AUTOBIOGRAFIA, O STORIA DI UN DELITTO PREMEDITATO di Dulce Maria Cardoso

Avete mai pensato che per scrivere si possa arrivare a uccidere? Ebbene, è quanto confessa Dulce Maria Cardoso in questo bel racconto, tradotto da Daniele Petruccioli e pubblicato nella raccolta Sono tutte storie d’amore (Voland) che ho segnalato in un post interamente dedicato alle short stories.

Molti anni fa ho ucciso una donna. A volte sento che mi spia. Soprattutto quando parlo di me. Perciò ho deciso di scriverle questa lettera.

Mia cara,
non voglio essere crudele ma devo dirtelo, praticamente nessuno si è accorto della tua morte. Te ne parlo solo perché so che ti interessa. Sei sempre stata curiosa. Ancor più riguardo alla lealtà negli affetti. I parenti più stretti hanno sentito la tua mancanza, ma non per molto. Ho fatto di tutto perché ti dimenticassero in fretta. Lo stesso è accaduto con gli amici. Ne hai sempre avuti pochi. Non tutti possiedono le qualità necessarie all’amicizia. Meglio smettere di ingannarsi ancora sull’argomento.
Ho proprio dovuto ucciderti. Quando l’ho fatto non immaginavo che mi saresti mancata né che avrei pensato tanto spesso a te. Non ti sto chiedendo scusa. Ho fatto quello che dovevo. Ho cercato di spiegarti quanto fosse impossibile continuare a quel modo, ma tu sorridevi con la condiscendenza che tanto mi faceva arrabbiare. Non mi sono mai piaciute le persone condiscendenti.
Eri la preferita dei nostri genitori. Non avevano dubbi sui tuoi futuri successi. Per loro il successo significava lavoro e famiglia. Un mutuo estinto dopo trent’anni. Una seconda casa. La macchina. Pensione e nipotini. E altre piccolezze. La crostata di pere di tua invenzione, per esempio, che mamma prepara ancora. Mamma, nostra madre, è invecchiata ma è sempre bella. Papà invece è morto. È stato otto anni fa e ancora non so come gestire la sua assenza. Chi ha più sofferto per la tua morte sono stati mamma e papà. Con te si potevano riposare.
Ricordo che quando parlavi della nostra infanzia dicevi sempre di esserti persa in un altro continente. Ma quale infanzia non è un continente perduto? L’infanzia in Africa non è poi tanto rilevante. Né il fatto di essere uscite dall’infanzia in contemporanea con una rivoluzione. Con una guerra. Con il ponte aereo. Da sempre la Storia interferisce con milioni di storie. Alcune si raccontano, altre restano da raccontare. Non è sempre così?
Il nostro ritorno in Portogallo è stato solo un episodio tra tanti. Non so in quale momento ho cominciato a suddividere la vita in episodi. Come una serie televisiva. I film mi piacciono ancora molto. Ma qui non esistono i cinema all’aperto e nella vita risento della mancanza di tante cose a cui non posso tornare e di molte altre che non avrò mai. Non sono mai stata brava a distribuire sapientemente picchi drammatici. Esistono tempi palesemente sbagliati. Del resto, non sono l’unica sceneggiatrice della mia vita.
Eri già avvocatessa quando abbiamo conosciuto l’uomo che ti ha detto che studiavi le leggi degli uomini mentre lui, a Fisica, studiava le leggi di Dio. Il linguaggio della matematica ti è sempre stato precluso. Come quasi tutti i linguaggi. La musica. La pittura. Il canto. La danza. Sono preclusi anche a me. L’unico mistero a cui mi sembra possibile accostarmi è quello delle parole. È stato proprio quell’uomo, devi sapere, ad aiutarmi a prendere la decisione di ucciderti. Da quel momento non abbiamo mai smesso di essere complici.
Tu e io non ci siamo mai assomigliate, ma nemmeno eravamo antitetiche. Avremmo potuto essere complementari, se non ci fosse toccato il caso di condividere lo stesso corpo. Avevamo un solo corpo a disposizione, questo che adesso è mio. Nella nostra esistenza intermittente, non abbiamo mai smesso di farci la guerra. La vittoria di una era la sconfitta dell’altra. Chi di noi avesse ucciso l’altra avrebbe commesso il delitto perfetto, un assassinio senza cadavere. Eri la più brava nelle cose del mondo. Pensavo saresti stata tu a eliminare me. Invece no.
Ti scrivo dal luogo del delitto. Dal posto delle parole.
Ma sto divagando, mentre a te piace tutto in ordine. Ben sistemato. Casa mia è quasi sempre in disordine. Quando viene qualcuno a trovarmi, mi imbarazzo e ripenso a te. O se perdo le bollette ancora da pagare. In questi casi non mi vergogno. Mi esaspero e mi riprometto di organizzarmi meglio. Ma fallisco sistematicamente. Continuo a scambiare il giorno con la notte. Tu ci rimanevi male se perdevi una mattinata di sole. Io mi corico spesso all’alba.
Avevi paura di viaggiare in treno senza biglietto, di rubare le gomme da masticare al supermercato. Se capitava a me, disapprovavi. Le mie paure erano più pesanti. I fantasmi. La solitudine dei vecchi. La spietatezza dei giovani. Adesso non sono più capace di rubare cioccolata. Prima ho accettato di fare la cosa giusta, poi l’ho deciso. Spero di non essere diventata irritante come te. Non smetterò di parlarti con sincerità per il solo fatto di averti ucciso.
Non mi è mai piaciuto andare a scuola. Il mare era così vicino al liceo. Non era bello come il mare di Luanda, ma restava più bello di qualsiasi materia. Non sei mai riuscita a convincermi dell’utilità di imparare i nomi delle tratte ferroviarie né di costruire alberi di sintagmi verbali e nominali, né della maggior parte di tutto quanto ci hanno costrette a imparare a lezione. Il mare era sempre così vicino. Ho ripetuto un anno, per le troppe assenze. Tu sei sempre stata tra le prime della classe.
Una volta volevi imbarcarti in una crociera come cameriera di sala. Sono sicura che non ci hai mai creduto davvero. Credevi nell’idea della fuga. Io ci ho provato, ma senza mai riuscirci. Viaggiare continua a non piacermi. Mi piacciono gli aeroporti e leggere le destinazioni sulle scritte luminose. E mi piace fermarmi nei posti. Sento che un luogo mi appartiene solo dopo aver scoperto dove vendono il mio pane preferito.
Sono tutte storie d'amore_Dulce Maria Cardoso_Voland-copertinaQuando mi hai sentito dire la prima volta che volevo diventare scrittrice hai sorriso, condiscendente. Non hai mai tenuto un diario, hai sparato con cattiveria come prova delle mie farneticazioni, e quando quel ragazzo biondo ha invitato un’altra alla festa hai pianto, non scritto poesie. Vero. Non ho mai scritto un verso in vita mia.
Però mi sono iscritta alla scuola di dattilografia O meu futuro. Abbiamo buttato tutta l’estate dei quattordici anni ad allenare le nostre dita. Grazie a O meu futuro non guardo mai la tastiera quando scrivo. Uso sempre lo stesso carattere, della stessa grandezza. Non mi piace scrivere a penna. Non conservo inediti. Li brucio. Le parole ardono facilmente.
Per scrivere ho solo bisogno di avere le mani pulite. E di un caffè. Mentre scrivo non fumo, ma durante gli intervalli mi accendo una sigaretta in cortile. Intorno ci sono più di quindici palazzi. Centinaia di finestre. Spio dentro le case dei vicini. Scrivere vuol dire spiare le vite altrui. Dire bugie e credere che vada bene così.
Non per vantarmi, ma ci vuole coraggio a uccidere qualcuno. Specialmente quando sai quello che sogna. Tu hai dovuto soltanto morire. Come sempre, ti sei presa la parte più facile.
Mi sono spinta fino a pensare di poter realizzare qualcuno dei tuoi sogni. Ma poi, dopo la tua morte, mi sono allontanata ancora di più da quello che eri. Ho smesso di fare l’avvocato. Non ho voluto figli. Non ti piacciono i bambini? mi chiedono ogni tanto. Non lo so, i bambini durano poco, rispondo. Quasi tutto dura così poco. Cerco le cose durature.
Se sei curiosa di quello che scrivo non posso esserti utile, non ho mai saputo parlare dei miei romanzi. Ma ti racconto una storia: anni fa in un ospedale psichiatrico ho incontrato un malato che mi ha detto: tutto quello che non ho vissuto, l’ho letto. Mi sarebbe piaciuto tanto, ti confesso, avere creato quel pazzo ed essere stata io a inventare la frase. Ma il pazzo non è una bugia. È esistito davvero, dolorosamente in carne e ossa, lui e la sua frase in un pomeriggio d’autunno ramato. Tutto quello che non ho vissuto, l’ho letto.
Ormai non leggo granché. Non vado più in biblioteca a prendere in prestito i libri più grossi. Ma mi piacciono ancora storie come quelle che abbiamo imparato a leggere da sole nella settimana in cui siamo rimaste a letto col morbillo. Quando è iniziata la scuola, quella con il baobab in mezzo al cortile della ricreazione, già sapevamo leggere. L’avevamo imparato grazie alle storie nei libri della patatina. Abbiamo sempre avuto problemi a pronunciare le parole, ancora oggi non sono capace di leggere ad alta voce. Patatina era il nostro modo di pronunciare fatina. Oggi, nei momenti liberi, mia sorella Fatima, detta fatina, si diverte a sferruzzare berretti di lana da regalarmi. Hai fatto in tempo a conoscere suo figlio. È cresciuto. A ottobre compie ventisette anni. L’anno scorso siamo andati nel deserto. Abbiamo organizzato un picnic, ma non ho nessuna fotografia. Paulo non c’era. La macchina fotografica di Paulo contiene praticamente tutte le istantanee della nostra vita.
Mi manca papà.
Ti ricordi quanto ci piaceva vederlo fumare? Cosa vuoi fare da grande? ci hanno chiesto a una festa di famiglia quando avevamo sei anni. La fumatrice, ho risposto. Hanno riso e hanno detto che non era un lavoro. Dieci anni dopo ce lo hanno chiesto di nuovo, in un’altra festa, cosa vuoi diventare? Scrittrice, ho risposto. Non è un lavoro, hanno detto. Ma stavolta non hanno riso. E nemmeno tu lo hai trovato divertente.
È passato tanto tempo da quando ti ho uccisa, ma quasi non passa giorno senza che ripensi a te. Spero di avere prima o poi la casa grande che sognavi, e di potermi riunire lì a quella che eri. Allora ti sveglierai nella tua camera luminosa rivolta a sud, per mattinate dolci e tranquille.
Con amore,

Dulce

 

Ringrazio Daniela Di Sora e la casa editrice Voland per avermi concesso la pubblicazione integrale del racconto e anche per il loro ottimo lavoro.

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One thought on “AUTOBIOGRAFIA, O STORIA DI UN DELITTO PREMEDITATO di Dulce Maria Cardoso

  1. Chandrasekar.iobloggo.com ha detto:

    racconti stupendi, scritti con dovizia senza indulgere nella compassione o nel pietismo. Mi ha letteralmente stregato bellezza, paura e un colpo forte che non sai quando parte ma arriva e ti stordisce

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