DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI LIBRI di Tim Parks, recensione

Di che cosa parliamo quando parliamo di libri, Tim Parks, UtetUna raccolta di articoli di Tim Parks sul mondo letterario ed editoriale

Di che cosa parliamo quando parliamo di libri di Tim Parks (UTET) è una raccolta di articoli sulla letteratura e sulla scrittura che offre qualche spunto interessante e si legge con piacere, ma insiste su temi ormai noti e già discussi. Oltretutto le idiosincrasie manifeste dell’autore (come quelle nei confronti di Salman Rushdie e Jonathan Franzen) e il frequente tentativo di innescare la polemica e di risultare brillante finiscono per rendere discutibili alcune considerazioni – per esempio che sia legittimo interrompere la lettura non solo di opere che ci risultino indigeste, ma anche di quelle che apprezziamo, perché spetterebbe al lettore decretarne la compiutezza.
Ha però ragione Parks, saggista traduttore romanziere e articolista britannico (che vive da tempo in Italia), quando sottolinea che «essere imparziali di fronte a un testo narrativo vorrebbe dire non avere una storia, essere un nessuno», o quando suggerisce che anche il vissuto dello scrittore sia determinante nel processo creativo, persino per aspetti che spesso non consideriamo, come l’avere o meno già pubblicato qualcosa (e dunque sentirsi legittimato nella propria autostima) o come la valutazione degli effetti dei propri scritti su amici e parenti: «può un autore scrivere un testo che rischia di condizionare i suoi rapporti intimi senza alcun timore delle conseguenze?»
Apprezzabile anche il retrobottega della traduzione nel quale Parks ci conduce, dimostrando come pure le scelte del traduttore siano inevitabilmente personali e in parte arbitrarie, e sebbene non nuovi sono senz’altro condivisibili i ragionamenti sui rischi di una standardizzazione delle opere letterarie determinata dal ruolo preminente dell’immaginario e della produzione editoriale statunitense, insieme al consolidarsi della prospettiva di un mercato globale con il conseguente «lento indebolimento del senso di appartenenza a una società, con le sue visioni del mondo contrastanti e complementari»: ricercando un «prodotto dal richiamo universale» si trascura quella realtà che si conosce direttamente e sulla quale si può in qualche modo sperare di incidere.
Forse il mio errore è stato quello di credere che Di che cosa parliamo quando parliamo di libri fosse qualcosa più di un semplice testo divulgativo e le aspettative, si sa, sono spesso deleterie, non solo quando abbiamo a che fare con la narrativa: «un’amante è un’amante, e un romanzo è un romanzo. Chiedere a lei, o al testo, di essere qualcosa di più sarebbe come chiedere all’amante di diventare moglie, e al romanzo di trasformarsi in vita. Semplicemente impossibile.»

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4 thoughts on “DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI LIBRI di Tim Parks, recensione

  1. Guido Sperandio ha detto:

    Affiorano cose molto vere, ma è un campo di osservazioni inesauribile dove tutti hanno ragione e tutti hanno torto… I punti di riferimento si fanno sempre più labili…

  2. Guido Sperandio ha detto:

    …e annegarci! se si è onesti prima di tutto con se stessi e se si ha il coraggio di non ancorarsi a falsi punti fermi.

  3. […] Sorgente: DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI LIBRI di Tim Parks, recensione | VITA DA EDITOR […]

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