Javier Marías, leggere per comprendere se stessi e il mondo

Javier MaríasIl brano qui riportato è tratto dal discorso che lo scrittore spagnolo Javier Marías ha pronunciato nel 1995 a Caracas durante la cerimonia per la consegna del Premio Rómulo Gallegos; chi volesse leggere il testo integrale, può trovarlo al termine del romanzo Domani nella battaglia pensa a me, tradotto da Glauco Felici nell’edizione Einaudi Super ET. Dello stesso autore, Einaudi ha da poco pubblicato Così ha inizio il male.

Un romanzo non soltanto racconta, ma ci permette di assistere a una storia o ad alcuni eventi o a un pensiero, e nell’assistervi ci permette di comprendere.
Sapere tutto ciò – credere di saperlo, più esattamente – a volte non risulta sufficiente per lo scrittore, mentre scrive. Vi sono momenti in cui alzo lo sguardo dalla macchina da scrivere e mi estranio dal mondo da cui sto emergendo, e mi domando come, nella mia età adulta, possa dedicare tante ore e tanta fatica a qualcosa di cui il mondo, me compreso, potrebbe fare tranquillamente a meno; come possa impegnarmi a riferire una storia che io stesso vado scoprendo man mano che la costruisco, come possa trascorrere parte della mia vita calato nella finzione, a far succedere cose che non succedono, con la stravagante e presuntuosa idea che tutto questo possa un giorno interessare qualcuno. Come, secondo la definizione dell’attività  letteraria data dal romanziere e saggista e poeta Robert Louis Stevenson, possa starmene «a giocare in casa, come un bambino, con della carta». Ogni scrittore è ancora di più lettore, e lo sarà sempre: abbiamo letto più libri di quelli che potremo mai scrivere, e sappiamo che quell’interesse, quell’appassionarsi, è possibile perché lo abbiamo sperimentato centinaia di volte; e che talvolta comprendiamo meglio il mondo o noi stessi attraverso quelle figure fantasmali che percorrono i romanzi o quelle riflessioni fatte da una voce che sembra non appartenere del tutto all’autore né al narratore, cioè, non del tutto a nessuno di loro. Scopriamo anche che forse scriviamo perché alcune cose possiamo soltanto pensarle mentre lo facciamo, anche se quando mi domandano, molto spesso, perché scrivo, preferisco rispondere che lo faccio per non avere un capo e per non alzarmi presto. Oltretutto, credo che sia vero, molto di più di quanto ho appena finito di dire.

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3 thoughts on “Javier Marías, leggere per comprendere se stessi e il mondo

  1. Annarita Tranfici ha detto:

    L’ha ribloggato su In Nomine Artis – Il ritrovo degli Artistie ha commentato:
    “Un romanzo non soltanto racconta, ma ci permette di assistere a una storia o ad alcuni eventi o a un pensiero, e nell’assistervi ci permette di comprendere.”

  2. Antonella Sacco ha detto:

    Una riflessione davvero condivisibile.

  3. auroraredsuit ha detto:

    Troppo spesso mi sono posta la stessa domanda cui si dà una delle tante risposte possibili in questo articolo, su quale dunque sia la ragione per cui ogni giorno io voglia, ma ancora di più io senta proprio la necessità, di estraniarmi dal mondo per riprodurlo su carta, per colorirlo con le mie opinioni e sfumarlo di interpretazioni, e ad oggi non ho trovato una risposta che valga per me sola e non pretenderò di darne una che valga universalmente, per chiunque scriva. Tuttavia una delle risposte più frequenti suggerite dall’ebrezza di quei momenti di passione davanti a un foglio bianco, è che quando si scrive non hai la confusione di chi trova piacere nel contestare fine a se stesso, più distruttivo che costruttivo, in cui spesso si inciampa quando ci si esprime ad alta voce, ma hai davanti a te il tuo più grande critico – te stesso – il quale solo dopo un’aspra critica ti lascerà pubblicare un articolo sul web o un libro.
    Quando scrivi il mondo attorno a te non si ferma, ma rallenta così tanto da permetterti di focalizzare ogni minimo pixel di quell’immagine, immortalarlo tra le tue righe, e mettere così chiunque ti legga nella condizione di beneficiare di quel movimento rallenty di cui solo chi scrive col cuore è destinatario.
    Questa è stata molte volte la conclusione cui son tornata involontariamente dopo ardue contestazioni da parte di quel grande critico cui sopra accennavo.

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