Premio Sinbad – Città di Bari, quando il protagonista è l’editoria indipendente

logo_premio_sinbadAnnunciati i finalisti della prima edizione del Premio Sinbad

Spesso si denuncia la posizione di monopolio che i grandi gruppi editoriali hanno sia nel mercato librario sia nell’intera filiera del libro; oggi, per altro, il consiglio di amministrazione di Rcs si pronuncerà per l’approvazione definitiva alla cessione della divisione Libri alla Mondadori – operazione ribattezzata da taluni “Mondazzoli”. Raramente, invece, si cerca di fare concretamente qualcosa per dare voce e spazio a chi si sottrae, per scelta o necessità, a queste logiche di monopolio: l’editoria indipendente, spesso invisibile e non necessariamente virtuosa.
Il Premio Sinbad – Città di Bari nasce proprio con l’intento meritorio di dare spazio e attenzione al lavoro portato avanti dai piccoli e medi editori indipendenti, di tutelare la pluralità e la singolarità della loro offerta culturale, di rifiutare le logiche di potere spesso sottese in altri premi letterari.
Le candidature per questa prima edizione sono state 89 (68 per la sezione narrativa italiana e 21 per la sezione narrativa straniera) e oggi sono stati annunciati i finalisti alla prima fase di selezione. Eccoli qui di seguito. Continua a leggere

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ETICA DELL’ACQUARIO di Ilaria Gaspari, recensione

ETICA DELL'ACQUARIO, Ilaria Gaspari, VolandVoland propone Etica dell’acquario, romanzo d’esordio di Ilaria Gaspari

La collana Amazzoni della casa editrice Voland è interamente dedicata alla scrittura femminile ed è quella in cui, con Etica dell’acquario, esordisce Ilaria Gaspari: classe 1986, una laurea in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa e un dottorato in corso.
Il suo romanzo è incentrato sui legami ossessivi e sull’angosciosa consapevolezza che la protagonista e narratrice, Gaia, ha sviluppato negli anni degli studi universitari e le pagine migliori sono proprio quelle dedicate alla crudele competizione e alla sottile violenza che segnano la vita nel collegio della Scuola; un luogo chiuso in cui ciascuno per sopravvivere deve sviluppare ferocia e determinazione, come in un acquario in cui venga introdotta una specie particolarmente aggressiva. Gaia ha in più le aggravanti di essere bella, di aver lambito la felicità con Marcello e di non avere un rapporto compulsivo con lo studio: Continua a leggere

IL PRINCIPE DEI ROMANZIERI SCONOSCIUTI, un racconto di Manuel Bernasconi

Portrait of writer Vsevolod Mikhailovich Garshin, Ilya Repin, 1884

Gio Batta Sciaccaluga, che nei primi anni del secolo scorso si guadagnò l’appellativo di “Principe dei Ro­manzieri Sconosciuti”, nacque a Genova nel maggio del 1857. Il padre, Sebastiano, possedeva qualche vi­gneto nella zona dell’Ovadese e dal suo scagno in Sot­toripa, davanti al porto di Genova, dove prima di lui avevano operato due generazioni di Sciac­caluga, ge­stiva una florida attività di commerci con l’Oriente. La madre, Luigina Lavaggi, discendeva da una famiglia di nobile lignaggio che aveva il suo feudo nella collina di Albaro, amena località dove anche Charles Dickens ebbe a soggiornare. Le unioni tra esponenti del ceto mercantile e la più rilucente aristocrazia genovese era­no, in quegli anni, all’ordine del giorno, ma quello tra Luigina e Sebastiano fu un matrimonio d’amore, allietato dalla nascita di Virgi­nia (1852), Alessandra (1854) e, infine, dell’unico ma­schio, Gio Batta appunto, che fin da subito fu spinto a interessarsi degli affari di famiglia.
Terminate le ele­mentari, dove fu uno scolaro abbastanza anonimo, Gio Batta venne infatti iscritto all’istituto dei Barnabiti che, qualche decennio più tardi, vide tra i suoi allievi il futuro premio Nobel Eugenio Montale. Come Montale anche Gio Batta intraprese studi tecnico-commerciali, e dopo il diploma, nel 1876, iniziò a lavorare con il pa­dre. Non era questa, come sappiamo, la vocazione del giovane Sciaccaluga, nel cui animo il baco della lette­ratura aveva cominciato a rodere in virtù della febbrile lettura dei grandi classici della narrativa ottocentesca. Risale a quel periodo la scoperta di Hugo, Balzac, Flau­bert e dei grandi russi a cui fece contestualmente eco la stesura dei romanzi La pietra del leone nero e Nella selvaggia savana – che vennero rifiutati da una trentina di editori e non videro mai la luce[1] – e di Il piccolo della Lanterna, firmato con il nom de plume di Michele Arri­go e pubblicato dai tipi dell’editore Garbagna nel 1880.
Già dagli esordi appare in tutta la sua plastica evidenza quello che sarà il destino di Sciaccaluga scrit­tore: essere ignorato dall’industria editoriale e vedere riconosciuto il proprio talento soltanto da una ristret­ta cerchia di addetti ai lavori. Alla sua uscita, per esem­pio, Il piccolo della Lanterna fu lodato dal critico Fede­rico Di Vita (che assieme a Felice Cameroni, Antonio Cassano e pochi altri può essere definito uno dei padri della critica militante italiana), il quale salutò con esso la nascita di un nuovo Zola. Eppure tanta benevolenza non fu sufficiente a garantire visibilità (e contratti edi­toriali) a Sciaccaluga, che negli anni successivi scrisse Il giaguaro (mai pubblicato), Il raccolto (mai pubblica­to) e Nello studio di medicina (per il quale, a quanto pare, ci fu un abboccamento con l’editore Gualtiero Stella che si risolse però con un nulla di fatto). Continua a leggere

La letteratura è come il vento: intervista a Marino Magliani

il canale bracco_marino maglianiL’ultima opera di Marino Magliani è intitolata Il canale bracco (Fusta editore) ed è un racconto sul corso d’acqua artificiale che collega il Mare del Nord ad Amsterdam, sul paesaggio naturale e urbano che attraversa, sulle forme di vita che lo popolano, ma è anche una costante riflessione sulla difficoltà di scrivere intorno a delle acque stagnanti e insieme la storia dell’amicizia intessuta di silenzi tra Piet e il narratore; quest’ultimo, originario della Liguria, vive nei Paesi Bassi come se fosse in esilio ed è forse ciò che intinge di malinconia quest’opera dal ritmo piano e dallo stile sobrio e lirico al contempo.
Magliani vive tra la Liguria e l’Olanda ed è un traduttore, oltre che autore di romanzi e racconti pubblicati su riviste e con diversi editori (tra cui Sironi e Longanesi); di recente ha anche scritto la sceneggiatura per la graphic novel di Sostiene Pereira pubblicata da Tunué.

«Tu non vuoi raccontare i luoghi, te ne servi per le tue storie senza trama, che è ben diverso da scrivere ciò che vedi»: è l’accusa rivolta da Piet al narratore – che coincide in buona parte con l’autore. Il canale bracco è stato anche un pretesto per analizzare il presente e rivivere alcuni episodi della propria biografia? È per questo che si è scelto di non affiancare al testo un apparato iconografico?
A un certo punto mi sono reso conto che l’importanza della Liguria, infanzia e adolescenza, e quella degli anni di vagabondaggio, che sono stati parecchi, col tempo veniva meno, mentre dell’Olanda, e dell’acqua in cui si dileguavano le forme antiche, degli inverni stupendamente grigi, si andavano riempendo sempre più le pagine. Fin quando tutto questo materiale non è confluito in Soggiorno a Zeewijk, che è la strana storia di un quartiere circondato dalle dune, che si trasforma, come se l’assessore all’urbanistica della città di IJmuiden, genialmente, avesse deciso che il quartiere dovesse armonizzare con le dune, anch’esse esempio di trasformazione costante, di scavo e ricomposizione del vento. Poi restava da raccontare l’acqua e allora ho pensato a Il canale bracco.
Sull’apparato iconografico no, inizialmente il progetto era affiancato da una sezione di foto. Alla fine sono rimaste solo quelle dei blocchi di cemento coi testi del tempo, che non volevo si perdessero.

Sarebbe molto difficile attribuire un genere al Canale bracco (romanzo, reportage, prosa lirica?), così come definire la tua scrittura che alterna brani analitici ad altri più poetici e narrativi. Quanto questa commistione è stata frutto di esigenze intrinseche all’opera e quanto invece programmatica?
L’io narrante sembra intenzionato a sostenersi attraverso la scrittura, affiancato da un amico guida, Piet, il quale, al contrario, sembra vivere come una specie di Bartleby. Il risultato non può che confondere, almeno me, è un percorso pieno di giri larghi lungo un canale. Sono i giri larghi a dettare i tempi e la liricità. Le sovrapposizioni, il ritorno dal giro largo, il piede nel presente che è l’esilio e l’altro indietro. Alla domanda, tuttavia, non saprei rispondere.

A proposito dell’esilio, si legge: «uno se ne fa una colpa perché si accorge di provenire da un’acqua in cui non è stato in grado di nuotare». Cosa ti ha portato a lasciare la Liguria e l’Italia?
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Le letture da spiaggia che non ti aspetti

libri da spiaggiaEcco alcuni dei libri che gli italiani si sono portati sotto l’ombrellone

Da sempre ho l’abitudine di fare lunghe passeggiate in riva al mare, da diversi anni ho anche il vizio di contorcermi per scoprire i titoli dei libri che i villeggianti hanno tra le mani, quest’estate ho iniziato a chiedere di che testo si trattasse quando la copertina era occultata dalle dita o ripiegata.
Dopo un iniziale disorientamento (interrompere la lettura è sempre motivo di fastidio) e qualche diffidenza (diversi devono aver pensato che fossi dell’Euroclub), tutti si sono dimostrati cordiali e ben disposti, con qualcuno mi sono persino intrattenuto per una breve chiacchierata – del resto, come dimostra l’hashtag #letturedatreno proposto tempo addietro su Twitter da Angela Rastelli, la curiosità per le letture altrui è alquanto diffusa.
Quali gli esiti della “ricerca”? Innanzitutto l’evidente assenza di un best-seller estivo: nessun testo ha infatti catalizzato la curiosità dei lettori occasionali negli ultimi mesi e scalato le classifiche di vendita (Grey, la variante maschile delle Cinquanta sfumature di grigio, sembra aver suscitato un tiepido interesse, così come l’ultimo vincitore del Premio Strega, La ferocia di Nicola Lagioia). Occorre anche rilevare che il numero dei lettori è sempre drammaticamente basso: in stabilimenti con oltre un centinaio di ombrelloni occupati, raramente ho individuato più di quattro o cinque persone con un libro tra le mani – e talvolta si trattava  di stranieri. Se poi erano prevedibili anche la scarsità di opere pubblicate da piccoli editori e la prevalenza della narrativa, tutt’altro che scontati si sono dimostrati i titoli: siamo portati a credere che in spiaggia si leggano quasi esclusivamente opere poco impegnative, invece mi sono imbattuto sì in numerosi thriller e polpettoni sentimentali (tra cui comunque un solo Harmony), ma anche in saggi non sempre divulgativi, in diversi romanzi di innegabile qualità letteraria e, soprattutto, in molti classici.
Quest’ultimo dato mi pare il più interessante e rimarca come in un mercato sovraffollato di testi poco significativi e in cui le proposte mutano di continuo, il lettore comune si senta disorientato e preferisca dedicarsi a opere e autori consacrati dalla tradizione; oltretutto, dei classici è più facile trovare un’edizione economica o magari una copia nella libreria di casa o in biblioteca: vantaggio non da poco visto che i prezzi di copertina sembra stiano tornando a salire (il costo medio delle novità Adelphi, Einaudi o Mondadori si aggira intorno ai 18 euro).
Iniziano a essere meno rari gli e-reader, anche se davvero esigui rispetto a smartphone e tablet (in un paio di casi mi sono avvicinato per scoprire che non si era concentrati su un e-book ma su qualche gioco o impegnati a scattar foto). Confermata poi la netta prevalenza di lettrici (quasi il 62% del campione) rispetto ai lettori e, a dispetto delle statistiche, di over 35 rispetto ai giovani – per discrezione non ho chiesto l’età, per cui quest’ultimo dato è molto approssimativo. Infine due curiosità: si incontrano molti più lettori di pomeriggio, quando evidentemente c’è meno confusione, ed è piuttosto frequente che chi legge si accompagni ai propri simili (forse il buon esempio è ancora il miglior canale di diffusione della lettura, o forse gli esemplari in estinzione cercano di aggregarsi nel disperato tentativo di far sopravvivere la specie).
Ed ecco, dunque, l’elenco dei libri che ho appuntato su un piccolo block-notes, ormai unto di crema solare e irrigidito dalla salsedine: Continua a leggere

In Italia fare cultura significa prepararsi a soccombere: un’intervista a Giacomo Sartori

Giacomo Sartori, agronomo di formazione, è uno dei redattori di Nazione Indiana e vive tra Trento e Parigi. Ha esordito nel 1996 con la raccolta di racconti Di solito mi telefona il giorno prima (ilSaggiatore); la sua ultima opera, pubblicata da CartaCanta editore, è il romanzo Rogo, in cui si alternano tre protagoniste: Lucilla, che vive alla fine degli anni ’70 il passaggio alla vita adulta e la relazione sentimentale con Ilio, prestante maestro di sci; Anna, che soffre di disturbi dell’alimentazione e affronta la prova più difficile per il proprio corpo nel 2012; la Gheta, accusata di stregoneria nel ’600. Le loro sono storie di drammatica maternità che dialogano attraverso il tempo e Sartori le intreccia con una scrittura sorvegliata e pregna di sofferenza.
Qui di seguito un’intervista sulla sua opera e sulla situazione editoriale e culturale italiana.

copertina rogo giacomo sartoriDa dove nasce l’ambizione di raccontare l’aspetto angoscioso della maternità, intorno al quale ruota Rogo? Non è stato un azzardo per uno scrittore uomo?
Sì, certo, un enorme e anche tracotante azzardo, per cominciare dalla seconda parte della domanda. Io sono un maschio, non ho figli, non ho mai vissuto di persona le problematiche del romanzo. Questa risposta vale però se resto sul piano della mia via privata, nella quale mi piace ascoltare e cercare di capire, ma dove non mi sembra di avere nulla di originale da dire, e a dire la verità nemmeno alcun interesse a farlo. La scrittura invece è tutt’altra cosa, lì provo un feroce bisogno di dire, di confrontarmi con tematiche anche non legate al mio vissuto per esprimere una mia visione, anche se forse non univoca o addirittura contraddittoria. E spesso il punto di partenza è un fatto del quale sono venuto a conoscenza, o ho letto sui giornali, come è successo in questo caso.

Mentre emerge con forza la complessità interiore delle tre protagoniste, gli altri personaggi possono apparire un po’ rigidi nei propri ruoli: era tua intenzione concentrare lo sguardo del narratore – e di conseguenza quello del lettore – solo su Lucilla, Anna e la Gheta?
Tutti i miei testi sono sempre centrati attorno al punto di vista di un personaggio, anche se molto spesso uso la terza persona (una terza persona che quindi si avvicina per certi versi a una prima). E gli altri personaggi sono meno importanti, spesso sono ridotti a pochi tratti, in certi casi a macchiette. Questa riduzione non è il risultato della mia visione, ma di quella del protagonista, e corrisponde a quell’ermeneutica dei rapporti che tutti noi sperimentiamo quotidianamente nelle nostre vite. Noi non sappiamo quasi nulla degli altri, ci costruiamo a loro proposito rozze narrazioni di comodo. In Rogo le storie sono tre, ognuna con una sua protagonista, ma il procedimento è lo stesso. Attenzione però, a ben guardare anche nelle protagoniste ci sono deformazioni e diffrazioni che nulla hanno a che fare con un intento piattamente mimetico. Certo nelle prime l’illusione di realtà è maggiore, ma la costruzione del personaggio è altrettanto arbitraria e distorta. Mi stupisce sempre che i miei testi vengano letti in chiave pedissequamente naturalistica, anche da critici che io immaginavo essere ben scafati, solo perché quella che descrivo sembra per certi versi essere una fotografia oggettiva di una data realtà. È una lettura completamente in contraddizione con la miriade di indizi sparsi nel testo, che dicono che quella rappresentata non è una visione oggettiva, e anzi a ben vedere non è una rappresentazione. Davvero faccio fatica a concepire che non si veda questa elementare complessità del testo, inevitabile dopo che i tanti giganti del Novecento hanno polverizzato la possibilità di raccontare la pretesa di essere oggettivi. Mi sembra che la difficoltà maggiore che incontrano i miei romanzi, il muro di cemento armato contro cui vanno a sbattere, penso in particolare a quello su Galeazzo Ciano, Cielo nero, sia proprio questa. E paradossalmente ho continue riprove che molti lettori comuni, parlo beninteso di lettori forti e esigenti, li capiscano molto meglio di quanto facciano molti addetti ai lavori, anche molto noti, i quali evidentemente danno per scontati stilemi che non sono i miei, e che io considero desueti e non interessanti. Continua a leggere