L’IMPOSTORE di Javier Cercas e le menzogne di noi tutti

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Dopo Soldati di Salamina e Anatomia di un istante, un altro “romanzo senza finzione” di Javier Cercas: L’impostore

L’impostore, tradotto da Bruno Arpaia per Guanda, riconferma il talento di Javier Cercas nell’indagare la realtà storica e umana, anche la più torbida, attraverso una narrativa che delimita la finzione: «Il pensiero e l’arte, pensavo io, cercano di esplorare ciò che siamo, rivelando la nostra infinita, ambigua e contraddittoria varietà, cartografando così la nostra natura: Shakespeare o Dostoevskij, pensavo io, illuminano i labirinti morali fino ai loro ultimi meandri, dimostrano che l’amore è in grado di condurre all’assassinio o al suicidio e riescono a farci provare compassione per psicopatici e malvagi; è loro dovere, pensavo io, perché il dovere dell’arte (o del pensiero) consiste nel mostrarci la complessità dell’esistenza al fine di renderci più complessi, nell’analizzare come funziona il male, per poterlo evitare, e perfino il bene, forse per poterlo imparare».
Cercas ricostruisce dunque la biografia dell’impostore Enric Marco, quella reale e quella immaginaria, perché ritiene che, oltre a essere un soggetto interessante, possa rivelare molto anche di lui stesso (che cerca dietro l’aura di scrittore di celare la propria ordinarietà), dell’anima degli spagnoli (che hanno sopportato per lo più inerti una lunga dittatura, ma conquistata la democrazia hanno cercato di rivisitare il proprio passato), di tutti noi (che continuamente tentiamo di dimostrarci migliori di quello che siamo): «tutti interpretiamo un ruolo; tutti siamo chi non siamo; tutti, in qualche modo, siamo Enric Marco». Pochi però hanno la sua abilità, dal momento che impastando verità e menzogne, dopo essersi spacciato per fiero rivoluzionario e intransigente antifranchista, ha saputo completare la reinvenzione della propria vita dichiarando in interviste e conferenze di essere stato internato in un campo di concentramento nazista (giungendo persino a presiedere un’associazione di ex deportati), finché lo storico Benito Bermejo non ha smascherato la sua impostura.
La vicenda di Marco consente allo scrittore spagnolo anche di riflettere sulla forza ricattatoria della memoria storica, che tanta attenzione ha avuto in particolare nello scorso decennio, come se solo il testimone possa detenere una visione autentica; la memoria, tuttavia, è fallace e soggettiva sottolinea Cercas, il lavoro dello storico invece è improntato alla ricerca di verità documentate,  condivise, mentre quello dello scrittore è accostarsi il più possibile a verità assolute e atemporali – magari servendosi della storia e del verosimile.
Javier CercasÈ quanto aveva già fatto in Soldati di Salamina e in Anatomia di un istante, L’impostore prosegue questa linea di ricerca con esiti ugualmente felici, sebbene forse appaia nella seconda metà perdere un po’ di smalto narrativo, concedersi una certa ripetitività e sovrabbondanza argomentativa; si tratta, a ogni modo, di un altro splendido “romanzo senza finzione”, categoria che Cercas fa risalire al capolavoro di  Truman Capote, A sangue freddo, e a cui appartengono alcuni dei testi più interessanti di recente pubblicazione, tra cui Limonov e L’Avversario di Emmanuel Carrère o Il demone a Beslan e Il giardino delle mosche di Andrea Tarabbia: opere in cui i piani della realtà e della sua rielaborazione narrativa, della letteratura e della riflessione critica sulla stessa si intersecano senza stridore, in cui la capacità affabulatoria degli autori riesce a trattenere il lettore su vicende di cui conosce già gli esiti, perché gli offre la possibilità o l’illusione (preziosa anch’essa) di penetrare a fondo nel mondo circostante e nel proprio animo e dunque, forse, di accettare persino la propria mediocrità; del resto, come scrive Javier Cercas, «se la letteratura serve a salvare un uomo, onore alla letteratura; se la letteratura serve solo come ornamento, ’fanculo alla letteratura».

(Sempre Guanda ha pubblicato di recente un’altra ottima traduzione: Fama tardiva di Arthur Schnitzler; peccato che abbia ricevuto poca attenzione.)

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2 thoughts on “L’IMPOSTORE di Javier Cercas e le menzogne di noi tutti

  1. […] Il giardino delle mosche prosegue così la linea narrativa già tracciata da Tarabbia con Il demone a Beslan ed è un’opera potente e angosciante, dalla scrittura tesa e precisa, in dialogo con quella letteratura europea che racconta l’umanità più abietta sospendendo il giudizio, che riconfigura il reale senza discostarsene e senza rinunciare all’invenzione (da Emanuel Carrère con L’Avversario a Javier Cercas con L’impostore). […]

  2. […] dello scrittore spagnolo, ne viene fuori una guida alla comprensione delle sue opere che precedono L’impostore. Qui di seguito riporto alcune considerazioni di Cercas di carattere […]

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