IL PRINCIPE DEI ROMANZIERI SCONOSCIUTI, un racconto di Manuel Bernasconi

Portrait of writer Vsevolod Mikhailovich Garshin, Ilya Repin, 1884

Gio Batta Sciaccaluga, che nei primi anni del secolo scorso si guadagnò l’appellativo di “Principe dei Ro­manzieri Sconosciuti”, nacque a Genova nel maggio del 1857. Il padre, Sebastiano, possedeva qualche vi­gneto nella zona dell’Ovadese e dal suo scagno in Sot­toripa, davanti al porto di Genova, dove prima di lui avevano operato due generazioni di Sciac­caluga, ge­stiva una florida attività di commerci con l’Oriente. La madre, Luigina Lavaggi, discendeva da una famiglia di nobile lignaggio che aveva il suo feudo nella collina di Albaro, amena località dove anche Charles Dickens ebbe a soggiornare. Le unioni tra esponenti del ceto mercantile e la più rilucente aristocrazia genovese era­no, in quegli anni, all’ordine del giorno, ma quello tra Luigina e Sebastiano fu un matrimonio d’amore, allietato dalla nascita di Virgi­nia (1852), Alessandra (1854) e, infine, dell’unico ma­schio, Gio Batta appunto, che fin da subito fu spinto a interessarsi degli affari di famiglia.
Terminate le ele­mentari, dove fu uno scolaro abbastanza anonimo, Gio Batta venne infatti iscritto all’istituto dei Barnabiti che, qualche decennio più tardi, vide tra i suoi allievi il futuro premio Nobel Eugenio Montale. Come Montale anche Gio Batta intraprese studi tecnico-commerciali, e dopo il diploma, nel 1876, iniziò a lavorare con il pa­dre. Non era questa, come sappiamo, la vocazione del giovane Sciaccaluga, nel cui animo il baco della lette­ratura aveva cominciato a rodere in virtù della febbrile lettura dei grandi classici della narrativa ottocentesca. Risale a quel periodo la scoperta di Hugo, Balzac, Flau­bert e dei grandi russi a cui fece contestualmente eco la stesura dei romanzi La pietra del leone nero e Nella selvaggia savana – che vennero rifiutati da una trentina di editori e non videro mai la luce[1] – e di Il piccolo della Lanterna, firmato con il nom de plume di Michele Arri­go e pubblicato dai tipi dell’editore Garbagna nel 1880.
Già dagli esordi appare in tutta la sua plastica evidenza quello che sarà il destino di Sciaccaluga scrit­tore: essere ignorato dall’industria editoriale e vedere riconosciuto il proprio talento soltanto da una ristret­ta cerchia di addetti ai lavori. Alla sua uscita, per esem­pio, Il piccolo della Lanterna fu lodato dal critico Fede­rico Di Vita (che assieme a Felice Cameroni, Antonio Cassano e pochi altri può essere definito uno dei padri della critica militante italiana), il quale salutò con esso la nascita di un nuovo Zola. Eppure tanta benevolenza non fu sufficiente a garantire visibilità (e contratti edi­toriali) a Sciaccaluga, che negli anni successivi scrisse Il giaguaro (mai pubblicato), Il raccolto (mai pubblica­to) e Nello studio di medicina (per il quale, a quanto pare, ci fu un abboccamento con l’editore Gualtiero Stella che si risolse però con un nulla di fatto). Que­st’ultimo romanzo, che narra con accenti naturalistici, secondo il modello francese, le vicende di un giovane chirurgo che dedica la vita alla cura degli indigenti di Genova, venne fatto stampare a proprie spese da Gio Batta[2] per essere distribuito ad amici e conoscenti. In una copia conservata presso il Fondo Sciaccaluga, nel capoluogo ligure, troviamo una nota vergata di sua mano da Gaspare Invrea, il celebre romanziere meglio conosciuto con lo pseudonimo di Remigio Zena[3]. In tale nota si legge: “non mi capacito del fatto che tu, amico caro, non abbia ancora raggiunto le vette più gratificanti della notorietà. Ma non disperare. Io sono convinto che alla lunga il tuo Nello studio di medicina saprà regalarti ciò che meriti”.
Non ci sono altre testimonianze relative ai rapporti di amicizia tra Sciaccaluga e Invrea e, benché appaia abbastanza curioso che un simile attestato di stima sia affidato alle pagine del libro stesso (che evidentemen­te, per raggiungere il destinatario, deve essere stato restituito al donatore), va anche detto che qualche co­pia di Nello studio di medicina riuscì a percorrere i ca­nali giusti e chissà come, forse anche grazie all’intervento dell’Invrea, un esemplare giunse nelle mani di Emilio Treves, il fondatore dell’omonima e prestigiosa casa editrice. A quel punto, quasi trentacinquenne, Gio Bat­ta aveva completato altri due libri: Il sermone del prete e Nella città dell’orrore. Si tratta di due potentissimi af­freschi della società tardo ottocentesca che Emilio Treves dimostrò di apprezzare. In una lettera datata 26 gennaio 1892 e firmata dallo stesso Treves[4], leggia­mo: “La sua penna, signor Piccaluga [sic] è fertile, morbida, e non escludo assolutamente di pubblicare l’anno prossimo i suoi due romanzi: Il sermone del pre­te e Nella città del terrore [sic]”. Ora, nel rilevare al volo che, come è noto, nessuno dei due romanzi sciaccalughiani fu mai pubblicato, vanno segnalate al­meno un paio di cose. In primo luogo il fatto che Tre­ves sbagli a scrivere sia il cognome di Gio Batta sia il ti­tolo di uno dei due libri e, in secondo luogo, la coinci­denza per la quale, da questo momento, i rapporti tra l’editore milanese e Sciaccaluga si infittirono e assun­sero i connotati di un vero rapporto di lavoro. Per Tre­ves, infatti, Gio Batta si dedicò all’attività di correttore di bozze ed esiste più di un indizio che ci porta a pen­sare che alcuni libri di Gerolamo Rovetta e Anton Giu­lio Barrili (segnatamente Il tenente dei Lancieri, La Si­gnorina e Amori antichi) siano stati scritti proprio da Sciaccaluga in qualità di ghost writer ante litteram.
Ad ogni modo, è proprio a partire dal periodo in esame che la salute mentale di Gio Batta comincia a declinare. L’impegno con Treves, in effetti, era così gravoso che egli pensò di abbandonare l’attività pres­so lo scagno paterno (attività che venne portata avan­ti dalle volitive sorelle) per dedicarsi totalmente alla correzione di bozze e alla scrittura. Sono di questi anni Il migliore (mai pubblicato) e La carrozza invisibile, quest’ultimo, finalmente, dato alle stampe dall’edito­re genovese Donath che, però, in copertina, sbagliò il nome dell’autore, indicandolo come Giovanni Sciacca­luffa.
In una lettera[5] all’amico di sempre, Marco Antonio Ghiglione, Gio Batta scrive: “la professione dello scrit­tore dovrebbe essere piena di soddisfazioni morali. Io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno ed alcune delle notte. Debbo correggere a tut­to vapore cartelle su cartelle di altri che non mi valgo­no il mignolo, debbo scrivere i miei testi nei ritagli di tempo, si sbaglia il mio nome nel libro a cui tengo di più e infine non si guadagna un cazzo [sic]”.
Il guadagno e la fama che non arrivano, il suo no­me storpiato dai (pochi) che si occupano di lui. Sono queste le ossessioni di Gio Batta e specialmente l’ulti­ma circostanza assurge al livello di triste leitmotiv del­la fase conclusiva della sua esistenza. In alcune lettere dell’Archivio Treves, dove si legge della fiducia che Emilio ripone nel suo collaboratore genovese, Sciacca­luga viene di volta in volta designato come Giuseppe Sciaccafava, Gianluca Pittalana, Giansenio Piglialuga, una continua variazione sul tema che fa pensare a un sadico gioco e che bruscamente termina nel foglio di un brogliaccio[6] datato 15 febbraio 1912, dove leggia­mo: “mi è giunta voce che il corpo di Gibello Sciacca­lacqua sia stato ritrovato”.
Effettivamente Gio Batta Sciaccaluga era morto suici­da la sera prima. Solo, disperato, assediato dai credi­tori, aveva lasciato sulla scrivania un biglietto che non dava adito a dubbi[7] e si era diretto sul monte Fasce, alle spalle di Genova, dove rivolto alle lampare che punteggiavano il suo mare si era tagliato la gola. Alla presenza di pochi intimi, più che altro famigliari, il fu­nerale si svolse nella basilica dell’Assunta di Carignano il 19 febbraio, due giorni dopo il ritrovamento del cor­po che fu tumulato al cimitero monumentale di Sta­glieno. Sulla lapide che racchiude le spoglie di Gio Bat­ta Sciaccaluga si legge: “Qui giace un uomo / Il cui in­gegno nessuno riconobbe / Una freccia acuminata / Un nume”. Le sue generalità, però, sono ancora una volta sbagliate. Lo scalpello dell’anonimo scultore ha infatti inciso sul marmo il nome “Giacomo Passalin­gua”, e all’errore, a più di cento anni dalla morte dello scrittore, non è stato ancora posto rimedio.

Manuel Bernasconi è lo pseudonimo di uno scrittore genovese; chi volesse rintracciarlo, può scrivergli al seguente indirizzo e-mail: manuel.bernasconi@hotmail.com.

_________________________________________________

[1]    Il meticoloso registro dei rifiuti ricevuti da Gio Batta per questi suoi lavori si può repe­rire in diversi punti dell’ormai introvabile Epistolario genovese (Savona, 1924).

[2]    Questa edizione per così dire privata fu curata dalla Tipografia Mignone nel 1888.

[3]    Remigio Zena nel 1892 firmerà quel capolavoro della letteratura verista che è La boc­ca del lupo.

[4]    L’originale della lettera è conservato a Genova, nel già menzionato Fondo Sciaccalu­ga.

[5]    Epistolario genovese, cit., p. 198.

[6]    Il raggelante documento, conservato all’Archivio Treves, è reperibile nella colloca­zione SCIA-PITT 89/12.

[7]    L’ultimo biglietto di Gio Batta, trovato dalla sorella nella cameretta in cui ospitava il fratello la mattina del 15 febbraio, reca queste parole: “a voi che vi siete arricchiti alle mie spalle, mantenendomi in una costante povertà, chiedo che per compenso dei gua­dagni che vi ho dati pensiate almeno ai miei funerali”. Si tratta di un calco della lettera d’addio di Emilio Salgari, con cui Sciaccaluga, nella sua follia, si era evidentemente iden­tificato.

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