Intervista a Isabella Ferretti, coeditore di 66thand2nd

logo-66thand2ndIsabella Ferretti nel 2009 ha fondato con Tomaso Cenci la 66thand2nd, una casa editrice che si ripropone di presentare al pubblico italiano generi letterari in voga negli Stati Uniti ma da noi sottovalutati. Il nome indica appunto l’incrocio di due strade di Manhattan e due erano le collane del progetto originario: Attese, dedicata alla letteratura sportiva, e Bazar, attenta alle opere di scrittori del melting pot letterario mondiale; si sono poi aggiunte Vite inattese, in cui lo sport si declina nel memoir, B-Polar, con romanzi tra il poliziesco e il noir di autori africani e non solo, e Bookclub, che vuole stuzzicare i lettori con proposte eclettiche anche nella grafica.

La tua e quella di Tomaso Cenci è una formazione giuridica e l’idea di creare la 66thand2nd è nata durante un soggiorno lavorativo a New York: cosa vi ha spinto a mettervi in gioco in un nuovo progetto così ambizioso e aleatorio? A otto anni di distanza qual è il bilancio?
Sono arrivata a New York da Londra, dove ho studiato e lavorato per oltre quattro anni. Già lì avevo respirato la maggior ampiezza dell’offerta letteraria a disposizione dei lettori, non solo in termini di generi ma anche di taglio, tematiche, autori e case editrici.
A New York, questo senso di grande respiro si è addirittura ampliato, unitamente alla constatazione che – nonostante possa non sembrare così – solo una piccolissima percentuale della produzione anglo-americana arriva sugli scaffali delle librerie italiane.
Così con Tomaso Cenci pensammo di provare a proporre in Italia alcuni di questi autori che avevamo letto e apprezzato e che nessuno aveva mai pensato di tradurre. Ci rendemmo però subito conto che non era possibile dare vita a una casa editrice indipendente che avesse come mercato di riferimento l’Italia mentre vivevamo negli Stati Uniti. Ancora non ci rendevamo conto di quanto quell’intuizione fosse vera e quanto conti la persona dell’editore nel dare propulsione a un progetto editoriale.
Cominciammo così a svolgere approfondimenti, frequentare librerie e ritrovi letterari, conoscere altri lettori, partecipare a gruppi di lettura e così facendo abbiamo acquisito un nostro personalissimo know-how che ha alimentato la nostra voglia e la nostra passione.
Tornati in Italia, nel 2004, abbiamo trovato un Paese culturalmente impoverito e più strozzato, limitato, ripetitivo nell’offerta. Riprendere il progetto di fondare una casa editrice ci è sembrato allora il modo più concreto per dare un contributo individuale dopo tanti anni all’estero ma… non sapevamo esattamente in cosa ci stavamo cacciando!
Così, sull’onda di un grande entusiasmo, è nata 66thand2nd che reca nel nome il tributo al Paese che ci ha aiutato a concepire un’idea che solo in Italia si è trasformata in progetto. Volevamo che 66thand2nd nascesse con caratteristiche ben distinguibili, a cominciare dal nome. Il riferimento, infatti, non è soltanto all’incrocio tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue, ma a un immaginario americano che Tomaso e io sentiamo molto vicino alla cultura italiana. Allo stesso tempo, il riferimento a quell’incrocio e all’isola di Manhattan dentro la città di New York, voleva inglobare una tradizione e un futuro letterario di apertura, senza confini, di frontiere abbandonate, multi-lingua e multi-razza, in cui cadono i pregiudizi e si cerca la maggior vicinanza possibile con i lettori, senza mai abbandonare la propria identità. La scelta del nome si allontana anche da una certa tradizione italiana in cui la casa editrice reca il nome del fondatore: la speranza era di potercela fare, di poter durare nel tempo, perché la letteratura dopotutto è durata.
Anche se molte erano le idee al momento della fondazione, decidemmo di lanciare la casa editrice con un progetto editoriale che ruotava attorno a due collane: Attese e Bazar, oggi diventate le collane “principe”.
Entrati nell’ottavo anno di operatività siamo soddisfatti e, soprattutto, molto motivati a fare sempre meglio. Ogni anno l’asta si è alzata, pensare che possa continuare così ci fa guardare al futuro con entusiasmo.

La letteratura sportiva e quella del melting pot sono i cardini della 66thand2nd: quanto avere un progetto culturale ben definito vi aiuta sul mercato e quanto invece vi limita nella creazione del catalogo?
Attese è dedicata alla letteratura sportiva. Pubblichiamo romanzi e racconti in cui lo sport innesca le storie, caratterizza i personaggi, aiuta a tratteggiare un mondo. Nel 2008, anno di costituzione della casa editrice, non avevamo individuato nessuno che volesse dedicare spazio allo sport in senso letterario, per mostrarne il legame con la vita e le emozioni umane. A 66thand2nd, lo sport è più che una passione, è una lente di ingrandimento sull’esistenza.
Bazar è dedicata a scrittori e storie che demoliscono gli stereotipi sull’alterità e la diversità. Inizialmente abbiamo concentrato i nostri sforzi sulle questioni dell’identità culturale, dell’integrazione, delle radici. Stabilita una connessione con i lettori, abbiamo alzato lo sguardo verso scrittori di provenienze molto diverse che rappresentano una visione inedita su mondi, paesi, culture rispetto a cui noi italiani coltiviamo ancora pregiudizi anacronistici o, più semplicemente, scegliamo di non approfondire.
Credo di poter dire con sicurezza che non operare da generalisti, ma avere un focus preciso su determinati generi letterari, sia un tratto che ci distingue e ci aiuta sul mercato. Magari si fa più fatica all’inizio, quando addetti ai lavori e lettori ancora non hanno chiaro il cuore e la direzione del progetto, ma successivamente la specificità e la coerenza con gli impegni presi ripagano ampiamente dei sacrifici degli esordi.
Inoltre, le nostre collane rappresentano una visione del mondo “made in 66thand2nd”: non ci sentiamo, dunque, affatto limitati dal poter esplorare alcune tematiche in tutte le loro componenti e attirare l’attenzione dei nostri lettori su aspetti che non avrebbero altrimenti considerato. Non siamo gli unici, ad esempio, a pubblicare autori africani. Ma il modo in cui lo facciamo noi, rimanda a una conversazione ininterrotta con il lettore, libro dopo libro, autore dopo autore, senza l’intenzione di far scoppiare un fenomeno. Le mode letterarie hanno radici diverse, nell’operato degli agenti soprattutto e dei grandi editori che hanno il peso specifico per poter influenzare il mercato. Noi cerchiamo di posizionarci come un compagno fedele, con cui ci sente a casa, che continua a sorprendere nelle scelte nonostante la coerenza di fondo che guida la direzione editoriale.
Inoltre, grazie a Bookclub possiamo sempre proporre scrittori e opere che riflettono il divenire della casa editrice: il progetto rimane coerente, ma cambia continuamente grazie agli stimoli che riceviamo e a quello che ci accade intorno, che non possiamo certo ignorare.

Oltre a te e a Tomaso Cenci, chi fa parte dello staff della casa editrice e come si è costituito?
La redazione è composta da Eleonora Cucurnia, con noi sin dall’inizio e caporedattore, Michele Martino, redattore e editor senior, e Paolo Valoppi, giovane redattore con noi dalla fine del 2016. Marco Scognamiglio è il nostro ufficio stampa, Antonia Conti si occupa del commerciale e Gabriella Riso ha competenze trasversali in ambito finanziario/amministrativo, ma anche commerciale e su progetti speciali. In questo momento abbiamo poi due stagiaire che ci tengo a nominare perché si sono integrate benissimo nella squadra: Nicole Casagrande, dalla Scuola del Libro di Marco Cassini, e Monica de Caro, dalla Fondazione Mondadori. Tra gli esterni, Raffaele Riba, scrittore e docente alla Scuola Holden di Torino, collabora con noi come editor di narrativa italiana e, dulcis in fundo, Silvana Amato è la nostra Art Director, artefice delle copertine che tanto sono gradite a pubblico e critica. Voglio citare anche il nostro tipografo, Alberto Avanzini di Futura Grafica, che con suo figlio Amedeo cura la stampa delle nostre edizioni con dedizione e riguardo.
Eleonora Cucurnia ci venne segnalata dalla scuola Oblique e così pure Michele Martino, che iniziò con noi uno stage e confermammo al termine dell’esperienza. Gli altri sono arrivati per passaparola.
Una menzione speciale merita l’incontro con Silvana Amato. Nella fase di incubazione, quando dovevamo ancora scegliere un grafico che ci affiancasse, contattai Guido Scarabottolo. Se avessimo potuto decidere a chi affidare la direzione artistica, non avremmo avuto dubbi, sarebbe stato lui. A quei tempi, però, Guido era direttore da Guanda e, di conseguenza, non solo impegnato ma anche artefice di una grafica connotata e bellissima per un altro editore. Lo chiamai professando la mia ammirazione e stima per lui e lo andai a trovare a Milano. A esito di quell’incontro, mi suggerì di contattare due persone e di cominciare da Silvana, poiché si trovava a Roma mentre l’altra persona era a Milano.
Seguii il suo consiglio e ricordo distintamente che, appena entrata nel suo studio nella zona di Ponte Milvio a Roma, senza neanche averla vista, né averci scambiato una parola, capii che era lei e soltanto lei la persona che avrei voluto interpretasse la nostra idea di letteratura.

In che modo un editore indipendente può sopravvivere su un mercato sempre più monopolistico e in cui pochi attori gestiscono l’intera filiera del libro? Cosa è cambiato in meglio o in peggio negli ultimi anni?
Questo è “IL” tema che ci si deve porre in questo particolare momento storico nell’editoria italiana. Una concentrazione di stampo sempre più oligopolistico e di matrice verticalizzata – vale a dire che attraversa tutti i segmenti della filiera del libro: produzione, distribuzione e vendita – ha reso desueto il tradizionale modello di business editoriale, anche a causa della crisi del mercato, che continua a colpire a tutti i livelli.
Quello cui abbiamo assistito noi è una forte contrazione nei numeri dell’editoria, che ha portato a una maggiore cautela nella fase di prenotato e lancio delle novità. Tranne casi rari, i libri vengono lanciati sul mercato in pochi esemplari e senza che ne sia assicurata la visibilità in libreria. Questo contiene, sì, le rese – con effetto positivo a favore delle reti e dei librai – ma di fatto fa assumere all’editore un rischio in più che è quello di dover assumere su di sé l’onere di promuovere e diffondere le proprie opere. Questo passaggio del rischio è attenuato, per non dire azzerato, nel caso di grandi editori che, come già accennato, operano a tutti i livelli della filiera e hanno la possibilità di fare cross-subsidy, ovvero finanziare alcuni rami d’azienda con i proventi derivanti da altri rami d’azienda.
Oltre a ciò, il proliferare di  sconti indiscriminati – nonostante alcuni limiti imposti dalla legge Levi –, e l’asimmetria nella possibilità di fare marketing in libreria e fuori, infliggono colpi mortali non solo agli editori ma anche ai librai indipendenti. Occorre ripensare le regole di funzionamento del mercato, non per abdicare al liberalismo ma anzi per adottarne una versione più sana in chiave di rilancio del settore.

Che a Milano, oltre a BookCity e a Book Pride, si tenga anche un salone dell’editoria un mese prima di quello di Torino è soprattutto un segnale di fermento culturale o il risultato dell’incapacità di chi opera nel settore culturale di “creare sistema”?
Credo ci sia un preciso disegno di attrarre una moltitudine di iniziative sulla città di Milano, perché – sento dire di solito – più prossima all’Europa.
La capacità della città di tenere testa ad altre capitali europee, quanto a bellezza e vivacità culturale, è indubbia.
Nel caso di Tempo di Libri, sono convinta che se le cose fossero state gestite diversamente, e mi riferisco a una maggiore trasparenza nelle informazioni, a un maggiore coinvolgimento del più alto numero possibile di editori senza riguardo alle dimensioni, a una condivisione di possibilità e ragioni, non saremmo oggi in una situazione in cui uno dei settori italiani più vitali ma anche più bisognosi di attenzione si è spaccato.
L’incapacità di creare sistema, pure presente, non giustifica da sola la situazione odierna, cui si dovrà porre rimedio in un prossimo futuro.
Spero che a livello politico e istituzionale si tenga conto delle conseguenze negative registrate in altri Stati europei quando si pongono le premesse perché un Paese si muova a due velocità. L’uscita del Regno Unito dalla Comunità Europea discende anche dal capitalismo thatcheriano che ha cancellato intere generazioni dal futuro. In questo momento di populismo triste e facile, speriamo di riuscire a pensare autonomamente e fare le cose più sensate.

isabella-ferretti-coeditore-66thand2ndQuali politiche e iniziative istituzionali suggeriresti per dare un incentivo alla lettura e al comparto editoriale?
È tempo di porre mano alla revisione della legge Levi e prevedere l’eliminazione dello sconto  sul prezzo dei libri al pubblico ovvero un tetto massimo del 5%. In Francia, dove misure di questo tipo sono già in vigore e operanti da diverso tempo, si è riusciti a ovviare almeno in parte alla sofferenza finanziaria di librai e editori indipendenti. Il meccanismo dello sconto in libreria, infatti, avvantaggia le catene e riduce, a causa dell’utilizzo del meccanismo dei sovrasconti in sede di promozione, in gran parte i ricavi destinati agli editori che si trovano così a sovvenzionare i tanti attori della filiera senza riuscire a riportare profitti.
È di tutta evidenza come questo andamento nefasto limiti la capacità di investimento degli editori più piccoli, a danno dell’indotto che da questi dipende e che, anche in termini numerici, non è affatto trascurabile.
Andrebbero anche messi a disposizione incentivi alla traduzione di opere italiane, così da favorire la vendita dei diritti all’estero.
Sarebbe, infine, opportuno favorire la possibilità di realizzare operazioni societarie e di investimento (ad esempio in tecnologia) nel settore, anche attirando capitali stranieri. Esistono programmi di incentivazione e finanziamento a livello nazionale e regionale, ma destinati perlopiù a start-up o mirati a favorire l’impiego di giovanissimi. In realtà, c’è bisogno di favorire la crescita delle piccole e medie imprese che in Italia, a differenza di altri paesi europei e anche fuori dall’Europa, non riescono a staccarsi da un dimensionamento modesto che mai potrà tradursi in un serio potenziamento dei ricavi, a danno dell’economia nel suo complesso.

Tra le vostre ultime opere hanno riscontrato particolare attenzione Terminus radioso di Antoine Volodine e Giorni selvaggi di William Finnegan: qual è la storia che le ha portate alla 66thand2nd?
Per quanto riguarda Terminus radioso, mi sono appassionata ad Antoine Volodine leggendone le opere. Ammiro la sua scrittura come pure il disegno che la sorregge, questa impalcatura di quattro eteronomi che consente all’autore di spaziare pur rimanendo fermi i cardini della sua poetica e dello stile.
Ho deciso di cominciare a pubblicarlo a partire da Terminus radioso perché in questo libro Volodine tira le somme in termini di idee, posizioni, scrittura, immagini, di un universo di cui ha cominciato a tessere la trama tanti anni fa. Offrendo al pubblico italiano il suo capolavoro, ho pensato, sarà più facile tornare indietro nel tempo e indagare temi e luoghi poetici che gli sono cari e sono certa che i lettori lo apprezzeranno sempre di più.
Giorni selvaggi, invece, è frutto di una lettura su una rivista americana. Il libro aveva gli ingredienti perfetti per far parte di Vite inattese. In questa collana, 66thand2nd amplia la nozione di letteratura sportiva attraverso il memoir e, dunque, grazie a personaggi (non necessariamente famosi) che attraverso il racconto della propria vita o di episodi particolari verificatisi durante la loro vita, mostrano il legame tra uomo e sport.
Nel caso di William Finnegan la storia di questo legame è la rappresentanza letteraria del nostro modo di intendere lo sport e dunque si trattava di un’opera per noi imprescindibile. Il successo che ha avuto, invece, non era facilmente prevedibile, se non altro nelle sue proporzioni.

Ponete molta attenzione anche agli esordienti: attraverso quali canali avviene la selezione delle vostre opere? Mediamente quante di quelle proposte direttamente dagli autori vengono poi pubblicate?
Riceviamo moltissime proposte direttamente dagli autori e, soprattutto nelle collane dedicate alla letteratura sportiva, non di rado decidiamo per la pubblicazione.
Ci arrivano molte proposte tramite agenzie o grazie al passaparola.
Da ultimo, lavoriamo spesso su commissione: c’è qualcosa di speciale nel tentativo di intercettare le passioni nascoste di scrittori che stimiamo e chiedere loro di scrivere un libro che nessun altro aveva mai pensato di proporgli. In questi casi nascono relazioni belle e durature ed esperienze editoriali indimenticabili.

Quali saranno le vostre prossime pubblicazioni e quali ti sarebbe piaciuto lo fossero tra quelle recenti di altri editori?
Tra le prossime pubblicazioni desidero citare Citizen di Claudia Rankine. L’autrice è una poetessa giamaicana che ha scritto questa lirica per raccontare quanto l’America sia ancora divisa sulle questioni razziali. Inutile dire che in questo momento storico, il tema è più che mai di attualità e sono orgogliosa di poter lanciare un’opera così drammatica e bellissima a pochi mesi dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca.
Citizen è uno dei volumi con cui 66thand2nd volge lo sguardo alla letteratura afro-americana nell’ambito del più ampio melting pot della collana Bazar. Quest’anno il tema sarà affrontato anche nel libro di Lorenzo Iervolino, Trentacinque secondi ancora, sul famoso gesto del pugno guantato alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968, ad opera di Tommie Smith e John Carlos, da Negroland di Margo Jefferson, su cosa significasse far parte della borghesia nera americana negli anni Cinquanta e Sessanta negli Stati Uniti, e dal rilancio di Hurricane di James Hirsch, una storia che non può mai essere dimenticata.
Si pubblicano tanti libri bellissimi in Italia sia in traduzione sia di autori italiani e l’elenco sarebbe troppo lungo. Cito la parte per il tutto, dunque: Boy Snow Bird di Helen Oyeyemi (Einaudi), La vegetariana di Han Kang (Adelphi), Gli anni di Annie Ernaux (L’Orma), L’ultimo rigore di Faruk di Gigi Riva (Sellerio).

 

Questo è il sito internet della casa editrice: http://www.66thand2nd.com/

Qui le interviste agli altri editori: https://giovannituri.wordpress.com/category/conversazioni-con-gli-editori/

E qui quelle agli editor: https://giovannituri.wordpress.com/category/interviste-a-editor/

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