Perché leggere e perché scrivere in TONY & SUSAN di Austin Wright

Tony & Susan_Wright_copertina AdelphiPubblicato nel 1993 negli Stati Uniti, Tony & Susan è il più celebre romanzo di Austin Wright ed è stato riproposto con la traduzione di Laura Noulian da Adelphi nel 2011, dopo l’edizione Rizzoli del 1994. Da quest’opera è stato tratto il film del 2016 Animali notturni (regia di Tom Ford) che l’ha riportata in auge restituendogli l’attenzione che merita. È un romanzo appassionante che si muove su due piani narrativi: in uno c’è Tony, la cui vita viene stravolta in una notte di folle violenza, nell’altro Edward che ha scritto questa storia (dal titolo Animali notturni) e ora sottopone il manoscritto a colei che ne aveva scoraggiato le velleità letterarie, ossia la sua ex moglie, Susan; le vicende del personaggio si alternano a quelle presenti e passate di quest’ultima, così come l’atmosfera noir prevalente nel primo e nell’ultimo quarto del libro si intreccia con quella intimistico-famigliare. Sebbene la tensione implacabile che Wright riesce a innescare si esaurisca quasi nel primo centinaio di pagine, lo fa a vantaggio di una ficcante esplorazione dell’ambiguità e dell’incostanza dei sentimenti. Ma c’è anche almeno un’altra ragione che può far apprezzare Tony & Susan: il gran numero di riferimenti alla scrittura e alla lettura, alle ragioni profonde a esse sottese. Ne riporto i più significativi.

Legge per distrarsi dal pensiero di sé.

I libri la respingono sempre, all’inizio, perché prendono così tanto tempo. Poi però riescono a eclissare le sue ansie, a volte per sempre. Arrivata alla fine del libro, a volte può capitare addirittura che lei sia un’altra persona.

L’economia dello scrittore, usare ciò che conosce.

A volte Susan chiedeva a Edward perché volesse scrivere. Non perché volesse essere uno scrittore, ma perché volesse scrivere. E lui le dava ogni volta una risposta diversa. È come mangiare e bere. Si scrive perché tutto muore, si scrive per salvare quello che muore. Si scrive perché il mondo è un caos inarticolato, e non riesci a vederlo finché non ne disegni la mappa con le parole. Si scrive perché scrivere è come mettersi gli occhiali quando si ha la vista debole. No, si scrive perché si legge, si scrive per ripetere a proprio uso e consumo le storie della nostra vita. Si scrive perché nella mente c’è un brusio, e scrivere è come tracciare un sentiero nel brusio per riuscire a raccapezzare un senso di sé. No, si scrive perché si è chiusi nel guscio del proprio cranio. Scrivere significa mandare come una sonda nei crani altrui, aspettando che qualcuno risponda.

Se Edward non poteva vivere senza scrivere, lei non poteva vivere senza leggere. E se non ci fossi io, caro Edward, dice Susan, tu non avresti ragione di esistere. Lui era una trasmittente che operava consumando le proprie risorse; lei era una ricevente, e più riceveva più si caricava. Susan poteva affrontare il caos che aveva nella mente coltivandolo mediante le articolazioni mentali altrui, cioè con la lettura, un’attività che aveva praticato per tutta la vita e grazie alla quale aveva potuto creare l’interessante architettura, l’interessante geografia del proprio io.

Certi scrittori visti di persona sono più simpatici dei loro libri (cioè ti piacciono umanamente ma non ti piace ciò che scrivono), altri sono antipatici, egoisti o scostanti, anche se i loro libri sono invitanti, intelligenti, pieni di luce.

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6 thoughts on “Perché leggere e perché scrivere in TONY & SUSAN di Austin Wright

  1. Guido Sperandio ha detto:

    Post interessante.
    I passi riportati stimolano riflessione.

  2. Andrea ha detto:

    Raramente (ammetto il dubbio del non aver indagato e andare a memoria, viceversa sarebbe “mai”) ho udito uno scrittore dire “scrivo perché mi piace e perché voglio essere riconosciuto e famoso”. E certo, qui da noi, un grande scrittore è meno riconoscibile e famoso di un mediocre sportivo, ma ognuno insegue i propri sogni coi mezzi che ha e che vuol mettere in campo e comunque, torno a ribadire, mai nessuno che così si sia espresso. Ora, delle due l’una: chi scrive con simili stimoli non raggiunge mai la notorietà? O quando si è (sufficientemente) noti da trovarsi a rispondere a simili domande, diventa molto più attinente al ruolo dire tutt’altro?
    Nota: è una domanda che mira ad avere un parere in risposta, non una domanda retorica che implica che io la risposta assoluta già ce l’abbia! Chiedo scusa, ma di questi tempi, certe precisazioni…

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