Intervista a Giampaolo Simi – Professione scrittore 16

Giampaolo Simi, intervistaGiampaolo Simi ha esordito nel 1996 con Il buio sotto la candela (Mauro Baroni Editore, poi Flaccovio); i suoi ultimi romanzi sono stati pubblicati da Einaudi Stile libero (Il corpo dell’inglese e Rosa Elettrica), e/o (La notte alle mie spalle), Sellerio (Cosa resta di noi). Ha collaborato come soggettista e sceneggiatore alla serie tv RIS (quinta stagione) e alle tre stagioni di RIS Roma.
Cosa resta di noi si apre con la storia di Edo e Guia (bagnino lui, scrittrice lei) che non riescono ad avere figli. Gradualmente, però, quello che si presentava come un romanzo sentimentale diventa un noir e si impongono altri due personaggi: Anna e il suo molesto compagno.

In Cosa resta di noi si sviluppano due indagini in parallelo: quella di Edo, delle forze dellordine e dei mass media sulla scomparsa di Anna e quella dellautore su due relazioni in crisi. Il noir come pretesto per indagare il disamore?
Sì, ma sostituirei a “pretesto” la parola “strumento”. Il noir, per come si è evoluto per quasi un secolo, ha saputo raccontare non solo il disincanto o l’abbandono, ma anche il lato oscuro e imprevedibile della passione amorosa più intensa. In fondo il noir racconta l’individuo alle prese con forze che non riesce a dominare o a comprendere appieno. L’amore più autentico e travolgente è una di queste, credo.

Cosa resta di noi, Giampaolo Simi, SellerioIl romanzo è ambientato in una località di mare della Versilia in un arco di nove mesi (gli stessi necessari a una gestazione): da settembre a maggio, escludendo dunque il periodo estivo in cui quei posti si rianimano. Solo una scelta datmosfera?
All’inizio sì. Poi ho capito che tutta la storia, in realtà, era basata sulla mancanza e sull’assenza di qualcosa o di qualcuno. Nel romanzo le cose e le persone diventano decisive, si fanno portatrici di verità solo quando non ci sono o spariscono. Come Anna, come la maternità sperata da Guia, come l’estate appena finita.

Cosa resta di noi è dedicato a Luigi Bernardi e fa pensare a lui uno dei personaggi secondari quando afferma: «Io sto nelleditoria da quando avevo diciotto anni. A cinquantacinque mi ritrovo ad aprire la partita IVA, a passare le giornate a riscrivere traduzioni orrende di libri orrendi e a lavorare quasi gratis di notte per i pochi romanzi che valgono davvero». Quanto manca al panorama culturale italiano una figura come la sua?
Tantissimo, o forse per nulla, paradossalmente. Luigi intuiva le cose prima di tutti gli altri, talvolta persino con troppo anticipo. Aveva quell’intelligenza, quella profondità di sguardo che oggi manca, ma che del resto sarebbe addirittura vissuta come inutile e fastidiosa. In un mondo in cui non si progetta più, a che serve saper guardare un orizzonte più distante dei prossimi tre mesi?

Condividi la denuncia di Giacomo Sartori: «Mi sembra che la stragrande maggioranza degli editori italiani cerchino il risultato immediato, con effetti nefasti non solo sugli esordienti, ma anche su tanti scrittori con buone possibilità e un bellinizio, che diventano poi più banali, o anche scimmiottano se stessi»?
Condivido. Parola per parola.

Ti andrebbe di raccontarci il tuo percorso nel mondo editoriale dallesordio sino a Sellerio, passando per Einaudi Stile libero ed e/o?
Il mio progetto è sempre stato quello di interpretare il “genere” (detective story, noir, romanzo di suspense) in modo sghembo, di andare a trovare la tensione dove sembrerebbe non essercene. Ho sempre cercato quindi situazioni ed editori che condividessero questa, chiamiamola così, vocazione alle storie oblique e ibride. Con DeriveApprodi, alla fine degli anni ’90, ho avuto il primo interlocutore indipendente e di grande personalità. È stato fondamentale, per me. Con marchi più grandi le cose sono state più complesse, perché nei primi anni del nuovo millennio l’editoria l’italiana ha subito una trasformazione profonda e tutto sommato repentina in cui un po’ tutti (librai, editori, scrittori) hanno iniziato a navigare a vista. In mezzo a questo mare procelloso, Sellerio dimostra sempre di sapere bene quale sia la sua rotta. Per un autore è importantissimo.

Chi sono stati i tuoi editor e come avete lavorato sui testi?
L’impronta più forte e formativa rimane per me quella di Luigi Bernardi. Senza di lui, semplicemente, avrei fatto altro nella vita (mi par di averlo accanto che sogghigna e bofonchia “ah, e mi ringrazi anche?”). In seguito ho lavorato con Rosella Postorino, con Claudio Ceciarelli e adesso con Mattia Carratello. Tutte persone che sanno come chiarirti le idee sul tuo romanzo senza importi le loro, il che è una virtù rarissima, per me quasi soprannaturale. Lo fanno senza teorie fumose e altisonanti, ma lavorando sul testo, riga per riga, come un campo da dissodare con pazienza affinché le idee dell’autore siano libere di dare i loro frutti migliori.

Sei tra gli scrittori che hanno aderito al Progetto Santiago: in che modo e in che misura hai preso parte allassociazione? Sono rimasti immutati i vostri propositi?
Devo fare un mea culpa. La mia adesione rimane, ma il mio impegno è stato limitatissimo, a causa di circostanze professionali e personali che mi hanno letteralmente risucchiato. Il proposito è chiaro: uno scrittore non può pensare che le cose migliorino semplicemente attraverso il successo delle proprie opere, lamentandosi che molte decisioni, in ambito editoriale, vengano prese ormai da gente che fino a un minuto prima vendeva scooter o frollini (con il massimo rispetto per gli scooter e i frollini, ma ogni settore merceologico avrà un suo specifico, o no?). C’è bisogno di agire, unirsi, mettersi in gioco, farsi promotori di cose che non siano solo il proprio libro.

Hai collaborato alla serie tv RIS (quinta stagione), e alle tre stagioni di RIS Roma: come sei giunto a occuparti di soggetti e sceneggiature televisive? Quali sfide ti ha posto questo ambito della scrittura?
Ci sono arrivato grazie a Carlo Lucarelli, che coinvolse me e altri scrittori nel primo team de LIspettore Coliandro. Le sfide sono molte. Il lavoro in team, per esempio. Poi il confronto con un pubblico ampio, eterogeneo, totalmente diverso da quello che acquista i libri. E infine un sano principio di economia, perché in tv i minuti costano, mentre in un romanzo cinquanta pagine in più di certo non rovinano un editore. Ma, attenzione, questa non è una buona ragione per infliggerle al lettore.

Sul tuo blog racconti i tuoi primi passi da lettore: «Bradbury, Brown, Matheson, Asimov, King. Poi tornai indietro a Hogdson, Poe, Lovecraft. Poi in avanti, a Philip Dick. Dick è stato la tana di verme che mi ha catapultato verso autori lontanissimi dalla fantascienza ma capaci della stessa scrittura forte, essenziale ed evocativa: Chandler e Hammett, e poi il polar francese di Malet, Manchette, Daeninckx e Izzo». Oggi quali sono gli autori che stimi maggiormente e quali loro testi consiglieresti?
Senz’altro Emmanuel Carrère. Lavversario, per dirne uno, è strepitoso. Poi Pierre Lemaitre, talentuoso e versatile. Ci rivediamo lassù è un romanzo cinico e travolgente. Fra gli italiani, sono un grande fan di Antonio Franchini. Il suo italiano è limpido, senza sbavature.

Cosa rappresenta per te la letteratura?
Quella cosa che ti consente, una volta chiuso il libro, di vedere la realtà in alta definizione e in modo davvero tridimensionale.

Qui le altre interviste della rubrica Professione scrittore:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/

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