Intervista a Luciano Funetta, autore di DALLE ROVINE

Luciano Funetta, intervistaIntervista a Luciano Funetta, autore dell’ipnotico romanzo d’esordio Dalle rovine

Il protagonista di Dalle rovine (Tunué) è un appassionato di serpenti che, quasi per caso, si lascia invischiare nel mondo della pornografia, scoprendo un universo di solitudini attraversato da esplosioni di violenza; eppure Rivera continuerà a dimostrare la sua innocenza sino alla fine. Per raccontare la sua storia, Luciano Funetta dà voce a un imprecisato “noi” e ambienta il suo romanzo d’esordio in un contesto urbano indefinito (l’immaginaria città di Fortezza): scelte che contribuiscono a rendere ipnotica la scrittura e onirica l’atmosfera e dimostrano subito l’inattesa maturità di questo giovane autore – classe 1986 – che dissemina il testo di riferimenti cinematografici e letterari, sempre però senza alcuna ostentazione.
Qui di seguito l’intervista a Luciano Funetta.

Qual è stato il percorso umano e letterario che ti ha portato a ideare e pubblicare Dalle rovine?
La prima stesura del romanzo è stata scritta in otto o nove mesi, nel 2012, metà a Bologna e metà a Roma. Venivo da un altro testo piuttosto lungo che non aveva avuto fortuna, da un paio di racconti pubblicati su riviste e da mesi passati a leggere con devozione solo Malcolm Lowry per la tesi dell’università. Un giorno mi arrivò un messaggio di Marco Lupo, che non conoscevo di persona e che mi chiedeva a nome di TerraNullius, il collettivo di scrittori di cui faceva parte, di inviargli un racconto breve per la loro rivista online. Quel racconto, che iniziai a scrivere un pomeriggio nella cucina della casa dove abitavo, si trasformò senza che me ne rendessi conto in un’impresa di cui avevo l’impressione che non sarei mai venuto a capo. Quando ormai mi ero trasferito a Roma ed ero entrato a far parte in pianta stabile di TerraNullius (senza aver mai inviato il racconto che avevo promesso, ma dopo aver preso parte a un numero esorbitante di bevute, discussioni, ritorni a casa in una città che per i miei nuovi amici era una foresta di cui conoscevano tutti gli anfratti e per me una sconvolgente novità), mi ritrovai davanti a quel mezzo manoscritto e mi dissi che dovevo portarlo a termine. Una volta terminata la prima stesura, lo feci leggere a Francesca, la compagna di allora che poi ho sposato, e a Leonardo Luccone, con cui da anni coltivo un riservato rapporto di amicizia. Qui la storia prende, in senso editoriale, una piega piuttosto tradizionale. Due riscritture, invii, lettere di rifiuto che sembravano encomi ma che celavano tutto ciò che una lettera di rifiuto può portare con sé, ovvero lusinghe, critiche aspre, buone osservazioni, frustrazione (da parte mia). Ci sono state anche lettere di rifiuto che avevano l’aria di referti psichiatrici. Referti per niente rassicuranti. Le migliori. Di fronte a quelle porte dorate che restavano chiuse ho provato ad aggrapparmi alla vecchia storiella di Faulkner (o di Sherwood Anderson, non ricordo), che teneva inchiodate ai muri della sua camera trentadue lettere di rifiuto. Sono aneddoti che aiutano ad andare avanti, soprattutto se riesci ad ammettere di non essere Faulkner e di non poter neanche sperare di essere vicino al talento ultraterreno di Anderson. Poi, quando già avevo iniziato a lavorare ad altro, alcuni editori si sono fatti vivi. Tra questi c’era Tunué, nella persona di Vanni Santoni. In due mesi, che sono sembrati due anni, abbiamo concordato la versione definitiva del romanzo che è stato pubblicato e spero possa superare indenne l’inverno.

Da molti è stato apprezzato l’utilizzo della prima persona plurale per raccontare la storia di Rivera: hai avuto subito questa intuizione? Cosa ha determinato questa scelta insolita ed efficace?
Credo che la prima parola in assoluto che io abbia scritto di questo libro sia stata “noi”. Sin da quando si trattava di un racconto ho lasciato che questi narratori spettrali infestassero con la loro presenza la storia che stavo raccontando. L’inquietudine che mi procurava la loro presenza è stata una necessità fondamentale perché la scrittura potesse proseguire nel suo essere inseguita e inseguitrice. È un fatto abbastanza strano che un elemento tecnico come quello del narratore che si sceglie per offrire un punto di vista (e che implica occultarne altri cento o mille) si sia autoimposto in questo modo, con il suo influsso che ha assoggettato me per primo e mi ha costretto a tremare tutto il tempo, a guardarmi le spalle e a imparare ad ascoltare i piccoli rumori che mi risuonavano intorno mentre scrivevo. Di solito le coordinate tecniche e la capacità di usarle sono, per uno scrittore, le uniche armi per tenere a bada l’esuberanza di una storia e delle sue possibili propaggini. Una storia è, in potenza, un cefalopode talmente grande e rabbioso da poter abbattere il tendone del circo in cui viene esposto, uccidere tutti gli spettatori, i domatori e gli inservienti. Nel caso del mio “noi” invece, ho avuto la fortuna di incontrare una piovra gentile, pur nella sua immensa malinconia. Ho parlato con la piovra e le ho assicurato che nessuno l’avrebbe mai infilata in una vasca ed esposta in pubblico, a patto che mi mostrasse gli abissi. Quella promessa è stata mantenuta. Per questo non dirò mai cosa o chi siano i miei “noi” né che aspetto abbiano o dove siano finiti adesso.

Dalle rovine, Funetta, Tunué, coverTutti i personaggi di Dalle rovine sembrano proiettati verso un’idea, un’ambizione, un sentimento irraggiungibili: è questo a determinarne l’ambivalenza e l’egoismo? Come mai il solo a preservare una propria purezza è Rivera?
Rivera deve mantenere la sua purezza dopo aver perduto la sua umanità ed essersi trasformato in una divinità pagana e inconsapevole. Se così non fosse, se i suoi sforzi non fossero così disperati e non tendessero alla certezza di poter rintracciare, a costo di una dolorosa esplorazione, l’irraggiungibile, il suo potere di attrarre a sé gli uomini perduti non esisterebbe. Quello che Rivera compie con i suoi serpenti è un atto magico. Non c’è nulla di osceno. Tutti gli altri – Birmania, Traum, Tapia – rimangono abbacinati dalla sua purezza che si staglia di fronte alle loro abiezioni. In un certo senso Rivera raccoglie le loro spoglie moribonde dalle rive dei fiumi infernali accanto a cui languiscono (Birmania accanto al Lete, Traum accanto all’Acheronte e Tapia allo Stige) e le interroga. Le risposte che ottiene sono diverse. A volte sono solo lamenti, a volte sussurri nostalgici. In alcuni casi Rivera ascolta deliri di rabbia, bestemmie, progetti di rivolta contro l’esistenza umana. Quel che è certo è che Rivera è il martire greco, il testimone, che attraversa le rovine e raccoglie le voci di questi santi che per tutta la vita hanno creduto di essere diavoli e adesso guardano indietro, al loro passato, dove tutto è silenzioso, e piangono, rinunciano, si rivoltano.

Due i cardini intorno ai quali ruota il romanzo: la letteratura (in particolare sudamericana) e il cinema (non soltanto erotico). In che misura questi due linguaggi hanno contribuito a formare la tua percezione del mondo?
A Bologna, nelle mediateche comunali, era e credo sia tutt’ora possibile reperire qualsiasi cosa un cinefilo possa desiderare. Per cinefilo intendo studente con i soldi contati e una stanza in uno studentato collocato quasi fuori città. Queste riserve inesauribili, unite all’indimenticabile Cineteca che staccava a tre euro biglietti per intere filmografie di Polanski, Peckinpah, Béla Tarr, Hitchcock, Browning, Bergman, Tarkovskij credo abbiamo fatto la gioia di molti. La mia di sicuro. Per almeno sei anni ho guardato almeno due film al giorno. In quanto alla letteratura, sicuramente la scoperta di quella sudamericana ha segnato per me l’inizio di un periodo di letture esaltanti, a cominciare da Borges, che in realtà è inglese, Cortázar che è un francese a tutti gli effetti, Bolaño che è un greco nato a Panopoli (che oggi si chiama Akhmim); poi il leggendario Roberto Arlt che non è neanche argentino, ma porteño; senza dimenticare Sabato, che scriveva come un italiano melomane, e Gombrowicz, nato a Maloszyce e morto in Francia, che forse è l’unico vero sudamericano del gruppo; poi c’è Pound, che è un esploratore pazzo perduto in Cina, Céline, che scappa saltellando di qua e di là per sfuggire alla gogna; Morselli l’eremita, Poe, l’americano più terrorizzato e più coraggioso, Rimbaud l’etiope, Elsa Morante e William Burroughs che scrissero entrambi libri di magia. Non ho mai viaggiato molto in vita mia. Per questo ho scelto la letteratura come mezzo di trasporto. Infatti la mia biblioteca si chiama Cancroregina.

Dopo la pubblicazione di Dalle rovine, sta cambiando qualcosa nel tuo rapporto con la scrittura? Stai lavorando a un altro romanzo?
Da due anni, fatta eccezione per gli ultimi cinque mesi, sto lavorando a qualcosa che mi terrà impegnato per altri due anni almeno. Il modo in cui affronto la scrittura non è cambiato. Ho un lettore ideale, ma non ho intenzione di compiacerlo, come non mi interessa compiacere me stesso. L’attenzione positiva che Dalle rovine sta suscitando (e anche quella negativa che prima o poi arriverà) è qualcosa che certamente mi lusinga ma che soprattutto mi imbarazza e non mi mette a mio agio. Quando arriverà il momento di scrivere sul serio fino all’esaurimento della mia idea, dovrò dimenticare tutto questo, tornare alla realtà, che è quel posto in cui un’opera letteraria non ha estimatori, amici, fratelli o antenati. Non condivido chi parla della pubblicazione di un libro come della nascita di un figlio, anzi credo sia una sciocchezza vederla così, una presunzione. Conservo un rapporto profondo con quello che scrivo fino a quando non diventa di dominio pubblico. Da quel momento in poi io e lui o lei saremo solo conoscenti che si sopportano a malapena. È giusto, naturale e consigliabile che i libri vadano alla deriva. Se qualche naufrago vorrà usarli come zattere per sopravvivere uno o due giorni in più, buon per lui. A questo serve la letteratura, per come la vedo. A tirarci fuori dai flutti quando la nostra nave va in pezzi sfondata dal muso della balena.

Dalle Rovine è stato il romanzo d’esordio del 2015 più apprezzato tra editor e direttori editoriali, qui vi spiegano perché:
https://giovannituri.wordpress.com/2016/01/19/i-libri-migliori-degli-ultimi-mesi-scelti-da-editor-e-direttori-editoriali/

Ed ecco l’intervista a Vanni Santoni, editor della narrativa Tunué:
https://giovannituri.wordpress.com/2015/02/03/intervista-a-vanni-santoni-editor-della-narrativa-tunue/

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2 thoughts on “Intervista a Luciano Funetta, autore di DALLE ROVINE

  1. […] solo un caso che Candore sia stato di poco preceduto dal romanzo Dalle rovine di Luciano Funetta o è la naturale conseguenza della centralità dell’erotismo nell’immaginario contemporaneo? […]

  2. […] (Vanni Santoni, editor della narrativa) Il titolo Tunué che ha venduto di più nel 2016 è stato Dalle rovine di Luciano Funetta: è partito subito forte, con recensioni entusiastiche sui maggiori giornali e blog letterari, e da […]

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