Intervista a Simona Vinci – Professione scrittore 21

Simona VinciSimona Vinci ha esordito nel 1997 con Dei bambini non si sa niente, pubblicato da Einaudi Stile libero come la maggior parte delle sue opere (tra cui: In tutti i sensi come l’amore, Brother and Sister, Strada Provinciale Tre).
La prima verità, opera di sofferta denuncia civile, dalla scrittura intensa e contundente, è tra i cinque finalisti del Premio Campiello 2016. Si tratta di un romanzo dalla struttura ambiziosa e articolata, che si sviluppa tra la metà degli anni ’60 (quando in Grecia si instaurò la dittatura dei colonnelli) e la contemporaneità; tra i personaggi, insieme alla narratrice e a una giovane volontaria, ci sono uomini donne e bambini tacciati di pazzia – come se fosse possibile detenere una “prima verità” e non si fosse tutti fragili e fallaci. L’ambientazione prevalente nelle prime tre parti è l’isola di Leros, dove si sono incontrati prigionieri politici e malati psichici, e nella quarta parte Budrio, paese emiliano in cui la narratrice è cresciuta e ha iniziato a confrontarsi con diverse forme di disturbo mentale, a riconoscerle.

La prima verità presenta almeno tre percorsi di lettura, suggeriti dai tre prologhi: il primo che mette in relazione la narratrice con la storia che sta per raccontare, il secondo che riguarda l’aspetto sociale dell’esclusione dei malati psichici, il terzo che include la vicenda romanzesca vera e propria. Ha lavorato da subito e in contemporanea su questi tre piani narrativi?
Fin da subito ho avuto in mente che sarebbe stato un romanzo complesso, a più piani, ambientato in luoghi diversi e tempi diversi e sapevo che dentro volevo metterci tanti generi (il reportage, il romanzo storico, la ghost story, la detection, la poesia) anche se la paura che il troppo risultasse stucchevole o illeggibile mi ha guidata nel cercare dei fili capaci di tessere un arazzo con un disegno visibile e chiaro. Il memoir – la parte iniziale del libro che il lettore ritroverà verso la fine e che dice IO – è stato l’ultimo ad arrivare ed è stato anche quello verso il quale nutrivo più diffidenza e che ho cercato di sopprimere senza riuscirci. Non mi piace scrivere in prima persona, trovo che IO sia la “persona” più ingannevole di tutte, eppure ho dovuto cedere, perché il libro me la chiedeva.

«La storia del lager di Leros non è una leggenda, non è l’invenzione di un romanziere fantasioso e con il gusto per il macabro, ma una realtà documentata»: quanto è durata la fase preparatoria di quest’opera e come si è svolta?
Avevo idea di scrivere qualcosa che avesse a che fare con il disagio psichico ma ancora non sapevo cosa, andavo a caccia di storie. Sono arrivata all’isola di San Servolo, a Venezia, guidata dall’immagine di una donna che avanzava dentro l’acqua del mare. Volevo un’isola. Ma non sapevo ancora quale e perché. Avevo appena finito di lavorare a Strada Provinciale Tre, il mio ultimo romanzo prima di questo, ed ero ancora lungo il ciglio di una strada, in mezzo ai camion, con questa donna smarrita che non si sa di preciso da dove venga e dove stia andando. La storia di Leros l’ho incontrata per caso, su un forum di psichiatria, nella testimonianza anonima di un uomo (o forse era una donna?) che raccontava la sua esperienza come volontario al manicomio di Leros insieme ai basagliani negli anni ’90. Bum. Quando ho letto quelle pagine ho capito che era quella l’isola e quella la storia. Ho preso un aereo, un traghetto e ci sono andata. Poi, la documentazione in verità è durata fino all’ultima riga di stesura e ancora, durante le infinite revisioni e riletture.

Stefanos, personaggio ispirato al poeta Ghiannis Ritsos, afferma: «La scrittura andrebbe trattata come un corpo delicatissimo, il corpo di un bambino, fragile, quasi trasparente. Noi siamo il chirurgo che deve incidere la sua carne e suturarla, noi siamo quelli che devono tenerle in vita, le parole. E il falso le ammazza». Quanto c’è della sua poetica in queste considerazioni?
Tutto.

La prima verità impone il tema dell’esclusione di chi viene considerato diverso: ritiene che la narrativa debba e possa influenzare il comportamento dei lettori? È ancora possibile una letteratura civile?
Sì, però non mi piace la definizione. La letteratura è letteratura. La musica è musica. Non so, un musicista potrebbe mai definire la sua musica “musica civile”? È evidente che l’arte in quanto tale, se è arte, influenza in senso positivo le persone. L’arte libera, guida, ispira, rende felici, trasforma l’insopportabile orrore in bellezza. Ma non ammaestra.

La prima verità, Simona Vinci, copertinaCome si è instaurato il suo legame con Einaudi Stile libero?
Dal primo romanzo, Dei bambini non si sa niente, che inviai alla redazione sotto consiglio di Carlo Lucarelli che allora lavorava per loro anche come consulente. Era ancora un racconto lungo – e faceva parte di quella che poi uscì come una raccolta di racconti In tutti i sensi come l’amore – e ci avrei lavorato sopra per un anno. Dopo una settimana dall’invio ricevetti una telefonata da Severino Cesari che mi diceva che volevano fare il libro. Sono stata molto fortunata. Il legame con Severino Cesari poi è diventato sempre più stretto. Tranne pochissimi casi di altre scritture, ho sempre lavorato con lui. La sua capacità d’ascolto, del testo e anche della persona che quel testo lo va componendo è incredibile. Non mi hai mai detto: “toglierei, taglierei”, ma mi ha sempre costretta a riascoltarmi, fino alla nausea: “rileggi, rileggi, rileggi, senti”.

La prima verità è tra i finalisti al Premio Campiello (già sfiorato con In tutti i sensi come l’amore nel 1998 e soprattutto con Come prima delle madri nel 2003): come valuta i premi letterari? Solitamente è incuriosita e legge le opere vincitrici?
Dipende, sono una lettrice fortissima e onnivora e in generale, essendo anche una scrittrice, leggo le cose che in quel particolare momento si legano al lavoro che sto portando avanti io, quindi a volte le “ultime” uscite mi sfuggono. Da quando poi ho un bambino il tempo per leggere come facevo prima si è drasticamente ridotto. I premi letterari danno visibilità ad autori ed editori e vincere un assegno consistente credo non dispiaccia a nessuno, anche se in pochi hanno il coraggio di ammetterlo.

Quali libri ha apprezzato particolarmente tra quelli pubblicati negli ultimi mesi?
Ho adorato l’ultimo collettivo dei Wu Ming, L’invisibile ovunque.

Ha un profilo sia su Facebook sia su Twitter: quanto tempo dedica quotidianamente ai social network e come se ne serve?
Un’ora e mezza quando non ho lavori in scadenza particolarmente pressanti o non sono in giro. Quando viaggio non mi collego, non ho smartphone e non amo molto il tablet. In genere lo faccio la mattina, poi chiudo. Mi serve come mi servono gli altri luoghi del mondo: per intessere relazioni, cercare ispirazione, condividere notizie, emozioni e scoperte, ovviamente anche per dire cosa faccio e vedere cosa fanno gli altri. Però non mi piace chi usa i social solo per promuovere le proprie opere, è come andare al bar con la testa nascosta in uno scatolone con la marca stampigliata sopra. Con le persone o crei un qualche tipo di scambio oppure non ha senso. È vero che siamo dietro uno schermo poi però la gente capita di incontrarla davvero. Preferisco Facebook proprio per la possibilità di ‘chiacchierare’. Lo trovo più umile e sincero di Twitter.

Qui tutte le interviste della rubrica Professione scrittore:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/

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One thought on “Intervista a Simona Vinci – Professione scrittore 21

  1. […] che ho amato, ne cito uno a rappresentare un modo di fare letteratura, che amo, La prima verità di Simona Vinci. È stata un’esperienza potentissima, ho trovato una voce dolente, ho sentito tutto il male che […]

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