SOLI ERAVAMO di Fabrizio Coscia: ESSERE ALL’ALTEZZA DEL FALLIMENTO

Fabrizio Coscia_Soli eravamoSoli eravamo, pubblicato da Ad est dell’equatore, raccoglie diciannove testi che oscillano mirabilmente tra narrazione, biografia e analisi critica. Intersecando aneddoti e considerazioni sulla vita e sull’opera di scrittori, compositori e pittori, con frammenti autobiografici, Fabrizio Coscia suggerisce interessanti prospettive d’interpretazione, rivela l’affannata ricerca di senso degli artisti e dimostra come un romanzo, una poesia, un brano musicale, un quadro possano dare risposte ai nostri interrogativi, facendoci sentire meno soli.
Si tratta di un’opera interessante e originale, accostabile a
Hotel a zero stelle di Tommaso Pincio. Per darvene un saggio, ecco qui di seguito uno dei suoi racconti, essere all’altezza del fallimento: ha per protagonisti il poeta Robert Browning e lo scrittore Silvio D’Arzo, accomunati dal fantasma dell’insuccesso.

Tutti gli scrittori – tutti gli artisti, e forse in generale tutti gli uomini – prima o poi, nel corso della loro esistenza, devono affrontare il fallimento. A volte succede, e giustamente, a scrit­tori mediocri o pessimi; altre volte a scrittori di grande valore, o perfino ai geni. A volte il successo è meritato, altre volte as­solutamente no, e trasforma un asino in un cavallo di razza. Ci sono, poi, casi particolari di scrittori che hanno conosciuto il successo e in seguito, per certe opere, o per un certo periodo della loro vita, la fortuna li abbandona, e vivono il loro crack-up con conseguenze esistenziali variabili.
Gli esempi sono numerosi e anche troppo celebri per essere ricordati. E non è detto che fallimento e successo abbiano una logica comprensibile. C’è quasi sempre qualcosa di imponde­rabile a governarli. Quel che è certo è che succede: qualcosa va storto, le aspettative restano deluse, il silenzio o il dissenso prendono il posto dell’acclamazione, e molto spesso si passa il tempo a logorarsi nella delusione, nell’invidia, nel rancore con­tro il prossimo, nell’autocommiserazione. Oppure no. Oppure si continua a scrivere, che si venga letti o ignorati, riconosciuti o disprezzati. Si va avanti comunque, perché non c’è scelta, e perché il fallimento rivela più cose di quante non ne nasconda il successo, con inoltre il vantaggio di porre molte più domande. E ognuno ha una risposta diversa da dare.

Robert Browning

Robert Browning

Per oltre trent’anni il poeta vittoriano Robert Browning fu, nonostante il suo indiscutibile genio, il “grande estraneo” del­la letteratura inglese. Le sue opere venivano sistematicamente ignorate dal pubblico e stroncate dalla critica. Tuttavia continuò a scrivere, dando voce nei suoi “monologhi drammatici” a una larga schiera di falliti: fanatici religiosi, ciarlatani, artisti rovinatisi con le proprie mani, amanti traditi, cattivi poeti, insani uxoricidi, sofisti, mascalzoni di varia natura, viaggiatori caduti in disgrazia, truffatori. Perché comporre poesia era per lui l’“adempimento di un dovere” e l’unico modo che aveva di “salvarsi l’anima”, convinto com’era che il poeta è “responsabile davanti a Dio” e a nessun altro, come scrisse una volta a John Ruskin, rispondendo stizzito alle sue critiche.
Nel 1846 sposò Elizabeth Barrett, poetessa meno dotata di lui, ma dalla fama infinitamente superiore alla sua. Con suprema modestia (o suprema ironia, non si sa), quando scrisse alla donna appena conosciuta per elogiarne la poesia, Browning spiegò che ammirava nei suoi versi il fatto che lei sapesse “parlare chiaro”, cosa che a lui non era mai riuscita: “io faccio solo parlare uomini e donne – scrisse – offro una verità spezzata in sfumature pri­smatiche”, lasciando passare la complessità della sua arte come un difetto e la sincerità della poesia della Barrett come un valore.
Costretta a vivere segregata in casa da un’oscura malattia che la rendeva invalida e da un padre padrone che le impediva di al­lontanarsi dalla famiglia, Elizabeth accettò la proposta di matrimonio di Browning, sfidando il divieto paterno, e i due si sposa­rono in segreto, il 12 settembre 1846, organizzando una fuga in Italia, dove vissero, a Firenze, fino alla morte di lei, avvenuta nel 1861. La scelta dell’Italia come destinazione della fuga d’amore non fu casuale. Da un lato fu dettata dalle condizioni di salute della Barrett, che necessitavano di un clima più mite, e dall’altro dalla venerazione che Browning nutriva per Percy B. Shelley. Già a quattordici anni, per imitare il poeta romantico divenne ateo, rinunciando alla fede evangelica della madre, e vegetariano. E sempre sulle orme di Shelley fece il suo viaggio in Italia per due volte: la prima nel 1834, la seconda dieci anni dopo. Cercava nei luoghi italiani il passaggio del suo mito di gioventù, come in un pellegrinaggio dell’anima, tentava di rintracciarne la Stimmung nei paesaggi e nei monumenti. Ma la grande stagione romantica era tramontata e Browning era poeta troppo avveduto per limitarsi a imitare il passato. Nonostante le delusioni, l’indifferenza dei let­tori, e perfino il sarcasmo degli ambienti intellettuali, per niente scoraggiato dal fatto di essere conosciuto solo come il marito di Elizabeth Barrett, continuò imperterrito a scrivere, con fede ma­niacale. Come avrà vissuto, Browning, questi lunghi anni d’insuc­cessi? Forse, dentro di sé, per sopportare la frustrazione, come il Pictor Ignotus di una sua poesia, si fa una ragione del suo fallimento, vi si arrocca dentro come se fosse una corazza, finge di aver scel­to l’anonimato volontariamente. O forse sceglie di viversi la vita fino in fondo, come il suo adorabile Fra Lippo Lippi, l’artista del corpo e dell’esperienza, convinto che, nonostante tutto, il mondo abbia pur sempre un significato “intenso” e “buono”. La risposta non la sapremo mai: il genio impavido di Browning, infatti, aveva un che di sfuggente, e la sua verità ci viene consegnata nelle tante voci dei suoi personaggi, “spezzata in sfumature prismatiche”.

La sua breve vita, Silvio D’Arzo – al secolo Ezio Comparoni, nato a Reggio Emilia nel 1920 da padre ignoto – l’ha passata per la maggior parte a progettare libri destinati a restare incompiuti, o mai realizzati, e a scriverne altri rifiutati dagli editori. Si nasconde­va dietro diversi pseudonimi, forniva falsi dati anagrafici, alterava le sue foto con baffi finti. Era in fuga costante da se stesso, e per­fino dalla sua scrittura, che rielaborava continuamente, come se la sua opera fosse un perenne work in progress. Iniziava un romanzo, poi lo abbandonava, ne cominciava un altro, riprendeva quello sospeso, e intanto ne progettava un altro ancora. E cambiava con­tinuamente i titoli. A ventitré anni pubblicò il romanzo All’insegna del buon corsiero, una fantasia onirica e fiabesca ambientata in una locanda del Settecento. Non ce ne furono altri, dopo, ma solo una lunga sequela di rifiuti editoriali. A parte i suoi saggi sugli scrittori di lingua inglese – gli amati Stevenson, Lawrence, James, Conrad, Kipling – pubblicati su riviste specializzate, e qualche racconto breve, D’Arzo resterà un autore inedito e pressoché sconosciuto, nonostante continuasse a scrivere, a rielaborare, a progettare ro­manzi, racconti e libri per ragazzi, tra cui il bellissimo, labirintico Penny Wirton e sua madre, che meriterebbe di essere inserito nei classici accanto ai più grandi libri dell’infanzia. È davvero com­movente leggere le tantissime lettere dello scrittore agli editori, i suoi vani tentativi di attirare la loro attenzione sulla sua opera e la sua caparbietà nel continuare a scrivere, a dispetto degli imman­cabili rifiuti, le bocciature, le indecisioni, i ripensamenti, i rimandi; e la sua disponibilità a rimettersi in gioco, a riproporsi con idee nuove subito dopo un rifiuto.
Non ebbe sorte diversa dagli altri suoi scritti nemmeno il suo capolavoro, Casa d’altri, il racconto lungo che Eugenio Montale definì “perfetto” e “uno dei più belli del Novecento italiano”. Una cinquantina di pagine scritte a più riprese, tra il 1947 e il 1950, ed elaborate in tre differenti stesure, nessuna delle quali definitiva. Fu rifiutato da tutti gli editori a cui D’Arzo lo propose, per primo da Einaudi che, per mano di Cesare Pavese, lo giudicò “un’esile novella, di gracile respiro, di vitalità molto tenue”. In una nota ad uso interno, che per fortuna D’Arzo non lesse mai, Pavese aggiunse: “Non mi interessa affatto. A morte”. Nella sua sbrigativa ma lapidaria perfidia, Pavese aveva colto nel segno: attraverso quel giudizio così netto, il mondo editoriale italiano mandava “a morte” lo scrittore Silvio D’Arzo, che fino all’ultimo sperò di veder pubblicato il suo racconto, per rassegnarsi al fallimento solo perché la morte, quella vera, biologica, lo colse inattesa, con una leucemia, nel 1952, a soli trentadue anni. Lo colse al lavoro, naturalmente. Pur vivendo tra cliniche e ospedali, nel suo ultimo anno continuò a programmare racconti, a rivedere Casa d’altri, e soprattutto a scrivere il suo “grandioso progetto”, un romanzo che prevedeva lungo circa 500 pagine, come una sorta di Eneide del nostro tempo, e che doveva intitolarsi Nostro lunedì di Ignoto del XX secolo. Era lui, in fondo, l’Ignoto del XX secolo, che ha vissuto fino all’ultimo giorno per scrivere, senza lettori, senza più nessuna speranza di essere pubblicato. Perché “niente al mondo è più bello che scrivere – come confessa nella prefazione al romanzo mai realizzato – Anche male. Anche in modo da far ridere la gente. L’unica cosa che so è forse questa”.

Negli ultimi vent’anni della sua vita, Robert Browning – l’esule, l’estraneo, il fallito – vide finalmente riconosciuto il suo valore letterario. La svolta avvenne con la pubblicazione del ponderoso poema L’anello e il libro, nel 1868, che lo rese in breve tempo ric­co e famoso, dandogli la gloria che aveva cercato per trent’anni. Quel pubblico che non l’aveva mai amato, ora lo venerava come il Grande Saggio, l’Eminent Victorian. La sua parola era il Verbo. Browning diventa l’invitato di lusso dei salotti alto borghesi e ari­stocratici. Il ruolo gli piace, il successo lo lusinga, anche se, come confessa, il suo “cuore è sepolto a Firenze”, con la sua adorata Elizabeth, che non c’è più e non conoscerà mai il trionfo dell’uo­mo con il quale ha dato vita a uno degli epistolari più celebri della storia della letteratura.
Intanto la sua fama dilaga anche in America, dove le sue opere sono stampate perfino in appendice agli orari ferroviari. È lontano il tempo dei sarcasmi e delle delusioni, eppure, paradossalmente, il meglio di sé Browning lo ha dato negli anni dei fallimenti, come se l’insuccesso avesse stimolato la sua vena più creativa. Tra i vari personaggi estremi, a volte grotteschi o deliranti, inventati in quel periodo, ce n’è uno in particolare che amo più di tutti: è il protago­nista del poema Orlando cavaliere giunse alla Torre Scura. Impegnato in una ricerca disperata, attraversando un paesaggio spettrale e desolato, il cavaliere di Browning sente di essere prossimo all’in­successo. Consapevole dei tanti cavalieri che l’hanno preceduto in cerca della Torre Scura, troppe volte ha udito profezie di falli­mento, e adesso che si trova vicino alla meta, la cosa migliore gli sembra “fallire come loro”. Con questo suo unico dubbio: se sa­rebbe stato all’altezza. Che cosa intendeva Browning, con l’essere all’altezza del fallimento? Parlava di se stesso, forse? O dell’umani­tà in generale? Oppure si riferiva alla forza d’animo, al particolare talento che richiede un vero, completo fallimento? Come si fa a essere all’altezza di un fallimento?

Silvio D'Arzo

Silvio D’Arzo

Non sapremo mai che scrittore sarebbe stato Silvio D’Arzo se la morte non fosse arrivata così presto a portarlo via. Che libri ci avrebbe lasciato, se e come avrebbe influenzato la storia del­la nostra letteratura. E soprattutto, se avrebbe anche lui, come Browning, attraversato il purgatorio del fallimento per vedere poi finalmente riconosciuto il suo valore.
Quel che è certo è che Casa d’altri – pubblicato un anno dopo la morte dell’autore – ha oggi un ristretto pubblico di adoratori, che hanno fatto di Silvio D’Arzo uno scrittore di culto. In questa vicenda arcana e insolita, ambientata in un paese dell’Appennino reggiano, tra un disincantato “prete da sagre” e una vecchia lavan­daia che gli chiede dispensa per suicidarsi; in questa storia di un duplice, reciproco fallimento, si dischiude un mondo intero, e una capacità di scavare all’interno dell’animo umano con una forza, una modernità e un’economia di mezzi che nessun altro scrittore italiano contemporaneo aveva ancora mai dimostrato. Nell’Italia neorealista di quegli anni D’Arzo era come una specie di mar­ziano, per il quale il mondo non era casa sua, e gli sembrava “di starci a dozzina”, ovvero in affitto, o in esilio. Non a caso, in uno dei suoi saggi letterari, intitolato Polonio o il sentimento della vita, lo scrittore cita ad apertura la storia di Homer Clapp, dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. “Tradito in amore, fallito in affari – scrive – egli s’accorge alla fine d’essere un malinconico buffone; di non poter rappresentare realmente altra parte al ban­chetto degli uomini. Assieme però a questa sconsolata constata­zione, gli viene anche la ricompensa di una convinzione profon­da: che solo la morte lo farà uomo, trattandolo come ogni altro”. Come il vecchio Polonio di Shakespeare, “ciarliero, presuntuoso, moralista”, come la lunga schiera dei falliti di Browning, come il prete stanco e la lavandaia suicida di Casa d’altri, anche Homer Clapp fa parte di quell’umanità sconfitta che D’Arzo guardava con simpatia fraterna, benché mai, nemmeno un momento, deve essersi sentito un “buffone della Vita”, anche se immaginava per­sonaggi funambolici, prestigiatori e orfani, insegnanti eccentrici e monomaniaci direttori di scuola, morti che parlano e mendicanti imbroglioni; anche se s’inventava sempre nomi nuovi dietro cui nascondersi, identità diverse, e metteva baffi finti alle sue foto per apparire quello che non era.

Per molto tempo ho temuto lo spettro del fallimento. Una paura irrazionale, che mi ha accompagnato per gran parte della mia giovinezza, e anche oltre. Forse era un modo per bilanciare il delirio di onnipotenza del mio ego di adolescente, o forse questa paura nascondeva una segreta attrazione, un desiderio inconscio di lasciarsi andare senza reti. Finire sotto i ponti, perdere tutto, mancare alla propria vocazione: erano diverse le modalità del fallire che mi spaventavano, e che mi prefiguravo. A sedici anni ambivo a vincere il premio Nobel per la letteratura, benché non avessi scritto nulla, a parte una parodia di Sandokan composta sui banchi della scuola media – con me stesso nell’improbabile ruolo della tigre di Mompracem – e qualche racconto dell’orrore ispirato a Edgar Allan Poe e H. P. Lovecraft, di cui uno fu pubblicato in un giornaletto sportivo locale, grazie a una conoscenza di mia madre, e un altro arrivò secondo a un concorso narrativo bandito dal mio liceo. Intanto vivevo nell’attesa di chiudermi nella mia camera foderata di sughero per creare anche io, come Marcel Proust, il mio grande capolavoro. A trent’anni mi sarei accontentato perfino del Premio Strega, e anche i miei progetti letterari si erano molto ridimensionati. Nelle biografie degli scrittori controllavo sempre l’età degli esordi, e di volta in volta mi confortavo o disperavo, a seconda dei talenti tardivi o precoci che andavo scoprendo, facendo dei rapidi calcoli mentali di quanti anni di tempo avevo ancora a disposizione per cominciare o di quanti anni ero in ritardo rispetto ai grandi geni del passato a cui mi ispiravo. Oggi guardo al mio io di allora con tenerezza, e mi chiedo come abbia fatto a sostenere una tale dose sovrumana di ambizioni e aspettative. Oggi, che i versi del cavaliere di Browning davanti alla Torre Scura mi ritornano in mente, e scopro che fallire non è, tutto sommato, quell’insopportabile ingiustizia che credevo, quella disfatta definitiva che ci taglia le gambe e ci rovina per sempre, ma è qualcosa di segretamente cercato, voluto, preparato da noi stessi. In fondo, fallire ci aiuta a crescere, a fissare dei limiti, a ridefinire le nostre gerarchie di valori. Forse, allora, essere all’altezza del fallimento significa semplicemente questo: saper sopravvivere con dignità allo svanire delle proprie ambizioni, senza trasformarci in malinconici buffoni, e scoprire che il fallimento stesso ci può rendere perfino più umani, e più disponibili alle infinite possibilità della vita.

Per Domenico Calcaterra e Raffaello Palumbo Mosca Soli eravamo è una delle pubblicazioni più interessanti del 2015:
https://giovannituri.wordpress.com/2016/01/21/i-libri-migliori-degli-ultimi-mesi-scelti-dai-critici-letterari/

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4 thoughts on “SOLI ERAVAMO di Fabrizio Coscia: ESSERE ALL’ALTEZZA DEL FALLIMENTO

  1. Guido Sperandio ha detto:

    Un’analisi inedita.
    Istruttiva. Alla fine della lettura del post, uno ha materia di riflessione 🙂

  2. antonio lillo ha detto:

    commovente, per quanto poco consolatorio.
    montale comunque era un mostro. non solo per d’arzo, ma fu anche uno dei primi e più entusiasti lettori di browning in italia. e tutto questo in anni in cui egli stesso era sull’orlo del fallimento.

  3. […] un assaggio di uno splendido libro di Fabrizio Coscia, Soli eravamo: SOLI ERAVAMO di Fabrizio Coscia: ESSERE ALL’ALTEZZA DEL FALLIMENTO E qui una recensione della raccolta di racconti di Gianluca Merola, Dio taglia 60: DIO TAGLIA 60 […]

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