Intervista a Gianluca Morozzi – Professione scrittore 17

Gianluca Morozzi

L’esordio di Gianluca Morozzi risale al 2001 con il romanzo Despero, pubblicato da Fernandel. Molte delle sue ultime opere sono invece apparse nel catalogo della casa editrice Guanda, tra queste Blackout, L’era del porco, Radiomorte e infine Lo specchio nero. Un noir anche quest’ultimo: si alternano le vicissitudini di Walter, editor che si risveglia in un appartamento sconosciuto al cospetto di due cadaveri, e quelle di Erik, con la sua adolescenza problematica; gradualmente il lettore scoprirà in che modo siano intrecciate le loro esistenze, mentre sino alla fine cercherà insieme al protagonista principale di scoprire quale macchinazione abbia condotto al suo coinvolgimento nel duplice delitto.

Lo specchio nero si ispira al classico giallo della stanza chiusa, mentre Blackout è quasi tutto ambientato nello spazio ristretto di un ascensore: concepisci la scrittura come una sfida alla tua abilità oltre che con il lettore? Com’è nata l’idea del tuo ultimo romanzo?
Il giallo è in buona parte una sfida al lettore, amichevole e divertita: il lettore NON vuole vincere, il lettore, non vuole indovinare il colpevole, vuole essere sorpreso e ingannato, ma siccome tu, scrittore, qualche indizio glielo devi dare, se lo fai maldestramente il lettore attento indovina. Un romanzo alla Blackout era più una sfida a me stesso, invece: riuscirò a tenere vive duecento pagine di storia tutte dentro un ascensore?
Lo specchio nero è nato, come spesso accade, da una ragazza, del vino, Bologna, e un lago (be’, il lago non c’è spesso, in effetti). Stavo accompagnando una ragazza in un’enoteca di periferia e ho parcheggiato di fronte a questa assurda via, via della Luna, che vista dall’alto ha la strana forma di una mannaia. E non è lontana da un parco con un laghetto. E questo è accaduto proprio nei giorni in cui dovevo rileggere Le tre bare di John Dickson Carr per parlarne a un corso di scrittura. Il circuito, a questo punto, si è chiuso.

Come mai, pur non disdegnano il pulp, hai fatto dell’ironia la nota prevalente del tuo stile?
Io ho passato quindici anni (dall’adolescenza, con la prima macchina da scrivere) a copiare, essenzialmente Stephen King senza saperlo fare. Quindi cercavo di esasperare toni drammatici e horror in modo totalmente maldestro. Poi, a fine anni Novanta, ho iniziato a scopiazzare autori umoristici… da Benni a David Lodge a Nick Hornby, da Paolo Villaggio a Douglas Adams, e ho scoperto che il registro comico mi veniva più naturale. Così, quando sono tornato a scrivere cose pulp (alternandole a quelle divertenti), l’ho fatto avendo già migliorato il mio stile, con più consapevolezza. Ma il registro naturale rimane quello comico, per me.

Quale percorso ti ha condotto alla casa editrice del tuo esordio, Fernandel, e poi a Guanda?
La mia agente, Silvia Brunelli. Che mi ha scoperto con il secondo libro Fernandel (Luglio, agosto, settembre nero, del 2002), e mi ha chiesto di scrivere qualcosa che avesse una trama più strutturata e magari una vena noir, da proporre a qualche grosso editore. Io ho scritto Blackout, l’anno successivo, e lei lo ha piazzato a Guanda.

Lo specchio nero, Gianluca Morozzi, Guanda, copertinaNei ringraziamenti dello Specchio nero menzioni Serena Scandellari “che ha rovistato nella stalla piena di guano che era la mia orrenda prima stesura e me l’ha fatta ritrovare pulita, arieggiata, con il buco riparato e graziose tendine”: si è occupata lei anche della revisione dei tuoi romanzi precedenti? Hai avuto sempre un rapporto idilliaco con i tuoi editor?
Sì, con gli editor vado molto d’accordo, ma Serena Scandellari in realtà è la mia fidanzata. Le ho fatto leggere il manoscritto originale, ha corretto quei settecento errori che c’erano, e lo ha fatto arrivare alla vera editor molto più presentabile di com’era in originale.

Un articolo di Marco Cubeddu definisce le presentazioni letterarie una farsa che comporta “girare l’Italia a proprie spese, locali deserti, incontri grotteschi, pile di romanzi invenduti”: concordi? Hai qualche aneddoto a riguardo che ti va di raccontare?
Mah, l’articolo generalizza un po’, anche se dice molte cose vere. Molte presentazioni sono esaltanti, in realtà, ben organizzate e soddisfacenti per tutti. Dopodiché, di aneddoti disastrosi ne ho talmente tanti (faccio presentazioni da 14 anni) che ci ho praticamente scritto un libro, L’età dell’oro… dai pipistrelli giganti entrati nella libreria all’aperto collocata accanto al palco dell’orchestra di liscio, al relatore che sbaglia il tuo nome, il titolo del libro, la casa editrice e il genere del romanzo che sta presentando, alle presentazioni organizzate nei bar all’ora dell’aperitivo “perché a quell’ora c’è la gente”, e infatti c’è la gente, sì, che però fa l’aperitivo e ti ignora chiacchierando ad alto volume e facendo tintinnare bicchieri, al locale che ti ospita volentieri ma non di venerdì e di sabato perché in quei giorni “c’è la gente”… ma per quanto mi riguarda le presentazioni mal riuscite sono come certi Bologna-Lecce 0-2 nell’unico giorno di pioggia dopo tre mesi di torrida estate: ti fanno apprezzare di più le giornate in cui vinci 3-0 a zero in una splendida giornata di primavera.

Sei favorevole, contrario o indifferente all’acquisizione di RCS Libri da parte del gruppo Mondadori?
Credo che sia ancora presto… diciamo che sto alla finestra a guardare quel che succede.

Quali sono i tuoi autori di riferimento, sia tra i classici sia tra i contemporanei, e quali loro opere consiglieresti?
Oh, tanti. Diciamo John Fante (La strada per Los Angeles), Stephen King (La lunga marcia), Douglas Adams (Guida galattica per gli autostoppisti), Paolo Nori (Bassotuba non c’è), Luigi Malerba (Il serpente), Fredric Brown (Assurdo universo), Chuck Palahniuk (Soffocare), e… beh, sono troppi per elencarli tutti, e con qualcuno ci vado a bere abitualmente, quindi non è carino nominarli.

 

Qui le altre interviste della rubrica Professione scrittore:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/

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