Intervista ad Alessandro Garigliano, autore di MIA FIGLIA, DON CHISCIOTTE

Mia figlia, don Chisciotte_Alessandro Garigliano_copertina romanzo_NN EditoreIn Mia figlia, don Chisciotte (NN Editore), Alessandro Garigliano racconta e analizza il capolavoro di Cervantes attraverso il tenero rapporto con una figlia bambina e, viceversa, interpreta il ruolo genitoriale e lo scontro tra realtà e illusioni alla luce del legame tra Don Chisciotte e Sancio Panza: è un azzardo audace e riuscito che genera un romanzo delicato e capace di inglobare anche un appassionato saggio letterario. Che il narratore sia o meno un alter ego dell’autore cambia poco, si innesca comunque una forte empatia nei suoi confronti per la levità spudorata e la grazia con la quale introduce il lettore nella sua intimità affettiva, domestica e culturale. Mia figlia, don Chisciotte è dunque un romanzo seducente e programmaticamente insolito, franto (come era anche il bel Mia moglie e io con cui Garigliano aveva esordito per LiberAria): «Dovrei denunciare il male assoluto che alla letteratura hanno arrecato tutti i congegni a orologeria imbastiti per irretire il lettore: le agnizioni, il climax, la coerenza, il conflitto, le unità di tempo luogo e azione. Tecniche esibite nel tempo in modi strumentali, anziché scattare per necessità cognitive narrative estetiche». Qui di seguito l’intervista ad Alessandro Garigliano.

Hai concepito sin dall’inizio un romanzo che avesse per protagonisti un padre, sua figlia e don Chisciotte o la possibilità di intersecare i due piani (studio critico e dimensione affettiva) si è prospettata in corso d’opera?
L’intuizione da cui tutto è partito è stata: i padri sono Sancio Panza! Anzi, riandando all’origine, devo confessare che scrivere un libro sulla relazione tra padre e figlio è stato sempre un mio grande desiderio. Me ne sono reso conto definitivamente dopo aver letto La strada di Cormac McCarthy. Concentrandomi su me stesso, mi sono ricordato che in tutte le opere, di diversi ambiti culturali, ogni volta che era rappresentato un padre insieme a un figlio – anche prima di diventare genitore (d’altronde sono pur sempre un figlio!) – io mi commuovevo. E così, ai miei occhi, Cavaliere e scudiero non potevano diventare che un padre e un figlio. A quel punto è iniziata l’attività di ricerca. Non appena ho preso coscienza di questa attrazione che, prima di diventare razionale, mi aveva attraversato carsica in maniera fisica emotiva inconscia, mi sono messo a ripassare i miti: dai padri che mangiano i figli, ai figli che uccidono i padri e così via. Insomma, nonostante avessi trascorso anni rileggendo il Don Chisciotte e spulciando ogni monografia, non fosse stato per questo cortocircuito tra la vita privata e i due eroi del romanzo di Cervantes, il libro non sarebbe mai esistito.

Quando e come ti sei infatuato del Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra? È un caso che nel tuo romanzo venga messo in relazione solo a opere di altri autori stranieri (Dostoevskij e Proust su tutti)?
Anche qui: io sono sempre stato innamorato del Don Chisciotte della Mancia! Ma davvero c’è qualcuno convinto di potere sottrarsi ai miti? Anche se non avessi mai letto un solo libro nella mia vita, sarei stato ugualmente, sempre e per sempre, volta per volta: Achille, Odisseo, Crono, Edipo, Achab, don Chisciotte, Sancio e innumerevoli altre figure mitologiche. Nella mia vita sono stato pavido ed eroico, nomade e stanziale, furbo e ingenuo. E, nello specifico, non c’è stato un momento della mia esistenza in cui non abbia sentito parlare di donchisciottismo, per questo ti dico che non posso che esserne stato da sempre infatuato. E ti dirò di più. Era tanta l’adorazione per questa figura mitologica, che ne ho sempre ritardato la lettura. Prima di affrontarla, volevo arricchirmi di esperienze culturali ed empiriche. Alla fine, la prima volta il romanzo l’ho letto circa sei anni fa: mia moglie era incinta!
A proposito di intertestualità, nel mio libro ho paragonato don Chisciotte all’Idiota e Cervantes a Proust perché si tratta dei miei autori preferiti. Ma le ombre del Cavaliere nel corso dei secoli sono state proiettate, e continuano a esserlo, in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni forma artistica, e a malincuore ho dovuto fare una selezione radicale, spietata.

«Vorrei che il movimento della mia narrazione fosse insoddisfatto, incompiuto: e velleitario ridicolo tragico»: diverse nella tua opera le dichiarazioni di poetica a sostegno di una letteratura che espanda i confini e le possibilità formali. Come mai hai sentito l’esigenza di fornire tu stesso queste chiavi esegetiche?
Devo dire di essere un po’ esasperato. Nonostante esistano molte eccezioni, mi sembra che negli ultimi anni ci sia stata un’attenzione eccessiva verso le storie, anziché al modo in cui le storie vengono raccontate. Io, invece, ho un’idea di narrazione che, rivoluzionando sempre se stessa, sia radicata alle sue fonti. Sono discorsi molto molto complessi ma, sintetizzando, per me l’arte è innanzitutto forma, e specificando: per me la forma è contenuto. Non è un pensiero originale, però ho l’impressione che, nei discorsi editoriali e culturali degli ultimi anni, questa concezione dell’arte sia diventata sempre più rara, e comunque marginalizzata. Allora io il mio libro, fin dalla sua concezione, l’ho ideato partendo da una nostalgia infinita per la letteratura, e per l’arte in generale. Volevo raccontare il modo in cui le storie sono state narrate. Desideravo mostrare l’origine del romanzo – un vero e proprio big bang: un Cervantes che, totalmente travolto dalla sua scrittura, dalla propria incontrollabile affabulazione, manda involontariamente in frantumi il canone aristotelico cui lui per primo teneva. Non so: bisogna dare conto del caos. E per me l’arte fa questo: dà forma al caos.
Fino a quando non mi sono reso conto che c’era qualcuno che con il caos aveva una confidenza speciale: mia figlia. A quel punto mi sono messo anche a studiarla (oltre che amarla). Non voglio essere pascoliano, ma le coincidenze con il mio modo di concepire la letteratura mi sono esplose davanti. La sua capacità di inventarsi parole, mondi, di spiazzare, di osare, ma anche i tentativi di volere imitare i suoi modelli, mi sono sembrati molto affini all’arte. E allora per me parlare di poetica, di arte retorica e di comportamento infantile si è rivelato essere una trama commovente.

alessandro garigliano con sua figlia«La famiglia è per me un nucleo di difesa e di attacco.» Non hai temuto di violare questo spazio privato? È sufficiente la trasfigurazione letteraria a preservarlo (e penso ad esempio alle splendide pagine dedicate alla prima poppata della principeffa)?
Ma sai che per me il privato esiste fino a quando non viene messo sulla carta? A quel punto non c’è nessuna differenza tra la storia della balena bianca e una madre che allatta. Io attingo da quello che conosco meglio, certo, ma tutto è estremamente mediato e non riguarda solo la mia famiglia: i personaggi non sono solo mia figlia, mia moglie e nemmeno me stesso, a ispirarmi sono stati numerosi padri, bambini, donne e madri (e anche gli studi che ho fatto su tali figure). Nonostante racconti storie intime, minime, e utilizzi la prima persona singolare; sebbene molte cose abbiano a che fare con me e la mia famiglia, alla fine della composizione del romanzo, la storia che ho raccontato non ha niente a che fare con la mia vita reale, o meglio: mi appartiene profondissimamente e per nulla: esattamente come qualsiasi altra storia narrata, che sia fantascienza, autofiction, noir o postmoderna.

Come sei arrivato a pubblicare con LiberAria Mia moglie e io e con NN quest’ultimo romanzo? Che tipo di editing è stato fatto sui due romanzi?
Come raccontano sempre Giorgia Antonelli e Alessandra Minervini (rispettivamente editore ed editor di LiberAria), alla mia prima casa editrice ho mandato il manoscritto, come tutti.
A NN, invece, prima ho mandato il manoscritto (quando ancora si poteva, perché ora non ricevono più invii spontanei) e dopo qualche mese ho chiesto a un amico scrittore (in contatto con Alberto Ibba, responsabile del commerciale e della comunicazione di NN), di informarsi sullo stato delle cose. Dopo un po’ di tempo ho ricevuto una mail di interesse da parte dell’editore.
Riguardo all’editing su Mia moglie e io, insieme ad Alessandra, abbiamo lavorato sulla scansione dei capitoli, sulla cronologia, che all’inizio era un po’ troppo vaga, e sulla ridondanza.
Per Mia figlia, don Chisciotte ho lavorato soprattutto con Sarah Bonuomo (che per me è stata l’editor prevalente. Ma in NN c’è una gestione corale della selezione, della revisione e della promozione dei testi che pubblicano e che hanno intenzione di pubblicare. In questa casa editrice i ruoli non sono rigidi, ognuno partecipa alla gestione di ogni fase con impegno e passione. Non so quante persone abbiano letto il mio testo prima di deciderne la pubblicazione. Ma so quante persone hanno dato il loro parere a ogni stesura: Eugenia (editore), Serena (editor capo), Sarah (lettrice ed editor personale), e voglio fermarmi qua: un dialogo che mi ha arricchito davvero moltissimo – certo, in alcune fasi avrei voluto sterminare tutta la redazione, ma questo intendo per dialogo: conflitto polemica sintesi. Io, al contrario di alcuni scrittori – tra cui alcuni anche da me molto stimati –, la vedo come Ludovico Ariosto, il quale affiggeva le pagine del suo capolavoro sulle pareti di casa, in modo che gli amici fidati potessero dare la loro opinione. Mi pare adesso il caso di chiudere la parentesi). Dicevo, il lavoro che, soprattutto insieme a Sarah, è stato fatto sul testo, è stato di renderlo meno accademico, di rendere più fluido il passaggio tra le due dimensioni e di far gemmare sempre più storie del protagonista con la figlia.

Il narratore afferma: «Ho seguito don Chisciotte in questi ultimi mesi con sempre maggiore esultanza. Mi sono talmente immerso nelle sue trame, attraverso la scrittura e grazie a mia figlia, da pensare a momenti di poter stravolgere il mio modo di stare al mondo». La letteratura può dunque avere un’incidenza effettiva sul reale?
Anche questa domanda richiederebbe ragionamenti estesi e complessi. Secondo me, anzitutto, bisognerebbe contestualizzare il libro nel tempo. Non c’è alcun dubbio che in certi periodi i libri abbiano avuto una forte incidenza sul reale: i due poemi omerici furono considerati enciclopedie e modelli di vita. In molti momenti storici, anche relativamente recenti, c’è stata la dimostrazione più eclatante e violenta di quanto i libri possano incidere sul reale: i roghi. E spessissimo, fino a oggi, la censura e la persecuzione – o i suoi tentativi – sono intervenute proprio per evitare che la letteratura incidesse sul reale (voglio limitarmi a ricordare i libri di Salman Rushdie e Roberto Saviano). Oggi forse, in generale, nel mondo occidentale, per una quantità di motivi enorme, la letteratura ha perso la propria carica eversiva. Francamente, non mi pare che dai libri, oggi, ci si attenda uno stravolgimento delle proprie sorti (ma, anche qui, bisognerebbe distinguere libro da libro, per fare un solo esempio, letteratura da intrattenimento). Però, allo stesso tempo, mi pare che l’impatto sia disinnescato soprattutto a livello sociale, mentre sono abbastanza convinto che a livello individuale un grande libro possa stravolgere sempre una vita, almeno: la mia di sicuro.

Collabori saltuariamente con Nazione Indiana e minima&moralia: quanto del dibattito culturale italiano ritieni si sia ormai spostato on line?
Prima dovremmo chiarire cosa intendiamo con “dibattito culturale”. Non voglio per nulla essere polemico, ma io grandi discussioni, nuove teorie insurrezionali, correnti innovative e canoni imprevisti è da tempo che non ne sento teorizzare e raramente mettere in pratica. D’altronde, e concludo immediatamente, Andrea Cortellessa, di recente, ha iniziato così un suo pezzo su L’Indice dei libri del mese: “Che la critica letteraria sia in crisi lo si sa, ormai, da quasi un quarto di secolo (nel 1993 Cesare Segre intitolava un suo libro Notizie dalla crisi); che sia morta, da almeno un decennio (Eutanasia della critica, addirittura, è un titolo di Mario Lavagetto del 2005)”. E finiva il pezzo, sempre parlando di critica letteraria, dicendo: “Che ce ne sia bisogno, però, non è una pia speranza”. Speriamo.

In una recente intervista, Sandro Campani ha affermato: «Scrivere è la cosa che più mi piace fare al mondo, ma avere un lavoro con cui ti paghi il pane ti tiene attaccato alle cose, distante dalle ambizioni malsane e dalle smanie». Altri autori lamentano la difficoltà di dedicarsi alla scrittura negli scampoli di tempo concessi dalle proprie occupazioni. I periodi per te più produttivi quali sono stati? Anche tu, come il narratore di Mia figlia, don Chisciotte, colpevolizzi le tue ambizioni letterarie?
Purtroppo oscillo tra frustrazione ed esaltazione. Scrivo molto raramente, nel senso che posso stare anche mesi senza comporre, in quiescenza. Però ho un’attitudine monomaniaca, ossessiva: quando intuisco un progetto, lo perseguo fino alla morte. Io vivrei benissimo di questa ambizione, con tutta la ciclotimia di cui ti parlavo. Non mi interessa essere attaccato alle cose, anche se capisco Campani (e spero di leggerlo presto). Per me scrivere – oltre a immaginazione, follia e dolore – richiede un’autodisciplina, un rigore e un’artigianalità tali, da non consentirmi di perdermi in ambizioni e smanie. Ho cercato lavoro per anni, qualsiasi lavoro. Ho lavorato nell’editoria come ufficio stampa, in libreria, ho valutato testi e insegnato narrazione, ho montato palchi, fatto il sommelier, ho venduto musica death metal, fino a quando non sono riuscito più a trovare nessun mestiere e, dopo un periodo di grande malinconia, grazie a mia moglie, ho scritto il romanzo che poi ho pubblicato con LiberAria (dopo essere stato rifiutato da diversi editori). Da allora a oggi ho preso coscienza che per me la vita (come dice Bill Bryson, parlando di quelle creature straordinarie, i licheni, naturalmente dotati di DNA e capaci di vivere nelle distese artiche dove nessun altro organismo vivrebbe, resistendo a ogni insulto pur di avere un istante di vita in più): la vita, dicevo, non vuole che esistere. Insomma, l’unica cosa che posso dirti è che tutto ciò che oggi mi piace è essere genitore insieme a mia moglie e fare ricerca, creare, divulgare.

Quali scrittori consideri tuoi maestri?
Sono davvero tantissimi. Come le api volo di fiore in fiore (credo che la similitudine sia di Petrarca). Non so se ha molto senso elencarli, sarebbe una lista vastissima. Pensa che considero maestri assoluti gli autori della Bibbia, e così via. Omero ecc. L’ho detto dappertutto, non faccio distinzioni di tempo: nei loro sensi profondi ed essenziali i testi hanno verità che trapassano i secoli. Mi sono ritrovato spesso a imitare indifferentemente tecniche antiche, medievali o contemporanee. A emozionarmi per versi di Montale, per non parlare dei lirici greci tradotti da Quasimodo (ma mi sono ritrovato anche a innamorarmi e a volere emulare critici come Debenedetti, Moretti, Bachtin)… niente, è davvero inutile continuare, diventa una specie di tassonomia. E poi soffro nell’enumerarli, dopo aver detto Dante, per esempio, dovrei stare giorni a riflettere senza nominare nessun altro, ma lo stesso vale per Gadda, Moresco… basta, mi taccio.

alessandro gariglianoStai lavorando a una nuova opera e, nel caso, di cosa si tratta?
E qui torniamo alle ambizioni letterarie e alla scrittura. Come ti dicevo, oscillo tra depressione e stati di grazia. In questo momento mi sento completamente scarnificato. Ho scritto Mia figlia, don Chisciotte con una passione, una voglia di scavare in me stesso e di capire la realtà tali da essere sopravvissuto acciaccato. Inoltre, devo chiarirti che, per tutti questi anni al lavoro sul romanzo, non ho preso un euro, per cui, se da un lato non posso che ringraziare ancora una volta l’unica mecenate che conosco, mia moglie, dall’altro capita spesso di sentirmi, perlomeno, inadeguato. Quindi è davvero difficile pensare a un nuovo progetto. L’idea c’è, ho iniziato da tempo una nuova ricerca, ma l’ho momentaneamente sospesa, non lo so, in questo momento credo non sia giusto inabissarmi ancora una volta per anni in un progetto lungo e complesso, senza nessun ruolo sociale e, soprattutto, senza nessuna possibilità di gratificare la mia famiglia con un sostegno economico. Ti faccio sapere.

Da lettore, come scegli i tuoi libri e quali hai apprezzato particolarmente tra quelli pubblicati negli ultimi mesi?
Ci sono lettori – blogger, scrittori, critici, intellettuali, recensori, amici – più o meno professionali di cui mi fido. Seguo i premi nazionali e internazionali, ma con moltissima cautela. E poi ci sono l’interesse del momento, l’umore del momento, la curiosità, la maledetta idiosincrasia e la necessità del momento. Ti dico solo l’ultimo libro che mi è piaciuto moltissimo (non tanto recente ma rilanciato da poco da Modus Legendi): Neve, cane, piede di Claudio Morandini, Exòrma edizioni.

 

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