Intervista a Carlo Mazza Galanti, traduttore dei racconti di Marcel Aymé

carlo-mazza-galanti-traduttore-dei-racconti-di-marcel-ayme-intervistaCon Martin il romanziere e altre storie fantastiche (L’orma editore), i lettori italiani possono tornare a confrontarsi con la scrittura di Marcel Aymé, popolare e controverso scrittore francese: a fare da fil rouge tra i racconti qui selezionati è l’attitudine per il paradossale, che diviene spesso il pretesto per irridere l’ipocrisia dell’alta società francese. La curatela e la traduzione della raccolta è di Carlo Mazza Galanti, qui di seguito intervistato.

Sei stato tu a proporre a L’orma la traduzione di Martin il romanziere e altre storie fantastiche o è stata la casa editrice ad affidartela? Quando e come hai scoperto questo scrittore?
Il libro l’ho proposto io a Lorenzo Flabbi e Marco Federici Solari anche se poi ho dovuto adattare il mio progetto iniziale (che prevedeva una selezione più ampia ed eterogenea) alle loro esigenze editoriali. Aymé l’ho incrociato diverse volte nel corso di mie letture e studi che spesso giravano intorno ad autori francesi eccentrici, tra umorismo, surrealismo e gioco letterario. Quando ho visto Kreuzville Aleph, la collana dell’Orma dedicata a scrittori del passato, ho pensato che Aymé potesse funzionare. L’unica raccolta di racconti tradotta era Le passemuraille (per la Biblioteca del Vascello) e da anni era ormai introvabile. All’epoca avevo letto solo quella e Les contes du chat perché. A quel punto mi sono letto altri libri, ho capito che si poteva tirarne fuori una bella antologia e ho fatto la proposta. Mentre discutevamo di come fare il libro uno degli autori dell’Orma, lo scrittore belga Bernard Quiriny – che tra parentesi è tra i migliori novellisti in lingua francese contemporanei e consiglio molto a chi ama il racconto e il racconto fantastico in particolare – ha detto a Lorenzo, senza sapere niente del nostro progetto, che considerava Aymé uno dei suoi principali modelli. È stata una bella coincidenza, in un certo senso ha chiuso il cerchio. In fondo una casa editrice funziona e ha senso anche perché tra i vari libri e autori e collaboratori tira un’aria di famiglia, ci sono dei riferimenti comuni, degli amici in comune: è un modello di redazione editoriale che negli ultimi decenni è stato soppiantato da un’impostazione diversa, molto più aziendalistica e orientata al profitto, ma ancora esiste nella piccola e media editoria, per fortuna. 

Nella prefazione definisci Aymé come un autore anticonformista, ma soprattutto “umilmente e genialmente pop”: cosa ritieni ne abbia determinato la scarsa fortuna in Italia? A chi in particolare ne consigli la lettura?
Non saprei, posso tentare un’ipotesi. A differenza della Francia, in Italia mi sembra che ci sia una scarsa attenzione verso la letteratura umoristica e satirica. Forse è anche una questione di tradizioni: da noi storicamente (parlo del ’900) l’umorismo sembra avere trovato un canale privilegiato nel cinema, con la gloriosa stagione della commedia all’italiana, o al limite nel fumetto (la moda dei libri scritti da comici televisivi invece mi sembra finita, e credo non la rimpianga nessuno). In Francia al contrario la letteratura umoristica ha avuto più successo, basta pensare a un classico come l’Antologia dello humour nero di Breton. Inoltre quelle umoristiche sono scritture tendenzialmente lontane dagli schemi del romanzo realista intimista che va per la maggiore in questi anni, almeno nell’ambito della literary fiction. L’umorismo non è neppure un genere, cosa che funziona sempre bene per costruire strategie di marketing editoriale. Al contrario, come ha spiegato Bachtin, tende a scompaginare i generi e di solito produce forme poco riconoscibili. Di conseguenza pochi editori se ne occupano sistematicamente. Mi viene in mente Quodlibet, con la collana di Cavazzoni e Talon dove trovi autori come Cornia, Nori, Albani, e più saltuariamente qualche altro editore. Ma è un fatto che l’umorismo letterario ha poco seguito. Secondo me se chiedi in giro chi è Achille Campanile lo conoscono in quattro e l’hanno letto in due. Figuriamoci gli autori francesi. Ce ne sono altri grandissimi, Alphonse Allais per esempio, che praticamente non sono mai stati tradotti. A chi potrebbero piacere i racconti di Aymé? Sicuramente a chi ama i racconti di Pirandello, Calvino o Buzzati (anche se Aymé rispetto a Buzzati è molto meno metafisico e più sociologico). A chi ama Queneau, Perec, il surrealismo russo alla Gogol, o quei postmoderni americani che tendono al giocoso come John Barth o Donald Batheleme. Anche a chi è interessato agli immaginari distopici e fantapolitici, perché alcuni di questi racconti pur mantenendo un tono lieve appartengono a tutti gli effetti a quel filone. A chi si è stufato di cercare in un libro una specie di specchio nel quale riconoscersi e identificarsi e ha voglia di superfici deformanti, di paradossi, di immaginazione.

La traduzione non è la tua principale attività lavorativa: scelta o necessità? Qual è stato il tuo percorso accademico e professionale sin qui?
Ho cominciato a tradurre una decina scarsa di anni fa quando ho lasciato l’università francese e sono tornato in Italia, dove ho provato a costruirmi un reddito lavorando nell’editoria. Non solo traduzioni ma anche lavoretti editoriali vari, e giornalismo culturale. Mi sono abbastanza rapidamente reso conto che vivere di quello sarebbe stata un’impresa. Il mondo dell’editoria italiana è sicuramente vitale ma economicamente parlando è un campo minato. Probabilmente non è una questione che riguarda solo l’editoria ma l’impresa privata italiana in generale, resta il fatto che non ho ancora capito perché gli imprenditori così spesso commissionino lavori senza avere i fondi per coprirli. Ancora adesso sono in ballo con un editore che mi deve dei soldi da quasi un anno… In almeno tre circostanze il compenso di miei lavori si è volatilizzato in seguito a fallimenti o cambi di proprietà. Probabilmente limiti strutturali e giuridici legati sia all’impresa culturale italiana che alle condizioni informali dei lavoratori della conoscenza vanno di pari passo con un lassismo morale di molti editori che non si fanno scrupoli a sfruttare la debolezza contrattuale di chi lavora in questo settore perché solitamente mosso da una grande passione – e quindi in quanto tale considerato come “privilegiato” – e a scaricare su di loro il rischio di impresa. Fatto sta che in effetti se oggi vuoi lavorare nell’editoria da freelance secondo me devi esserlo davvero, un privilegiato, devi avere le spalle ben coperte. Altrimenti è meglio trovare altre soluzioni. Da qualche anno ho uno stipendio di insegnante e faccio lavori editoriali e giornalistici nel tempo libero, cercando di dedicarmi solo a quello che mi interessa davvero. La traduzione sarebbe potuta diventare un lavoro a tempo pieno, ma anche immaginando che tutti i datori di lavoro rispettino i tempi di pagamento (pura utopia) e quindi che uno non si ritrovi a vivere facendo recupero crediti, con le tariffe che girano se vuoi campare traducendo romanzi devi lavorare come un pazzo e io personalmente non riuscirei a farlo. Conosco persone che lo fanno, che traducono tre libri contemporaneamente. A me, dopo un po’ di ore di traduzione, si confonde la vista, mi innervosisco, ogni parola diventa un crittogramma. Tradurre a tempo pieno, almeno in Italia, è difficilissimo, e richiede una vocazione che non ho. Quindi oggi mi considero solo un traduttore occasionale. Ma sono contento che negli ultimi anni stia crescendo l’attenzione nei confronti di questo lavoro, come testimoniano le tue interviste o l’uso sempre più comune di segnalare il nome dei traduttori in posizione ben visibile nei libri e nelle recensioni. Tradurre è un mestiere tecnicamente complesso, svolto nelle condizioni improbe che ho detto, molto solitario, sempre in ombra, richiede una buona dose di ascetismo. Un po’ di visibilità in questo caso non può fare male. E magari ridando prestigio alla professione si farà qualche passo in avanti anche a livello contrattuale.

Che impressione hai avuto del clima culturale e del panorama editoriale e letterario francese rispetto al nostro?
Non conosco dall’interno il mondo editoriale francese ma credo che stiano molto meglio di noi. Forse la mia percezione è viziata dal fatto che ho vissuto quasi solo a Parigi, dove quello che ti sta seduto accanto nella metropolitana mediamente sta leggendo Beckett o DeLillo (esagero, ma non troppo). Quello che posso dire con certezza è che lo stato francese sostiene l’editoria e la cultura in generale con istituzioni e finanziamenti che non sono paragonabili a quelli esistenti in Italia. Io stesso, le volte che ho percepito un compenso davvero soddisfacente per il mio lavoro di traduzione, è stato perché o l’editore o il sottoscritto avevano ottenuto dei sostegni finanziari da parte di enti francesi (una volta dal Belgio). So che in generale i traduttori in Francia sono pagati meglio che in Italia. Non credo che esistano dei tariffari ufficiali ma, da quello che ho sentito dire, meno di venti euro a cartella è considerato poco: qua credo che soltanto Adelphi si avvicini a quella tariffa. Il lato positivo dello scarso sostegno istituzionale alla cultura in Italia è la proliferazione di iniziative autonome, dal basso. In Francia godono di strutture pubbliche dedicate alla cultura che neppure ci sogniamo, noi abbiamo una costellazione di spazi autogestiti, circoli, iniziative locali: più sgangherati ma anche più caldi e conviviali. Loro hanno centri di ricerca e università molto più efficienti, riviste accademiche prestigiose, case editrici solide e credibili. Da noi la carenza di tutto questo ha determinato la nascita, accanto a una scena editoriale precaria ma vitale, di innumerevoli riviste più o meno autoprodotte (prima) e adesso di spazi culturali on line che sia quantitativamente che qualitativamente non sono paragonabili agli equivalenti francesi.

Collabori con riviste e blog letterari: in che modo ritieni si sia evoluta la critica letteraria nell’ultimo quindicennio? Pensi che il dibattito si stia ormai spostando online?
Sarà un paio di anni che non sento più il bisogno di scendere il fine settimana a comprare i giornali per leggere gli inserti culturali. La produzione culturale on line è sovrabbondante e spesso di una qualità superiore a quella del cartaceo, comunque non costretta dai limiti di battute delle terze pagine e sicuramente, visto che la gran parte di quello che trovi in rete è scritto a titolo gratuito, più libera, meno influenzata dagli scambi di favori tra capiservizio, editori, collaboratori, professori universitari, uffici stampa. Negli ultimi quindici anni ho avuto modo di vedere e vivere la piccola rivoluzione del giornalismo culturale digitale, al di là dell’individualismo reticolare dei blog personali: la nascita di siti come Nazione indiana o minima&moralia, di tanti spazi di scrittura e divulgazione, la diversificazione degli interessi e degli orientamenti, anche politici. Mentre i giornali perdevano lettori, mentre le riviste chiudevano o comunque sopravvivevano a stento consumando la loro funzione di orientamento culturale, sul web succedeva di tutto. Oggi mi sembra che l’ago della bilancia penda nettamente a favore di questo nuovo modo di fare giornalismo culturale, se così si può ancora chiamare. Da una parte c’è un ipotetico giornalista stipendiato e inserito in una redazione vecchio stile che deve scrivere pezzi di vario genere secondo le esigenze sempre piuttosto vincolanti del giornale: i collaboratori esterni diminuiscono perché le testate hanno meno soldi, oppure sono chiamati a intervenire autori noti più o meno su qualsiasi argomento. Dall’altra ci sono migliaia di specializzandi, dottorandi, ricercatori, o semplici appassionati di un determinato ambito culturale, che possono prestare la loro conoscenza per un pezzo di approfondimento, avendo tutto il tempo per studiare e scriverlo come si deve, senza limiti di spazio e di espressione. Nonostante tutti gli allarmanti discorsi sull’analfabetismo di ritorno, restiamo una società iperscolarizzata e nei decenni passati le facoltà umanistiche italiane hanno sfornato un esercito di laureati e addottorati che spesso, non avendo trovato lavoro nel settore universitario o culturale, non vedono l’ora di prendersi qualche soddisfazione. Molti di questi sono i firmatari di pezzi notevoli sui siti e webzine culturali. Sto semplificando, c’è tutto il discorso dell’accesso ai contenuti, ma la situazione è più o meno questa, e da un punto di vista reputazionale chi ha da perderci qualcosa è anzitutto chi lavora per le grandi testate cartacee. Non voglio fare l’elogio incondizionato del web, il web ha mille problemi. Per un verso ha smascherato la “finzione” dell’autorità cartacea, ma allo stesso tempo la rete produce sia dispersione che grandi monopoli e, se diamo retta ai discorsi sulla filter bubble e sui social che personalizzano tutto, può portare a una pesante limitazione del confronto, dello scontro e del dialogo tra posizioni diverse. Oltre naturalmente al problema economico: tutta questa produzione può reggersi ed evolvere soltanto sulla base di un’economia del dono? Ma tutto sommato, in questa fase, e in mezzo alla marea di contenuti-spazzatura che trovi nel web, mi sembra che domini ancora una pluralità e ricchezza dell’offerta che non esisteva sulla carta degli ultimi vent’anni. Dopo la fase dei blog culturali e letterari, stanno inoltre cominciando a nascere riviste on line che riescono a pagare i collaboratori, riviste che dipendono economicamente da omologhi cartacei o altre completamente digitali. Il Tascabile di Treccani, Prismo, The Towner, Rivista Studio, Il magazine, Internazionale, cito quelle che sono sicuro che pagano i contenuti digitali, ma devono essere molte di più. Le redazioni sono snelle, a volte formate da solo due o tre persone, ma i collaboratori fanno la fila e si accontentano di poco. E col passare del tempo sarà sempre più facile chiedere ai lettori dei soldi per i contenuti on line, anche se difficilmente si tornerà alla situazione che raccontano certi giornalisti culturali più anziani, quando con un pezzo ogni due settimane uno di quei pochi fortunati, oltre a godere di grande considerazione, aveva risolto il problema di arrivare a fine mese, o quasi. Forse perché ho iniziato a scrivere in una fase già declinante della critica letteraria e del giornalismo culturale diciamo tradizionali, ma la situazione, proprio perché complessa e aperta, mi sembra interessante.

Hai curato una monografia su Michele Mari: cosa ti affascina particolarmente di questo scrittore?
Penso che Mari sia l’unico scrittore italiano contemporaneo, insieme a Walter Siti, di cui ho letto tutta l’opera e che continuo a seguire con uguale interesse. Non credo che ce ne siano altri, della loro generazione o di quelle successive, che possano vantare un’opera complessiva dello stesso valore. Di Mari mi piace lo stile, l’immaginario, il gusto per il gotico e il fantastico, il modo in cui interpreta la scrittura autobiografica, come si confronta con la tradizione letteraria (molti autori che amo li ho conosciuti grazie a lui), mi interessa anche quella fiducia esasperata nella propria forma mentale, nelle proprie inclinazioni, gusti, ossessioni, la sua “ottusità”, come avrebbe detto Barthes, che la considerava il limite ideale per crearsi un proprio mondo artistico. Sono molto curioso di leggere il prossimo libro che uscirà a primavera per Einaudi.

Tra le opere pubblicate negli ultimi mesi in Italia ce n’è qualcuna che hai apprezzato particolarmente?
Sto leggendo e apprezzando il libro di un altro di quegli eccentrici umoristi francesi sconosciuti in Italia di cui parlavo prima: Octave Mirbeau, Dingo, pubblicato in questi giorni da Elliot. Mirbeau era una figura eclettica, giornalista, socialista, viaggiatore, il romanzo è del 1913 e si inserisce in quel filone sotterraneo e mai esaurito che si potrebbe fare risalire al romanzo (o anti-romanzo) umoristico settecentesco: Sterne, Diderot. Uno scrittore italiano di grande valore e poco noto, Vincenzo Pardini, ha appena pubblicato un nuovo libro con Il Saggiatore, Grande secolo d’oro e di dolore, un romanzo storico che segue le vicende dell’ultimo erede di un’antica famiglia di origine longobarda, non l’ho ancora letto ma siccome nutro un amore incondizionato per Pardini lo consiglio a priori. Nella collana di Quodlibet di cui parlavo prima hanno appena pubblicato un libretto geniale che si intitola Europeana. Breve storia del XX secolo di Patrik Ourednik, ho appena consegnato la mia recensione alla redazione di Linus quindi se qualcuno vuole saperne di più lo invito a comprare Linus, che nel panorama delle riviste italiane cartacee mi sembra tra quelle che vale la pena sostenere. Sempre Quodlibet ha pubblicato recentemente le lettere agli editori di Céline, una selezione inedita, curata da Martina Cardelli: leggendole ho scoperto quanto insopportabile e asociale poteva essere quello scrittore straordinario. Poi che altro? L’orma ha da poco dato alle stampe gli scritti di Gianni Celati su fotografia e teatro, un bel libro anche questo (Animazioni e incantamenti), 66thand2nd ha appena pubblicato lo pseudo-saggio di Volodine Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima, l’avevo letto in francese e trovato davvero notevole. Einaudi ha pubblicato i racconti inediti di Volponi, anche questi sono sulla mia scrivania, ancora da leggere, ma Volponi è uno di quegli autori che rischiano di sparire dagli scaffali delle librerie mentre alcuni suoi libri sono tra le cose più belle della letteratura italiana del secondo Novecento.

Qui tutte le interviste ai traduttori pubblicate su Vita da editor:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-traduttore/

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