WORKS di Vitaliano Trevisan, recensione

Vitaliano Trevisan (1)Vitaliano Trevisan racconta il suo accidentato percorso lavorativo e di scrittore in un romanzo-memoir: Works

Francesco Dezio, con Nicola Rubino è entrato in fabbrica, è stato tra i primi ad affrontare il tema del lavoro negli Anni Zero e quando mi ha parlato di Works (Einaudi Stile libero), pur non conoscendo Vitaliano Trevisan, ho accolto senza esitazione il suo suggerimento. Ora, a lettura ultimata, mi trovo nella difficile condizione di chi voglia rimediare a una propria mancanza e insieme cercare non tanto di trasmettere il proprio ammirato entusiasmo, quanto di spiegarne le ragioni.
Trevisan in una nota definisce la sua ultima opera come un memoir: si tratta di un meticoloso resoconto del proprio accidentato percorso nel mondo del lavoro, intrapreso a quindici anni (nel 1976) per potersi comprare una bicicletta da uomo e porre fine all’irrisione degli amici che lo vedevano giungere su quella della sorella. Negli anni sarà geometra, lattoniere, pusher, gelataio, magazziniere, portiere notturno, ma la sua esperienza è soprattutto il pretesto per analizzare una dimensione fondamentale dell’esistenza di ciascuno: «[…] ci si dimentica sempre che il lavoro, se anche non è la vita, trasformando nel tempo l’individuo, sia fisicamente che spiritualmente, la influenza comunque in modo determinante». L’autore rileva come, oggi più che mai, il lavoro si sia spogliato della retorica che lo voleva uno strumento di realizzazione delle proprie aspirazioni, costretti come siamo a impieghi spesso lontani dai nostri interessi, precari e sottopagati; non resta allora che l’imperativo materiale: «[…] avrei sempre detto di sí, non perché abbia mai avuto davvero voglia di lavorare, ma semplicemente perché ho sempre avuto necessità di lavorare per nessun’altra ragione che per guadagnarmi da vivere punto».
Vitaliano Trevisan, WORKS (Einaudi Stile libero), copertinaIn Works il lavoro diventa però anche la chiave interpretativa di un’epoca e della società italiana. Trevisan, dall’osservatorio privilegiato del Nordest, denuncia a) il sistema di raccomandazioni che fanno di ogni assunzione una regalia dei politici («[…] per ambire a un qualsiasi altro posto considerato decente, rispettabile e sicuro, avrei anche in questo caso avuto bisogno almeno di una spinta iniziale, cioè di una raccomandazione da parte di un qualche schifoso democristiano, o di un altrettanto schifoso socialista»); b) gli abusi di potere di chi ha un impiego statale e spesso se ne serve prevalentemente per i propri interessi privati; c) la pratica diffusa del lavoro nero alla quale non ci si può sottrarre neppur volendolo («Il 3 di maggio del 1989, così dal mio libretto di lavoro, emergo dal sommerso […]. Ho già quasi ventinove anni, lavoro a tempo più che pieno da dieci, e avrò al massimo un anno di contributi […]»); d) come le norme per la sicurezza vengano costantemente disattese, per ragioni di competitività o persino per motivi estetici (le scarpe da ginnastica sono certo più di tendenza di quelle antinfortunistiche, per dire).
Probabilmente ce n’è già abbastanza per leggere Works, ma si tratta di un romanzo, non di un reportage, e quando si parla di letteratura (quest’opera lo è) lo stile conta quanto e forse più dei contenuti: quello di Trevisan è ipotattico, dal ritmo incalzante e dal sarcasmo facile; la sua padronanza degli strumenti espressivi è assoluta, tanto da consentirgli di inglobare i discorsi diretti nel flusso della scrittura, di trasformare le numerose note in parti vitali del testo e di procedere spesso per divagazioni senza mai smarrire per strada il lettore («[…] in un lavoro come questo le divagazioni non esistono, o meglio sono l’opera»). Pochi autori italiani sono capaci di tanto: Aldo Busi per esempio, di cui Vitaliano Trevisan, che pur gli riserva qualche frecciatina, sembra avere ben presente lo splendido Seminario sulla gioventù e ancor più il gustoso ma meno riuscito Vita standard di un venditore provvisorio di collant. Si tratta di un’affinità legata non solo alla libertà inventiva dello stile, alla forte carica polemica, alla capacità di intrecciare elementi biografici e dimensione creativa, ma anche alla consapevolezza a tratti arrogante della propria vocazione e del proprio talento.
Sin da ragazzo Trevisan coltiva l’ambizione di potersi un giorno dedicare alla scrittura, a dispetto delle aspettative e degli orientamenti del suo ambiente famigliare: «Già il fatto di dedicare molta parte del mio tempo alla lettura, era visto come una specie di mania, una sorta di tollerabile eccentricità, che rimaneva comunque una sostanziale perdita di tempo». Giungerà anche a prediligere le mansioni manuali, ritenendo che lasciandogli la mente sgombra interferiscano meno con la sua attività letteraria – o almeno così se la racconta, consapevole di mentire a se stesso e sottovalutando fatica e conseguenze. Costantemente riaffiora in Works la difficoltà del narratore di conciliare lavoro e scrittura e di sostentarsi con quest’ultima senza prostituirsi: «[…] avevo quasi quarant’anni e non avevo combinato un cazzo. Scrittura compresa, pensavo […]. Vocazione che evidentemente non posso permettermi, mi dicevo, o almeno non nel modo in cui la intendevo allora, e se è per questo anche ora, cioè senza darmi […] all’insegnamento di una fantomatica scrittura creativa cui non credevo e non credo […]; e senza scrivere per qualche giornale, se non pagato decentemente e in assoluta libertà». Scrittura che resta tuttavia strumento per attraversare i guadi della depressione («disperazione, è per questo che scrivo») e per analizzare quella diversità non di genere ma di condotta che lo spinge ai margini della società e del suo stesso ambiente famigliare.
Ho smesso di chiedermi come mai opere come questa ricevano spesso un’attenzione blanda da parte dei lettori e, ancor più colpevolmente, dei critici e dei recensori (gli stessi che continuano ciclicamente a lamentare la morte della letteratura e la degenza del romanzo italiano, quando gli basterebbe leggere di più senza farsi condizionare da uffici stampa e relazioni di comodo – chiusa parentesi). Mi limito dunque a esortarvi a leggere Works, a confrontarvi con i temi cruciali che affronta e con lo stile di Trevisan, a consigliarlo sui social network se lo riterrete opportuno: chissà che non si riesca in qualche modo a reagire all’inconsistenza letteraria che ci attornia e, perché no, persino a smuovere il pantano al quale ci siamo rassegnati, quello della corruzione, del malcostume, della rassegnazione.

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9 thoughts on “WORKS di Vitaliano Trevisan, recensione

  1. Guido Sperandio ha detto:

    Sembri proprio entusiasta circa quest’autore e anche in Internet trovo echi largamente positivi, adesso Works l’ho nel reader.
    I fatti dicono che il giudizio in fatto di libri è molto soggettivo – alla Rowland, sotto pseudonimo e dopo avere pubblicato l’ennesimo Harry Potter, fu consigliato di iscriversi ad una scuola di scrittura – ed è solo uno della caterva di casi clamorosi.
    Spero di ritrovare nella lettura di Works le meraviglie che gli vengono ascritte. 🙂

  2. Guido Sperandio ha detto:

    Caro Giovanni, ho iniziato la lettura e se è vero che la buona giornata si vede dal mattino, beh… mi appello alla premessa da me sopra prodotta: “il giudizio in fatto di libri è molto soggettivo”. Quindi quanto dirò, lo dirò conscio che sia opinabile.
    Intanto anticipo, che non so per quale motivo, ma mi è venuto il richiamo a Pennacchi, di cui lessi Palude, che mi ha interessato e ho apprezzato.
    Ma Works finora non mi dice nulla di nuovo all’infuori dei fatti personali dell’autore, perché i problemi sociali ecc. dei vari momenti della storia nazionale sono già ampiamente noti, almeno per chi si interessa un attimo anche con la lettura dei giornali.
    Non mi sembra che ci sia uno stile personale particolare, ma piuttosto delle ripetizioni e insistenze, spesso inutili. Sarà che sono reduce dalla lettura dello Strout, Olive Kitteridge, che quella sì rende tutto un ambiente e un momento, e va oltre alla protagonista, Olive, per comporre tutto un affresco. Non so se dipenda da una questione di “mestiere” o di talento, o tutt’e due le cose o… o… o…
    Ma, mi sembra, Works non va oltre a una delle tante autobiografie di chi, un bel momento, si racconta. E, certo, avendo vissuto una vita variegata, le cose da raccontare sono tante e, se vogliamo, anche interessanti. Per cui il libro mi incuriosisce ma non mi entusiasma. Dalla Strout e indietro a Hemingway, a Vonnegut – giusto per buttare là dei nomi – quelle cose sarebbero state raccontate meglio.

    • Giovanni Turi ha detto:

      Guido grazie intanto per il tuo riscontro.
      Attenzione però a non scegliere metri di paragoni inadatti: ho letto anch’io e apprezzato “Olive Kitteridge”, ma quella della Strout è una scrittura molto diversa per stile e intenti, così come quelle di Hemingway e Vonnegut, che pure nomini. Ogni autore degno di nota reinventa la propria forma espressiva e credo che Trevisan l’abbia fatto, con periodi ampi che si sovrappongono concatenati e simulando una dispersività che invece non c’è.
      Quanto ai temi, anche se sono noti, attraverso gli occhi del narratore li ho vissuti in maniera più urgente rispetto a quando mi vengono proposti dalla cronaca.
      Poi, è chiaro, entra in ballo la soggettività, però credo che lui e Busi siano due scrittori non immediati, ma da non sottovalutare. 😉

  3. massimocaccia ha detto:

    Grazie per la segnalazione. Il titolo è intrigante, proverò a leggerlo.

  4. […] il lettore all’irreversibile sconfitta dell’Occidente. È pretendere troppo? No, se si pensa a Works di Vitaliano Trevisan, per esempio. No, ancor più se si valutano singolarmente molte pagine di […]

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