GUERRA DEI MURAZZI – Professione scrittore 25

  1. tizianatius ha detto:

    Non conosco l’autore ma scopro qualche affinità dall’intervista, grazie per il contributo. Un saluto t

  2. […] via Intervista a Enrico Remmert, autore de LA GUERRA DEI MURAZZI – Professione scrittore 25 — VITA D… […]

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