VIAGGIATORI NEL FREDDO, come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura

Mosca, RussiaIntervista agli autori di Viaggiatori nel freddo, Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero del collettivo sparajurij

La collana Scritti Traversi della casa editrice Exòrma coniuga reportage, narrazione, fotografia e la sua ultima pubblicazione, Viaggiatori nel freddo, ha per sottotitolo come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura; è opera della traduttrice letteraria Elisa Baglioni e del poeta Francesco Ruggiero, membri del collettivo sparajurij, impegnato nella sperimentazione di nuove forme di “scrittura totale” e nella diffusione della poesia, anche attraverso la rivista «Atti impuri».
Viaggiatori nel freddo è una guida storica, geografica e letteraria di Mosca in forma narrativa: ciascuno dei ventuno capitoli corrisponde a un giorno di viaggio del narratore che, invitato a un festival di letteratura, approfitta della sua permanenza nella capitale russa per incontrare poeti e “agitatori culturali”, ma anche per esplorare i luoghi conosciuti attraverso la mediazione letteraria.
Qui di seguito l’intervista a Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero.

Vi siete accostati al mondo russo attraverso le opere dei suoi scrittori: quanto corrisponde la realtà che avete conosciuto con l’idea che ve ne eravate fatti?
Il rapporto tra letteratura e realtà è ambiguo e complesso. Così come Celati, preferiamo sostituire alla parola reale, i termini di contingenza, inatteso, impensato. Ovvero un contatto con il mondo sensibile che ci permette di conoscere ciò che ancora non sappiamo. Anche nella letteratura russa nessuna realtà, eccetto la realtà, crede di essere la realtà. Il viaggio descritto nel libro vorrebbe confermarlo. Nessun’altra realtà in vista. Solo un orizzonte di neve. Dove la neve è una nave senza rotta, alla deriva tra i flutti del sonno. È stato tutto necessario e irripetibile, perché onirico.

Tanti i letterati menzionati in Viaggiatori nel freddo e l’appendice Personaggi involontari ne dà conto: quali sono coloro le cui opere incarnano meglio la contemporaneità russa?
Per comprendere il recente passato della Russia non si può fare a meno di almeno due classici: Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov e Mosca-Petuški di Venedikt Erofeev. Il secondo, composto alla fine degli anni Sessanta e ancora poco conosciuto in Italia, è divenuto un libro di culto, un’enciclopedia del malinconico animo russo, un modo per avvicinarsi al carattere spesso frainteso e incompreso di questo popolo. Tra i poeti, insieme a Josif Brodskij, merita attenzione la generazione a lui coeva – rimasta in ombra per la censura che ne ha condizionato la diffusione anche all’estero – e che ora alcuni editori, tra cui Passigli, cercano di portare in Italia.

VIAGGIATORI NEL FREDDO come sopravvivere all'inverno russo con la letteraturaMolte le pagine dedicate ai poeti del passato e del presente: tuttora «la poesia è la lingua del futuro»? In Russia il suo peso specifico è maggiore rispetto all’Italia?
La poesia russa di oggi – moscovita, giacché di questa si parla nel libro – produce uno spiazzamento, simile al recupero di un reperto archeologico. Da un lato la sorpresa di trovarla intatta nelle maglie di una metropoli che predilige la merce di veloce e facile consumo; dall’altro lo stupore dell’inattuale, di un’esperienza fragile, minacciata dal glamour e dal lusso che la circonda. Probabilmente lo scenario non è dissimile dal consueto paesaggio contemporaneo. Eppure la storia di questo genere letterario ha seguito, in Russia, un percorso diverso da quello intrapreso nei paesi occidentali. Nel Novecento ha continuato a rappresentare un approdo per il lettore comune, a svolgere il ruolo di custode della memoria collettiva e identitaria del paese, che peraltro il potere sovietico ha sostenuto alimentando il culto degli scrittori, e in particolare dei poeti, in chiave patriottica e ideologica. Questo ha permesso, come ricorda Carrère nel libro su Limonov, che un modesto sottoufficiale dell’esercito chiamasse il figlio Eduard, spinto dall’amore per il poeta minore Eduard Bogrickij (1895-1934), o che i teppistelli frequentati dallo stesso Limonov sapessero riconoscere l’influenza di Blok o Esenin nelle sue poesie. Ha inoltre determinato l’insorgenza di poetiche in cui le forze sociali interagiscono e la lingua, in quanto fenomeno sociale, si attua.
La definizione a cui fai riferimento, “la poesia è la lingua del futuro”, è stata usata da Michail Ajzenberg, autore ancora prolifico e appartenente alla generazione degli anni Settanta, proprio per ribadire che la poesia è uno strumento conoscitivo indispensabile per i futuri parlanti.
Come sta cambiando il suo ruolo e cosa è rimasto? L’impressione di un osservatore esterno e allo stesso tempo assiduo è che ancora oggi le venga riconosciuta quella particolare funzione di creare e servire una comunità, ma che ciò si sia conservato attraverso un riverbero, un’eco, e la poesia si trovi in una fase di precaria instabilità, poiché la forbice della comunità che rappresenta si è ristretta notevolmente e il senso di inattualità si acuisce, anche se la poesia vive secondo ritmi propri e l’inattuale non è di per sé un indicatore del suo stato di salute.

«Il fascino di questa città proviene dalla stratificazione degli stili architettonici, dal disordine dei materiali e delle misure», Mosca dunque come un collage: quali luoghi esterni ai consueti circuiti turistici consigliereste di visitare?
Nel libro si visitano gli ambienti più diversi, dai sotterranei dei caffè che ricalcano le atmosfere dei primi del Novecento alla visione aerea e perfino spaziale di Mosca, sulle orme di Jurij Gagarin, divenuto statua sparti-traffico lungo la prospettiva Lenin (Leninskij prospekt). Ci sono vie raccolte e sonnolente come nel quartiere centrale Zamoskvoreč’e, che ha il pregio di conservare un profilo pre-sovietico. E anche luoghi esclusi dai circuiti turistici come le periferie o le città desolate della provincia. Infine il treno, che sia la breve distanza Mosca-Petuški o un viaggio notturno dentro la steppa, è un passaggio fondamentale.

Nonostante l’opera sia scritta a quattro mani, risaltano l’uniformità stilistica, l’ironia costante, l’attenzione ai dettagli della quotidianità: come avete lavorato al testo?
Sintonizzando la tastiera con medesimi stimoli e medesimi fantasmi, dunque ignorando Freud e l’inconscio individuale. Nel tentativo di creare una voce narrante asimmetrica, almeno quanto Mosca. Che è una città di orizzonti verticali, terremotata da onde sotterranee immaginarie, da flânerie deliranti e iperrealistiche. Un luogo ricco di spazi vibranti che noi abbiamo cercato di interpretare cambiando alfabeto, lavorando in una lingua altra, straniera e, in parte, straniante.

Sulla copertina non compaiono i vostri nomi, ma quello di sparajurij: come mai questa scelta? Quali sono le prossime attività del collettivo?
La letteratura russa giunge a noi oscurata dall’ombra amorevole della traduzione. Nel nostro caso Mosca è restituita attraverso la maschera dell’autorialità più anonima e sfacciata. Quanto al lavoro recente del gruppo, si concretizzerà nel nuovo numero della rivista «Atti impuri» che ospiterà, tra le altre cose, inediti di Durs Grunbein ed una sua lunga intervista; in primavera invece dovrebbe uscire una raccolta di prose, sempre a firma sparajurij. Ad ogni modo, più che di attività nel nostro caso avrebbe senso parlare di passività.

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