ABSOLUTELY NOTHING di Giorgio Vasta e Ramak Fazel, recensione

absolutely-nothing-signAbsolutely Nothing – Storie di sparizioni nei deserti americani, una guida intrisa di letterarietà ma anche un romanzo-saggio

Probabilmente non rimarrà deluso nemmeno chi si aspettava un altro romanzo dopo l’ottimo esordio narrativo di Giorgio Vasta con Il tempo materiale (minimum fax, 2008), cui era seguito Spaesamento (Laterza, 2010). Absolutely Nothing – Storie di sparizioni nei deserti americani (Quodlibet Humboldt) nasce sì come diario di viaggio, ma diventa un’opera letteraria inconsueta e totalizzante: «Le persone si fanno personaggi, la tortuosità si innalza a metodo e la carrozza del baedeker si trasforma nella zucca di una scrittura  che soprattutto suppone, finge, si arrangia, mente».
In verità Vasta, con il suo stile sorprendentemente denso e nitido, ripercorre davvero le tappe del coast to coast dalla California alla Louisiana, fatto con l’organizzatrice Giovanna Silva e il fotografo Ramak Fazel (suo l’apparato iconografico in appendice), ma lo fa secondo una successione non cronologica che procede per affinità e suggestioni: «[…] se anche il viaggio, com’è logico, ha previsto un prima e un dopo, il suo racconto funziona in un altro modo: il tempo si rompe, la linearità si perde, il ricordo si mescola all’oblio, la ricostruzione all’invenzione, il prima e il dopo si fanno relativi […]». Tanto che a un certo punto il viaggio termina e la narrazione prosegue a ritroso.
A tracciare una continuità tra le varie tappe e a dare significato all’intero progetto è però l’esplorazione di luoghi abbandonati, impianti dismessi, case disabitate, deserti, per poter cogliere la pregnanza dell’assenza, la frontiera e lo scarto tra immaginazione, propositi e realtà. Ogni sosta è poi l’opportunità per confrontarsi con episodi e personaggi della storia statunitense, con miti e fondamenti della sua cultura (dalla conquista del West e in seguito dello spazio alla fantascienza, dagli eccessi del consumismo all’esaltazione mistica), con l’autorappresentazione di sé che questa nazione offre, «[…] perché ovunque è successo qualcosa, in ogni luogo minimo e negletto qualcuno è nato oppure è morto o ci è passato o c’è stato girato un film o un video tutto lo spazio è connotato e significativo, suscettibile di essere narrato»: negli Stati Uniti realtà e finzione non sono in opposizione, ma coesistono e si legittimano reciprocamente.
Absolutely Nothing, titolo ispirato da un cartello giallo a forma di rombo, è allora una guida di viaggio e insieme una riflessione sull’Occidente, sulle sue (mito)manie, sulla possibilità della scrittura di blandire il silenzio e di confrontarsi con i propri limiti dando ordine al caos e concretezza all’indefinito, sulla tentazione di dissolversi. Non è un caso che Giorgio Vasta non abbia un proprio profilo sui social network e l’affinità con il tema della “manutenzione della propria presenza” rafforza la traccia autobiografica del testo: autore, narratore e viaggiatore in buona sostanza coincidono, c’è un vissuto che orienta lo sguardo («l’oggetto di queste pagine è la sparizione di una persona») e che viene plasmato dall’esperienza, al punto che in un dialogo via Skype Vasta confiderà a Fazel: «La sparizione mi riguarda. Durante il viaggio ho capito che non è l’opposto della presenza, semmai una specie di presentimento costante. E ho capito che può essere un desiderio». E allora, se ci tenete, aggiungete autofiction alle etichette, ma attenzione: quest’opera non è né romanzo, né saggio, né guida, è tutte e tre le forme in miracoloso equilibrio.

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