La letteratura è come il vento: intervista a Marino Magliani

il canale bracco_marino maglianiL’ultima opera di Marino Magliani è intitolata Il canale bracco (Fusta editore) ed è un racconto sul corso d’acqua artificiale che collega il Mare del Nord ad Amsterdam, sul paesaggio naturale e urbano che attraversa, sulle forme di vita che lo popolano, ma è anche una costante riflessione sulla difficoltà di scrivere intorno a delle acque stagnanti e insieme la storia dell’amicizia intessuta di silenzi tra Piet e il narratore; quest’ultimo, originario della Liguria, vive nei Paesi Bassi come se fosse in esilio ed è forse ciò che intinge di malinconia quest’opera dal ritmo piano e dallo stile sobrio e lirico al contempo.
Magliani vive tra la Liguria e l’Olanda ed è un traduttore, oltre che autore di romanzi e racconti pubblicati su riviste e con diversi editori (tra cui Sironi e Longanesi); di recente ha anche scritto la sceneggiatura per la graphic novel di Sostiene Pereira pubblicata da Tunué.

«Tu non vuoi raccontare i luoghi, te ne servi per le tue storie senza trama, che è ben diverso da scrivere ciò che vedi»: è l’accusa rivolta da Piet al narratore – che coincide in buona parte con l’autore. Il canale bracco è stato anche un pretesto per analizzare il presente e rivivere alcuni episodi della propria biografia? È per questo che si è scelto di non affiancare al testo un apparato iconografico?
A un certo punto mi sono reso conto che l’importanza della Liguria, infanzia e adolescenza, e quella degli anni di vagabondaggio, che sono stati parecchi, col tempo veniva meno, mentre dell’Olanda, e dell’acqua in cui si dileguavano le forme antiche, degli inverni stupendamente grigi, si andavano riempendo sempre più le pagine. Fin quando tutto questo materiale non è confluito in Soggiorno a Zeewijk, che è la strana storia di un quartiere circondato dalle dune, che si trasforma, come se l’assessore all’urbanistica della città di IJmuiden, genialmente, avesse deciso che il quartiere dovesse armonizzare con le dune, anch’esse esempio di trasformazione costante, di scavo e ricomposizione del vento. Poi restava da raccontare l’acqua e allora ho pensato a Il canale bracco.
Sull’apparato iconografico no, inizialmente il progetto era affiancato da una sezione di foto. Alla fine sono rimaste solo quelle dei blocchi di cemento coi testi del tempo, che non volevo si perdessero.

Sarebbe molto difficile attribuire un genere al Canale bracco (romanzo, reportage, prosa lirica?), così come definire la tua scrittura che alterna brani analitici ad altri più poetici e narrativi. Quanto questa commistione è stata frutto di esigenze intrinseche all’opera e quanto invece programmatica?
L’io narrante sembra intenzionato a sostenersi attraverso la scrittura, affiancato da un amico guida, Piet, il quale, al contrario, sembra vivere come una specie di Bartleby. Il risultato non può che confondere, almeno me, è un percorso pieno di giri larghi lungo un canale. Sono i giri larghi a dettare i tempi e la liricità. Le sovrapposizioni, il ritorno dal giro largo, il piede nel presente che è l’esilio e l’altro indietro. Alla domanda, tuttavia, non saprei rispondere.

A proposito dell’esilio, si legge: «uno se ne fa una colpa perché si accorge di provenire da un’acqua in cui non è stato in grado di nuotare». Cosa ti ha portato a lasciare la Liguria e l’Italia?
Sostanzialmente, e ben fai a riportare quella frase, uno se ne va perché non è riuscito a restare, non ha avuto il coraggio. Non te ne vai mai tu, è l’altro a farlo per te. E Rimbaud diceva che io è un altro. Andarsene è comunque un esercizio, come la scrittura. Se ne vanno certi tipi di persone, ad esempio i malinconici, e io credo di esserlo. Se ne vanno per resistere, per concedere entusiasmo alla malinconia. Da bambino pensi che andando via lasci il luogo che è la malinconia. E il bambino ha sempre ragione, uno se ne va e la malinconia continua, e a mitizzarla interviene la nostalgia, e così ogni tanto si torna. Poi col tempo saltano i dentini della ruota, la nostalgia non la senti più quando sei lontano, ma quando sei lì, gli ultimi giorni, e sai che lì era il bambino, che lo porti via anche stavolta.

@ Foto Cardillo

Alla scrittura affianchi il lavoro di traduzione, tra le ultime opere di cui ti sei occupato ci sono Acqueforti di Buenos Aires di Roberto Arlt (Del Vecchio Editore) e L’amico del deserto di Pablo d’Ors (Quodlibet). Qual è il filo rosso che lega la scrittura creativa con la traduzione?
Ti confesso una cosa, ciò che traduco finisce in parte per influenzare ciò che in quel momento scrivo, giacché nel mentre traduco. Un esempio: qualche anno fa ho tradotto una raccolta di saggi su Bolaño, ne ricordo uno molto bello su El Tira, racconto di un topo detective, che mi ha ispirato un altro topo poliziotto. Lo stesso per Pablo d’Ors e la traduzione di diversi cubani. Quanto ad Arlt, beh, in fondo anche l’idea delle sue acqueforti, intese come reportage-raid a scoprire i marciapiedi di Baires, mi ha suggerito la figura del camminatore di Zeewijk che dai marciapiedi si prende una vista delle vetrate delle case.

Hai pubblicato e collaborato con diverse case editrici. Ti andrebbe di raccontarci il tuo percorso nel mondo editoriale dall’esordio a Fusta Editore (per cui sei anche co-curatore della collana bassastagione)?
È un percorso del tutto normale, paragonabile a quello di un calciatore cresciuto sui campi di provincia e approdato per qualche stagione in squadre blasonate, ma dove ha giocato rigorosamente in riserva, anche se da qualcuno è stato notato e apprezzato, per poi passare a squadre meno visibili, anche per il ruolo poco appariscente che nel frattempo si è ritagliato, nato come narratore di storie e trame, ora preferisce fare esercizio dell’occhio, cosa che al momento non scatena grandi interessi editoriali, insomma, da rifinitore in mezzo al campo che rifiniva ben poco, per sopravvivere si è inventato ala, scoprendo però che gli mancano corsa e fiato…

Quali sono le ultime opere che hai apprezzato tra quelle pubblicate in Italia? Che cosa rappresenta per te la letteratura?
Bisogna fare dei nomi, e non va mai bene. Mi piacciono le storie argentine di Bravi, gli scavi nella terra di Sartori, c’è un libro che avevo letto in bozze anni fa, L’angelo esposto di Ade Zeno, che finalmente è uscito e mi era piaciuto molto. E mi dicevo: ma come fa a restare inedito un libro del genere. Poi apprezzo sempre i reportage di Mauro Francesco Minervino e i racconti sui dimenticati di Massimo Novelli, ma anche chi mi racconta pitture olandesi come Paolo Ciampi, o le poesie olandesi di Roggerman, tradotte da Giovanni Nadiani. Certo la lista sarebbe ancora lunga e passiamo alla risposta che ti devo ancora.
Il vento.

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4 thoughts on “La letteratura è come il vento: intervista a Marino Magliani

  1. miscarparo70 ha detto:

    Ma la fine è una citazione da Bob Dylan? O sono io che non capisco 😦

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