Intervista a Rossella Milone – Professione scrittore 18

Il silenzio del lottatore (minimum fax) è la terza raccolta di racconti di Rossella Milone e segue Prendetevi cura delle bambine (Avagliano), con cui ha esordito nel 2007, e La memoria dei vivi (Einaudi); ha inoltre pubblicato con Einaudi il romanzo Poche parole, moltissime cose e con Laterza Nella pancia, sulla schiena, tra le mani. Da poco più di un anno Rossella Milone coordina Cattedrale, un osservatorio online sul racconto.
Il silenzio del lottatore è un’opera incentrata sulla volubilità e sulla conflittualità delle relazioni umane ed è composta da sei storie raccontate in prima persona da donne – che potrebbero anche essere una sola in diverse stagioni della vita.

Tutti i racconti del Silenzio del lottatore (eccetto in parte il primo) sono ambientati in un contesto ordinario: la quotidianità è la prospettiva migliore dalla quale osservare l’evoluzione dei personaggi e le dinamiche dei rapporti di coppia, tra attrazione conforto e insofferenza?
Sì. Almeno, per me lo è. Mi piace scrivere storie che in qualche modo potrebbero appartenermi, che avrei potuto vivere io o chiunque altro – così da poter dedicare al personaggio quanta più empatia possibile. Scovare lo straordinario nell’ordinario, andare ad osservare i nodi nelle situazioni che tutti vivono, aprire un occhio in più su ciò che solitamente diamo per scontato: è il mio modo di fare narrativa. Scomporre e ricomporre, distruggere, costruire e ancora distruggere la realtà in mille frammenti, forse è l’unico modo che ha la narrativa di dare senso alle cose.

Come mai hai scelto di narrare esclusivamente in prima persona e sempre da una prospettiva femminile?
In genere scrivo e amo scrivere in terza persona. In questo libro no, cercavo una voce sola che raccontasse tutte le storie, anche se le protagoniste potrebbero essere differenti. Era un gioco e anche una sfida: come fanno più personaggi a raccontare un’unica, specifica storia? È per questo che, alla fine, i sei personaggi potrebbero condensarsi anche in uno soltanto.
Per quanto riguarda il punto di vista al femminile: esistono molti scrittori uomini che narrano dal punto di vista degli uomini. Se fossi stata maschio, mi avresti fatto la stessa domanda?

il silenzio del lottatore, rossella milone, minimum fax, copertinaIl silenzio del lottatore dimostra una concezione solida e unitaria (sebbene meno evidente ad esempio di Olive Kitteridge della Strout o di Sofia si veste sempre di nero di Cognetti): è così o si tratta in realtà di diversi racconti che hanno poi trovato una loro armonia?
Tutte e due le cose. Nel senso che io volevo raccontare le storie di questi personaggi attraverso dei racconti. Poi, però, mi sono accorta che, in qualche modo, i racconti si cercavano, risuonavano uno nell’altro, si inseguivano. Così ho cercato una struttura che da un lato contenesse una macrostruttura lieve, che non avesse la connotazione del romanzo come in Cognetti. Dall’altro in cui le narrazioni, pur mantenendo la loro autonomia (eccetto che per uno, non compare mai lo stesso personaggio in più racconti come in Olive Kitteridge), si riferissero ad un’unica vita che prosegue nel tempo. In questo senso il racconto mi è servito: è stato come una rompighiaccio che è andata a infilarsi in un segmento preciso nell’esistenza di questi personaggi. Insieme, i racconti potrebbero formare una vita sola, che mette insieme tutti questi segmenti. Ma anche no. Ecco, questo ‘anche no’ per me è importantissimo perché volevo che fosse la struttura dell’intero libro a colmare i vuoti fra i vari segmenti e che, soprattutto, fosse il lettore a partecipare a questa composizione.

Come sei giunta alla casa editrice con la quale hai esordito, Avagliano, e come si sono poi instaurati i rapporti con Einaudi, Laterza e infine minimum fax?
È tutto partito dal Premio Calvino. È lì che Prendetevi cura delle bambine (menzionato al Premio) è stato notato e poi preso da Avagliano. Ed è stato lì che Einaudi mi aveva già messo gli occhi addosso – diciamo; così quando ho scritto La memoria dei vivi ho solo dovuto farglielo leggere. Io sono una pigrona, e non mi piacciono nemmeno tanto le situazioni salottiere. Ma non per snobismo – devo dire la verità – ma proprio perché sono pigra. Posso dire che molto del lavoro lo hanno fatto i libri, per fortuna, e, soprattutto, le persone che ho incontrato, che mi hanno dato sempre, sempre moltissima fiducia. Parlo di Paola Gallo, nello specifico, e di tutta la squadra minimum fax adesso. Pubblicare con minimum fax era una cosa che desideravo fare da tempo; un po’ perché amo le loro scelte editoriali e il loro modo di fare, costruire, divulgare la letteratura; un po’ perché con i racconti rappresentano l’eccellenza, secondo me.

Chi sono stati i tuoi editor e come avete lavorato sui testi?
Nicola Lagioia è stato più che un editor. È stato uno scrittore (bravo) che collabora con un altro scrittore. Quando due scrittori si incontrano su un testo che amano, può venire fuori solo un lavoro fatto per bene, e questo i lettori lo avvertono, lo percepiscono sulla pagina. Ho avvertito moltissimo l’amore di Nicola per questo libro, e anche di tutta la casa editrice. In un primo momento mi ha stupito. Poi mi ha dato una enorme fiducia (di nuovo); ma non solo nel testo, mi ha restituito fiducia proprio nel mondo editoriale tutto – che a volte lascia lo scrittore con un bel po’ di amaro in bocca. Sul testo mi ha aiutato anche Alessandro Gazoia occhio-di-falco e tutta la redazione. Però, per dire tutta la verità, il primo a incontrare questo libro è stato Christian Raimo. È stato lui a vederci qualcosa di buono, e a un certo punto ha detto: “Secondo me, Nicola è ora che ti legga”.
Abbiamo lavorato di lima, ma non troppo. Più che altro, abbiamo cercato quanto più spessore possibile da dare ai personaggi, evitando certe piattezze. Lui è uno che ti dice cosa pensa, dove va riguardato il testo, come andrebbe rilavorato. Poi ti lascia libero. Ma questa è una libertà senza scampo, che ti impone solo una cosa: lavorare bene.

Cosa rappresentano per te la lettura e la scrittura?
La domanda del secolo! Tutto? Boh. Non lo so. Diventa proprio un modo di vivere, a un certo punto. A un certo punto mi hanno anche salvata. Però sì, lettura e scrittura (ma soprattutto la lettura) finiscono per diventare come la colazione, il pranzo e la cena. Qualcosa di necessario su cui non ti poni più domande. Non è che ti metti a pensare quanto contano nella tua esistenza, semplicemente sono lì come qualcosa di assolutamente amalgamato alla tua vita, come una cellula. C’è. Esiste e dorme con te. Lo vivi.

Come nasce la tua predilezione per la forma del racconto e perché secondo te ha così poca fortuna in Italia?
Con la lettura. Ho sempre letto moltissimi racconti, insieme ai romanzi; però i racconti rispondono a un mio modo di raccontare la vita e li ho sempre sentiti molto vicini, proprio come indole. Poche parole, una forte intensità che colma le mancanze. Questa affinità col mio sguardo l’ho sentita da sempre, forse proprio per istinto. E poi mi affascina come scrittrice, è una sfida continua, un modo per mettermi sempre alla prova. Il racconto è un lembo di terra circondato da precipizi: devi stare continuamente su quel lembo attento a non cadere. Questo vale anche per il lettore. Forse per questo in Italia gode di poca fortuna, perché richiede una partecipazione a 360 gradi. È un discorso un po’ complesso, però, in sintesi, penso che il lettore non sia abituato (dire educato non è bello) al racconto, perché è più difficile che abbia il sostegno del mercato. Di conseguenza il racconto ha poca esposizione, pochi investimenti, poco spazi di visibilità. È un cane che si morde la coda. Però, forse, le cose stanno cambiando.

Quali sono tra le ultime opere che hai letto quelle che hai apprezzato maggiormente?
Non proprio freschi di stampa, ma quelli che ancora primeggiano su altri più recenti. Stoner di John Williams e Dieci dicembre di George Saunders.

cattedrale.eu osservatorio sul raccontoCon Cattedrale hai dato vita insieme ad Armando Festa a un “osservatorio che intende monitorare, promuovere e sostenere il racconto nella sua forma letteraria”: qual è il bilancio dopo poco più di un anno di attività?
Buono e sorprendente, perché non ce lo aspettavamo. Abbiamo moltissimi contatti quotidiani da gestire: sia di persone che vogliono collaborare, sia di esordienti, sia da parte di stampa e addetti ai lavori. La cosa che più abbiamo ‘osservato’ in questi mesi è che si sentiva il bisogno di uno spazio così. Un luogo in cui parlare e discutere di racconti, dove è possibile essere aggiornati sulle uscite spesso nascoste, problematizzare le questioni più spinose che circondano il racconto in letteratura. Ora stiamo cercando di dare vita a spazi reali – e non solo virtuali – collaterali al sito, in modo da concretizzare ciò che l’osservatorio si pone di fare: dare visibilità al racconto. Solo che non è facile perché siamo una manciata di persone che lavorano di volontariato e senza fondi tutti i buoni propositi hanno difficoltà  a realizzarsi. Ma dato l’ampio consenso che Cattedrale sta ricevendo, sono sicura che in qualche modo faremo.

Qui trovate tutte le interviste della rubrica Professione scrittore:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/

 

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