Intervista a Sara Reggiani, coeditore di Edizioni Black Coffee e traduttrice di Alexandra Kleeman

Logo Edizioni Black Coffee, intervista a Sara ReggianiÈ Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman il primo romanzo del catalogo delle Edizioni Black Coffee, un progetto che prosegue il percorso intrapreso da Sara Reggiani e Leonardo Taiuti con l’omonima collana delle Edizioni Clichy: pubblicare autori nordamericani emergenti, con attenzione particolare per le scrittrici e per le raccolte di racconti.
Il corpo che vuoi ci introduce in presa diretta nella vita di A, la narratrice, che vive con un’altra giovane ragazza, B; sono ossessionate dal corpo, oltre che l’una dall’altra, e immerse in un flusso continuo di immagini che le marginalizza nel ruolo di spettatrici e acquirenti: «Il desiderio di cose sostituisce il desiderio di persone». Ogni bisogno indotto, però, accentua il malessere anche se viene soddisfatto, così quando A non troverà più nel suo fidanzato (C) risposte e rassicurazioni, finirà per cercarle nella misteriosa Chiesa dei Congiunti nel Cibo, dando inizio a un nuovo incubo. La Kleeman, adottando un punto di vista interno, può servirsi di una scrittura in prima persona priva di angoscia poiché manchevole – come lo è A – di spirito critico; si crea così un effetto straniante che turba il lettore e lo trascina attraverso questa originale rappresentazione dell’Occidente al collasso. Qui di seguito, un’intervista a Sara Reggiani, traduttrice del romanzo e coeditore della Black Coffee. 

Dopo Il corpo che vuoi, Edizioni Black Coffee pubblicherà anche una raccolta di racconti di Alexandra Kleeman, Intimations. Come avete scoperto questa giovane autrice?
È stato un incontro casuale. Ero a New York con Leonardo in occasione del Brooklyn Book Festival e Il corpo che vuoi (il titolo originale è You Too Can Have a Body Like Mine) mi è capitato sott’occhio alla libreria Strand. Avevo già sentito parlare di Alexandra. In quel periodo erano uscite molte ottime recensioni del suo romanzo, così l’ho acquistato e l’ho divorato durante il volo di ritorno. Il giorno dopo mi sono informata sullo stato dei diritti di traduzione. Mi aveva folgorato e nei mesi successivi ho fatto di tutto per accaparrarmi sia il romanzo che la sua prima raccolta di racconti. Ho deciso di aprire il nostro catalogo proprio con Alexandra perché sono convinta che sia una delle autrici più promettenti del panorama letterario americano e intendo seguirne il percorso.

Il corpo che vuoi_Alexandra Kleeman_copertina_Black CoffeeQuali difficoltà specifiche hai affrontato durante la traduzione del Corpo che vuoi? Hai avuto modo di confrontarti direttamente con l’autrice e, nel caso, hai qualche aneddoto a riguardo che ti andrebbe di raccontare?
Mi confronto sempre con gli autori che traduco e in questo caso è stato ancora più piacevole perché Alexandra è una persona disponibilissima. Non ho incontrato particolari difficoltà in questa traduzione, il libro in sé è labirintico, ma il modo in cui Alexandra si esprime è molto lucido e preciso. È stata insolita semmai la sensazione che ho provato nel tradurre: il corpo in questo romanzo è un vero e proprio personaggio, e mi sentivo quasi un chirurgo mentre sceglievo le parole. L’esperienza è stata molto fisica, riuscivo quasi a sentire la pelle sotto le dita. L’ho detto anche a lei ed è rimasta molto colpita.
Forse la difficoltà più grande che ho incontrato è stata a livello di registro: il libro subisce numerose metamorfosi nel corso della lettura (da romanzo distopico a thriller, a delirio postmoderno) e ogni volta mi sono dovuta adeguare per non fare un torto al genio dell’autrice.

Il corpo che vuoi è un romanzo estremamente critico nei confronti del modello occidentale (a tratti ricorda la realtà claustrofobica del Cerchio di Dave Eggers). Quali reazioni ha suscitato negli Stati Uniti?
In America Alexandra ha avuto e continua ad avere un enorme successo. Il romanzo ha stimolato una riflessione sull’identità e sul corpo femminile oltre che sul ruolo dei media nella vita di tutti i giorni. Come ha affermato la stessa autrice in un’intervista che ci ha concesso ed è disponibile sul nostro sito, l’obiettivo del libro era osservare da vicino la quotidianità per riscoprirne il lato ambiguo, misterioso, alieno, il modo in cui ci rapportiamo con il nostro corpo, l’uso che facciamo del cibo, la percezione che abbiamo di noi stessi rispetto agli altri e rispetto all’ideale di bellezza offertoci dai media. Alexandra si concentra molto sull’industria della cosmesi, ma senza giudicare i progressi che sono stati fatti in questo campo e i loro inquietanti risvolti, ma limitandosi a raccontarli e a parodizzarne alcuni aspetti, perché non passino inosservati. Credo che questa sincerità di sguardo sia stata apprezzata dal lettore americano e che per molti sia stato un sollievo ritrovare in un libro lo stesso senso di estraneità e alienazione cui la società di oggi purtroppo ci ha abituato.

In una precedente intervista hai descritto il tuo percorso professionale e concluso “traduco romanzi a tempo pieno da allora e non c’è cosa più bella”: è una scelta economicamente sostenibile anche in Italia?
No, non lo è. Conosco molti traduttori che svolgono anche un altro lavoro perché la traduzione, si sa, paga poco e i libri non sempre ti vengono commissionati dall’editore con una certa costanza. Il mio caso forse è solo un’eccezione. Tutta una serie di fattori hanno contribuito a permettermi di svolgere a tempo pieno questa attività e mi ritengo fortunata. Ma non è stata solo fortuna: da quando ho iniziato mi sono dedicata anima e corpo alla professione, senza mai perdermi d’animo, e ora sto raccogliendo i frutti di tanta dedizione. Il lavoro non mi è mai mancato. A un periodo di magra ne seguiva uno più proficuo. Come libera professionista non potevo permettermi di fermarmi mai, non potevo riposare (e non è una cosa positiva per nessuno, figurarsi per un traduttore), ma tradurre era la sola cosa che mi piaceva davvero fare e dopo tanti anni persi a fare altro, mi ero ripromessa di perseverare. Così sono riuscita a tenermi i miei clienti e a trovarne sempre di nuovi, finché non ho deciso di diventare io l’editore. E ho tagliato la testa al toro.

Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, editori Black CoffeeBlack Coffee nasce come collana delle Edizioni Clichy: cosa ha spinto te e Leonardo Taiuti a farne una casa editrice autonoma? Cosa cambierà rispetto al progetto originario?
Black Coffee era un progetto mio e di Leonardo già da molto tempo. Come traduttori eravamo abituati a fare scouting per altre case editrici, ma sentivamo il bisogno di scendere in prima linea e portare noi stessi in Italia gli autori che preferivamo. Stavamo per fondare la nostra casa editrice, ma vuoi per timore, vuoi perché ci piaceva l’idea di unire le forze con un’altra piccola realtà fiorentina, abbiamo deciso di metterci prima alla prova con una collana. Con Clichy abbiamo pubblicato undici titoli e tutti hanno riscontrato il favore del pubblico. Black Coffee piaceva e col passare del tempo abbiamo capito che forse avevamo per le mani qualcosa di davvero interessante. Dopo due anni la voglia di diventare autonomi è tornata con prepotenza e non siamo più riusciti a tenerla a bada. Ormai eravamo consapevoli delle nostre mancanze come dei nostri punti di forza.
Il progetto resta lo stesso, pubblicheremo ancora letteratura americana contemporanea, autori emergenti (soprattutto donne), racconti e opere inedite di scrittori del passato, ma estenderemo lo sguardo anche a opere di non fiction (memoir, diari, reportage di viaggio…). Inoltre stiamo avviando un discorso sulle riviste letterarie. Sul nostro sito rendiamo disponibili contenuti esclusivi tratti da The Believer e ci auguriamo di poter stringere altri accordi di questo tipo. L’intento è approfondire le tematiche affrontate nei nostri libri e offrire ai nostri lettori un panorama più completo dell’odierna America.

Quali saranno le vostre prossime pubblicazioni e quali ti sarebbe piaciuto lo fossero tra quelle recenti di altri editori?
Pubblicheremo in tutto cinque titoli l’anno, nel 2017 tutte donne. Da pochi giorni è uscito Lions, il secondo romanzo di un’autrice che abbiamo iniziato a pubblicare in collana, Bonnie Nadzam. Il suo romanzo di esordio, Lamb, affrontava un tema molto controverso e il successo che ha avuto è stato la conferma che avevamo per le mani un’autrice di grande talento.
In occasione del Salone di Torino uscirà Happy Hour, una raccolta di racconti di Mary Miller, altra nostra vecchia conoscenza (il suo romanzo di esordio, Last Days of California, ha aperto la collana) e in autunno abbiamo in serbo l’antologia completa di una maestra del racconto, Joy Williams, autrice di cui in Italia non sappiamo quasi nulla, ma che in America è annoverata tra scrittori del calibro di Raymond Carver, Flannery O’Connor, Grace Paley, Alice Munro… Siamo particolarmente orgogliosi di pubblicare questa scrittrice, era una vergogna che in Italia non se ne sapesse nulla. Ci è costata cara, ma non potevamo lasciarcela scappare!
Quanto all’ultimo titolo stiamo ancora decidendo, ma molto probabilmente sarà un’opera di non fiction.
Avrei voluto tanto pubblicare i racconti di Lucia Berlin (Bollati Boringhieri), come ho già dichiarato altrove, e I Love Dick di Kris Kraus che qui non è ancora uscito, ma che so essere stato acquisito da un altro editore. Ho amato molto anche 10:04 di Ben Lerner (Sellerio) e Una vita come tante di Hanya Yanagihara (Sellerio).

Qui tutte le interviste ai traduttori:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-traduttore/

E qui quelle agli editori:
https://giovannituri.wordpress.com/category/conversazioni-con-gli-editori/

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